Ormai il fenomeno è sotto gli occhi di tutti. L’inganno diventa ancora più grave quando vengono coinvolti, senza alcun consenso, personaggi dello Stato, giornalisti, professionisti o figure pubbliche riconosciute e stimate. In quel caso la truffa non colpisce soltanto il cittadino che può essere indotto a fidarsi, ma offende anche la reputazione delle persone abusivamente utilizzate come strumento di credibilità. Proprio questo aggravamento dovrebbe rendere più urgente l’intervento dello Stato: perché l’illecito non riguarda solo il denaro sottratto, ma anche la manipolazione della fiducia pubblica. Il cittadino comune, spesso, comprende immediatamente che qualcosa non torna. Eppure quelle trasmissioni continuano a circolare a tempo indeterminato.

Il nodo dello scaricabarile istituzionale – La domanda, allora, non è più se queste truffe esistano. La domanda vera è un’altra: perché continuano indisturbate nonostante la loro evidente riconoscibilità pubblica? La risposta sembra condurre a un problema più grande della truffa stessa: la frammentazione dell’intervento dello Stato. Oggi il sistema appare disperso tra molteplici competenze: pubblicità ingannevole, finanza abusiva, piattaforme digitali, repressione penale, tutela dei consumatori, flussi finanziari. Ogni struttura possiede una parte della competenza, ma proprio questa distribuzione produce spesso l’effetto opposto a quello necessario: il rallentamento dell’intervento. Nel frattempo il contenuto continua a diffondersi e il denaro continua a fluire.Si crea così una sorta di scaricabarile istituzionale permanente: la piattaforma attende l’autorità; l’autorità amministrativa attende quella giudiziaria; quella giudiziaria necessita di ulteriori accertamenti. E intanto l’attività prosegue.
Fermare la diffusione, non inseguire soltanto la truffa – Il punto essenziale appare molto più semplice di quanto l’attuale sistema lasci intendere. Se una trasmissione, una pubblicità o un contenuto digitale presentano caratteri manifestamente fraudolenti o illeciti, lo Stato dovrebbe poter intervenire immediatamente per sospenderne la diffusione attraverso le stazioni trasmittenti, le piattaforme e i canali che ne consentono la propagazione. Non si tratterebbe di introdurre una forma di censura arbitraria. Il limite resterebbe quello già previsto dall’ordinamento: l’illiceità manifesta del contenuto e il successivo controllo giurisdizionale. Ma almeno verrebbe interrotta la prosecuzione del danno mentre le verifiche continuano.

Una lacuna politica e organizzativa – Il problema è che oggi nessuno sembra investito di una responsabilità operativa immediata e unitaria. Esistono enti, procedure e autorità, ma manca una regia semplice capace di trasformare rapidamente la conoscenza pubblica dell’inganno in una misura concreta di tutela.Ed è difficile non vedere, in questa situazione, anche una responsabilità politica e organizzativa. Se fenomeni tanto evidenti continuano a ripetersi con questa continuità, significa probabilmente che l’attuale architettura normativa e amministrativa non è più adeguata alla velocità delle truffe digitali moderne. Lo Stato dispone di strumenti settoriali, ma non sembra ancora aver costruito un meccanismo semplice, coordinato ed efficace di intervento immediato.
La fiducia dei cittadini come bene pubblico – Nel frattempo le conseguenze ricadono sui cittadini: sui risparmiatori ingannati, sui consumatori, sulla credibilità dell’informazione e perfino sulla fiducia generale verso le istituzioni. Perché quando l’inganno appare evidente all’opinione pubblica ma continua ugualmente a essere trasmesso, il cittadino non percepisce la complessità delle competenze. Percepisce soltanto che nessuno interviene. E forse è proprio questo il punto che oggi la politica dovrebbe affrontare: non moltiplicare ulteriormente norme e procedure, ma costruire finalmente una risposta chiara, comprensibile e coordinata, capace di impedire che la diffusione dell’illecito continui semplicemente grazie alla dispersione delle responsabilità. A questo punto la questione non riguarda più soltanto la repressione delle truffe online. Riguarda la capacità dello Stato di proteggere concretamente i cittadini quando il danno diventa pubblico, evidente e seriale. E riguarda anche la capacità della politica di colmare una lacuna che, se lasciata irrisolta, rischia di trasformare l’inerzia amministrativa nel più efficace alleato dell’inganno.
Gli inganni sulla salute: quando la pubblicità diventa un rischio sanitario – Accanto alle truffe finanziarie e agli inganni costruiti attorno a falsi investimenti, si sta diffondendo un’altra forma di pubblicità profondamente riprovevole e potenzialmente ancora più pericolosa: quella che riguarda presunti prodotti terapeutici o farmaceutici capaci di promettere guarigioni rapide, immediate o quasi miracolose. Si tratta spesso di messaggi costruiti con tecniche persuasive aggressive, testimonianze dubbie, immagini manipolate e riferimenti pseudo-scientifici che possono indurre il paziente a credere di aver trovato una soluzione semplice a problemi medici anche seri. Anche in questi casi vengono frequentemente coinvolti, senza alcun consenso reale, celebri personaggi della scienza, della medicina, della cultura o della comunicazione pubblica, presentati falsamente come sostenitori del prodotto, garanti della sua efficacia o addirittura come autori della scoperta terapeutica proposta dalla pubblicità. L’inganno assume così una forza ancora maggiore, perché sfrutta la credibilità sociale e scientifica di figure riconosciute dal pubblico per indurre le persone più fragili ad affidarsi a rimedi privi di adeguata validazione o comunque presentati in modo gravemente fuorviante.
Non si tratta di libertà di stampa – Il danno, in questi casi, non è soltanto economico. È sanitario. Perché il rischio maggiore consiste nel fatto che molte persone, fidandosi di questi messaggi, rinviano o abbandonano cure reali, controlli medici o percorsi terapeutici adeguati. E quando, dopo giorni o settimane perdute dietro rimedi inefficaci o semplicemente palliativi, si rivolgono finalmente alla sanità pubblica, le condizioni possono essersi aggravate in modo talvolta irreversibile. Anche qui il problema non riguarda soltanto la scorrettezza commerciale, ma la tutela concreta dei cittadini e della salute pubblica. Ed è difficile comprendere come messaggi così palesemente ingannevoli possano continuare a diffondersi con tanta facilità, soprattutto quando fanno leva sulla fragilità psicologica delle persone malate, sulla paura o sulla speranza di guarigione. Per questo il tema delle pubblicità fraudolente non dovrebbe essere considerato soltanto una questione economica o tecnologica. In molti casi diventa anche una questione di responsabilità sanitaria e di protezione sociale, che richiederebbe controlli più rapidi, coordinati ed efficaci prima che il danno si trasformi in conseguenza concreta per i cittadini.



















