C’è qualcosa di profondamente simbolico — e per molti anche profondamente ipocrita — nella figura di Solomon Friedman, avvocato canadese ordinato rabbino e oggi volto pubblico della nuova proprietà di Pornhub. Non perché una persona religiosa non possa lavorare nel settore pornografico, ma perché tutta la narrazione costruita attorno alla sua figura sembra servire a dare una patina morale a un’industria che continua a vivere delle stesse dinamiche che per anni hanno alimentato scandali, accuse e devastanti conseguenze culturali.
Friedman parla di “trasparenza”, “sicurezza” e “responsabilità”. Si presenta come il professionista incaricato di portare ordine in un settore rimasto troppo a lungo nel caos digitale. Ma dietro il lessico rassicurante resta una realtà difficile da ignorare: Pornhub continua a essere una piattaforma fondata sulla monetizzazione del desiderio compulsivo, sull’esposizione estrema del corpo e su contenuti che spesso normalizzano degradazione, aggressività e squilibri relazionali.
Ed è qui che la contraddizione diventa evidente. Da una parte c’è la formazione religiosa, il richiamo implicito a valori etici e responsabilità pubblica. Dall’altra c’è la difesa di un colosso che per anni è stato accusato di aver ospitato materiale legato ad abusi, sfruttamento e contenuti non consensuali. Anche dopo le grandi purghe interne e le promesse di riforma, il cuore commerciale della piattaforma resta immutato: attirare traffico attraverso contenuti sempre più estremi e provocatori.
La linea difensiva di Friedman è tutta costruita attorno alla legalità. Se un contenuto è legale, sostiene, allora non può essere automaticamente considerato inaccettabile. Ma questo approccio appare riduttivo e persino comodo. Perché una piattaforma che influenza milioni di adolescenti e giovani adulti non può nascondersi dietro il solo confine del codice penale. Esiste anche una responsabilità culturale, educativa e sociale.
Il punto più fragile della sua posizione emerge sul tema dei minori. Friedman sposta gran parte della responsabilità sui produttori di smartphone, tablet e sistemi operativi, sostenendo che i controlli dovrebbero essere integrati direttamente nei dispositivi. Una tesi che contiene elementi condivisibili, ma che rischia anche di apparire come una sofisticata operazione di scarico delle responsabilità. Perché mentre si attende un ecosistema tecnologico ideale, milioni di ragazzi continuano ad accedere facilmente a contenuti pornografici violenti, degradanti o distorti.
La verità è che il caso Friedman non riguarda soltanto una biografia insolita. Riguarda il tentativo sempre più evidente dell’industria pornografica di rifarsi il volto senza cambiare davvero natura. Inserire figure percepite come autorevoli, colte o persino religiose serve a rendere il settore più accettabile agli occhi dell’opinione pubblica e degli investitori. Ma cambiare linguaggio non significa necessariamente cambiare sostanza.
Ed è proprio questa la critica centrale: il rischio che la retorica dell’“etica” diventi soprattutto un’operazione cosmetica. Perché un’industria che continua a prosperare su contenuti estremi, dipendenza digitale e consumo sessuale di massa difficilmente può essere ripulita semplicemente attraverso nuovi manager, nuove etichette o nuovi slogan.
Alla fine, la domanda resta aperta ma inevitabile: siamo davanti a una vera riforma o soltanto a una gigantesca operazione di reputazione? Nel caso di Solomon Friedman, il contrasto tra fede, immagine pubblica e ruolo professionale rende questa domanda ancora più difficile da ignorare.




















