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La scaletta della morte, il neonato in Cisgiordania e i missili nel Golfo: benvenuti al sabato delle belve

Il Caffè della VerGOGNA – Edizione del 6 giugno 2026

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
6 Giugno 2026
in Editoriale
0
Il dio della guerra: una forza ancora all’opera?
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Il Caffè della VerGOGNA – Edizione del 6 giugno 2026

Un uomo lavora su una scala, a Roma, nella sede nazionale di Federmanager. Nessuna imbracatura, nessun casco, nessuna linea di ancoraggio. È lì, in bilico tra il primo piano e il vuoto, mentre qualcuno lo fotografa e la pagina Facebook “Morti di lavoro” denuncia l’ennesima messinscena della sicurezza.

Il giornalista Piero Santonastaso, che conta 486 vittime sul lavoro da inizio anno con un aumento dell’8,7 per cento, non si stupisce più. Eppure, che un simile scempio accada proprio nella sede di chi dovrebbe dare l’esempio, di chi “formalmente e dichiaratamente” si impegna per la prevenzione, è un pugno nello stomaco. La scala è lì, il lavoratore è lì, la foto è lì. E nessuno, prima che scattasse il flash, ha pensato di dirgli: “Scendi, che rischi la pelle”. La cultura della sicurezza, in Italia, è una bandiera che si sventola ai convegni e si dimentica nei cantieri. E i morti, intanto, continuano a cadere. Come foglie secche.

A Milano, alla stazione Certosa, un ragazzo di ventidue anni è stato accoltellato a morte. Si chiamava Gianluca Ibarra Silvera. Un gruppo di giovani sudamericani lo ha aggredito con violenza bestiale, lo ha gettato sui binari come uno straccio. La polizia ha fermato un diciannovenne peruviano e sta cercando gli altri. Il branco ha agito come animali, dicono le fonti. I giornali parlano di “pandillas”, di gang latinoamericane, della famigerata MS13. Ma la sostanza non cambia: un ragazzo di Milano è morto ammazzato per una lite tra bande, in una stazione che ogni giorno vede passare migliaia di pendolari. La sicurezza nelle città è una favola che ci raccontiamo la sera, prima di addormentarci con le chiavi sotto il cuscino.

In Cisgiordania, a Hebron, le forze di difesa israeliane hanno sparato contro un’auto. Un neonato di sette mesi, Sam Fahed Abu Haikal, è stato ucciso. I genitori sono feriti. L’esercito israeliano dice di aver sparato perché il veicolo accelerava verso i soldati. Poi apre un’inchiesta, esprime “profondo dolore” e “rammarico”. Parole che non riporteranno in vita il piccolo Sam. Hamas grida al crimine, definisce l’accaduto il “vero volto della brutalità israeliana”. La comunità internazionale, come sempre, condannerà, poi passerà alla notizia successiva. Perché un neonato palestinese non ha lo stesso peso di un neonato israeliano. E i morti, in quella terra, sono solo numeri da aggiungere a un bollettino di guerra che nessuno legge più.

Putin, intanto, dice no all’incontro con Zelensky. Lo zar parla al Forum economico di San Pietroburgo, definisce la lettera del presidente ucraino “maleducata”, ribadisce che l’obiettivo della “denazificazione” è ancora il cambio di leadership a Kiev. Zelensky replica: “La Russia ha scelto di nuovo la guerra”. Ma la guerra non ha mai smesso. I morti continuano a cadere, i bombardamenti a distruggere città, e i leader europei – Starmer, Macron, Merz – si preparano a un vertice a Londra per parlare di pace. La pace, si sa, è il sogno dei potenti. I poveri, intanto, sognano solo di sopravvivere.

E infine l’Iran, che ha lanciato sette missili balistici contro Kuwait e Bahrain. Sei sono stati intercettati, il settimo non ha raggiunto l’obiettivo. Il CentCom americano smentisce danni alla Quinta Flotta. I Guardiani della Rivoluzione rivendicano l’attacco come rappresaglia per i raid americani su siti radar iraniani. Le sirene hanno ululato negli aeroporti di Kuwait City e Manama, i corrispondenti dell’Afp hanno parlato di esplosioni. Il Medio Oriente è una polveriera pronta a saltare, e i grandi della terra giocano a scacchi con la vita degli altri. Missili che volano, droni abbattuti, basi militari prese di mira. E i civili, come sempre, pagano il conto.

Oggi il caffè è talmente amaro che nemmeno lo zucchero potrebbe addolcirlo. Un operaio su una scala senza protezioni, un ragazzo accoltellato in una stazione, un neonato ucciso da un colpo d’arma da fuoco, una guerra che non finisce mai, missili che solcano i cieli del Golfo. L’Italia litiga sulla sicurezza, Milano piange i suoi morti ammazzati, il Medio Oriente brucia, Putin e Zelensky si scambiano lettere come pugnali. E noi, spettatori distratti, sorseggiamo il nostro caffè davanti allo schermo. Perché la vita, alla fine, è solo una notizia che scorre. E poi se ne va.

RVSCB – Archivio delle Scomode Verità, 6 giugno 2026

“Non mi interessa essere amato. Mi interessa essere letto dopo che mi avranno odiato.”

The Ladder of Death, the Infant in the West Bank, and Missiles in the Gulf: Welcome to Saturday of the Beasts

The Coffee of Shame – June 6, 2026 Edition

A man works on a ladder in Rome, at the national headquarters of Federmanager (the association of managers). No harness, no helmet, no anchor line. He is there, teetering between the first floor and the void, while someone photographs him and the Facebook page “Dead at Work” denounces another farce of safety standards. Journalist Piero Santonastaso, who has counted 486 workplace deaths since the beginning of the year—an increase of 8.7 percent—is no longer surprised. Yet, for such a travesty to occur right at the headquarters of those who should be setting the example, of those who are “formally and explicitly committed” to prevention, is a punch to the gut. The ladder is there, the worker is there, the photo is there. And no one, before the flash went off, thought to say: “Get down, you’re risking your life.” In Italy, safety culture is a flag waved at conferences and forgotten on construction sites. Meanwhile, the dead keep falling. Like dry leaves.

In Milan, at Certosa station, a twenty-two-year-old man was stabbed to death. His name was Gianluca Ibarra Silvera. A group of young South Americans attacked him with bestial violence, tossing him onto the tracks like a rag. Police have detained a nineteen-year-old Peruvian and are searching for the others. Sources say the pack acted like animals. Newspapers speak of “pandillas,” Latin American gangs, the notorious MS-13. But the substance doesn’t change: a young man from Milan was murdered in a gang fight, at a station that sees thousands of commuters pass through every day. Security in our cities is a fairy tale we tell ourselves at night before falling asleep with our keys under the pillow.

In the West Bank, in Hebron, Israeli Defense Forces shot at a car. A seven-month-old infant, Sam Fahed Abu Haikal, was killed. His parents were wounded. The Israeli army says it fired because the vehicle was accelerating toward soldiers. Then it opens an investigation, expresses “deep pain” and “regret.” Words that will not bring little Sam back to life. Hamas cries out about a crime, calling the incident the “true face of Israeli brutality.” The international community, as always, will condemn, then move on to the next news item. Because a Palestinian infant does not carry the same weight as an Israeli infant. And the dead in that land are just numbers added to a war bulletin no one reads anymore.

Putin, meanwhile, says no to a meeting with Zelensky. The Tsar speaks at the St. Petersburg Economic Forum, calls the Ukrainian president’s letter “rude,” and reiterates that the goal of “denazification” remains the change of leadership in Kyiv. Zelensky retorts: “Russia has chosen war again.” But the war never stopped. The dead keep falling, bombings continue to destroy cities, and European leaders—Starmer, Macron, Merz—are preparing for a summit in London to talk about peace. Peace, as we know, is the dream of the powerful. The poor, meanwhile, only dream of surviving.

And finally, Iran, which launched seven ballistic missiles against Kuwait and Bahrain. Six were intercepted; the seventh missed its target. US CentCom denies damage to the Fifth Fleet. The Revolutionary Guard claims the attack as retaliation for American raids on Iranian radar sites. Sirens howled at airports in Kuwait City and Manama; AFP correspondents reported explosions. The Middle East is a powder keg ready to blow, and the great powers of the earth play chess with other people’s lives. Missiles flying, drones shot down, military bases targeted. And civilians, as always, pay the bill.

Today the coffee is so bitter that even sugar could not sweeten it. A worker on an unprotected ladder, a boy stabbed to death in a station, an infant killed by a gunshot, a war that never ends, missiles slicing through the skies of the Gulf. Italy argues about safety, Milan mourns its murdered youth, the Middle East burns, Putin and Zelensky exchange letters like daggers. And we, distracted spectators, sip our coffee in front of the screen. Because life, in the end, is just a news story scrolling by. And then it’s gone.

RVSCB – Archive of Uncomfortable Truths, June 6, 2026

“I am not interested in being loved. I am interested in being read after they have hated me.”

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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