Il 29 giugno, per i romani, è una sosta: un caldissimo stop alle fatiche lavorative. Mare, sole, spiagge affollate, gelati rinfrescanti, birre ghiacciate e una tacita preghiera di ringraziamento volta ai Santi Pietro e Paolo, patroni della città eterna.
In questa nostra meravigliosa e problematica città, tuttavia, che di patroni ne ha ben due rispetto alle altre — quasi a testimoniarne l’ironica e complessa vita — continua a venir meno la pratica religiosa e il rispetto dei precetti.
Qualche tempo fa infatti, l’osservanza e il rispetto della festa patronale portavano i romani a godere sì di bevute, relax e gite fuori porta, ma solo a seguito di una manifestata devozione. Oggi invece, la capitale della cristianità regala soltanto i giochi pirotecnici della variopinta Girandola di Castel Sant’Angelo e l’effluvio propagato dalla canonica infiorata di Via della Conciliazione, per celebrare i suoi due, diversissimi santi patroni, come simboli memori di un’antica ricordanza.
Ma chi erano davvero Pietro e Paolo? Oltre la loro importanza cristiana e liturgica, che carattere avevano? Quali abitudini, quali scopi, quali contraddizioni?
Pietro, la roccia fragile
Pietro, primo papa e capo dei dodici apostoli, figura solenne del cristianesimo, custode delle chiavi del Cielo, non ebbe in vita la solenne rettitudine che spesso immaginiamo.
Si chiamava Simone, faceva il pescatore e aveva un fratello di nome Andrea. Era un uomo istintivo, fragile, legato alla frenesia e agli impulsi. Gesù lo ribattezzò Kefa, in greco Petros, cioè Pietro, a simboleggiare quella dura “pietra” sulla quale si sarebbe eretta la sua Chiesa. È bellissimo pensare come una delle più alte cariche celesti sia stata affidata al più umano fra gli apostoli: contraddittorio, generoso, instabile, temerario e insicuro, volenteroso e sfiduciato. Pietro è infatti colui che promette spesso, ma a volte non mantiene; colui che cade, per poi redimersi e rafforzarsi.
Riconosce il Cristo, ma non capisce fino in fondo la via della Croce. Afferma di non abbandonarlo, per poi rinnegarlo tre volte e successivamente pentirsi, irrobustendo la propria fede. Se rappresenta la pietra della Chiesa cristiana non è perché la roccia che lui simboleggia non sia stata mai scalfita, ma perché, dopo ogni erosione, è tornata più sicura, salda e dura di prima.
Paolo, la strada e il mondo
Paolo, invece, era cittadino romano. Si chiamava Saulo, era originario di Tarso, in Cilicia, nell’odierna Turchia. Ebreo di stirpe e fede, greco di cultura e idioma, romano di cittadinanza. L’incrocio di queste tre culture lo caratterizzerà per il resto della storia.
Lavorava il cuoio, era un uomo meticoloso, concettuale e sistematico. Conosceva perfettamente la legge ebraica, tanto da perseguitare i “nuovi” cristiani. Finché, sulla nota via di Damasco, fu colpito, durante un viaggio, da un fascio di luce che lo fece cadere e lo accecò. A seguito della guarigione, si convertì al cristianesimo e ricevette il battesimo.
Paolo è l’opposto di Pietro. Meno impulsivo, più riflessivo e preciso. Viaggia, scrive, fonda comunità, argomenta e, dato il suo carattere particolarmente spigoloso, spesso litiga e discute.
Senza Paolo però, il cristianesimo non si sarebbe mai diffuso con la stessa forza nelle città greche, nelle case dei pagani e nelle comunità miste. Il suo spirito missionario, oltre i confini del mondo giudaico, si rivelò determinante per quella che sarebbe divenuta la prima religione per fedeli al mondo.
La roccia e la strada
I nostri patroni sono quindi caratterizzati da due anime opposte: la roccia e la strada. La continuità, la guida, il fondamento e il perdono di Pietro si miscelano, nella romanità cristiana, allo spirito missionario, teologico, viandante e aperto di Paolo.
Non vi fu tuttavia, tra i due, sempre costante intesa. Nella Lettera ai Galati di Paolo, per esempio, egli critica aspramente Pietro per essersi rifiutato, a causa del timore delle opinioni giudaiche, di mangiare con i pagani convertiti. Paolo, in questo episodio, ribadisce l’importanza dell’universalità del cristianesimo, dell’apertura senza confini a Cristo, che cozza con la linea più circoscritta e contenuta di Pietro.
Anche qui i due spiriti divergono, rimanendo tuttavia dentro il dibattito di una comunità cristiana allora nascente, ma già fervida di idee e benefici contrasti. Pietro serba la continuità perché paventa lo strappo; Paolo forza l’apertura perché teme la chiusura. Insieme rappresentano l’iniziale fatica della Chiesa: restare fedele alle proprie radici e aprirsi comunque al mondo circostante.
Pietro e Paolo a Roma
Anche il loro rapporto con Roma è diverso. Secondo la tradizione, Pietro arrivò a Roma durante la persecuzione di Nerone. Non essendo cittadino romano, fu condannato alla crocifissione nella zona dell’eccentrico Circo di Nerone, sul colle Vaticano. Ritenutosi indegno di morire come Gesù, chiese di essere crocifisso capovolto, a testa in giù. Fu poi sepolto alle pendici meridionali del colle, dove in futuro sarebbe sorta la Basilica di San Pietro, che tutto il mondo ammira.
Paolo invece arrivò nell’Urbe da prigioniero. Cercò di appellarsi all’imperatore, chiamandolo in giudizio, ma ottenne comunque la pena capitale. A lui però, essendo cittadino romano, toccò l’uccisione canonica: la decapitazione.Secondo la tradizione, a seguito del violento taglio netto, la testa fece tre balzi, dai quali fuoriuscirono tre fonti d’acqua: rispettivamente tiepida, calda e fredda. Il luogo del martirio divenne poi la suggestiva Abbazia delle Tre Fontane, all’Eur, mentre il luogo della sepoltura, collocato sulla via Ostiense, oggi è noto per la scenografica Basilica di San Paolo fuori le Mura.
Pietro quindi, elogia il suo Dio e maestro fino in punto di morte. Sul luogo del martirio, prima del colonnato, della cupola michelangiolesca, della basilica che porterà il suo nome, da una rispettosa modifica del modus operandi del martirio, nasce la Roma cristiana. Se Pietro però resta sul colle, Paolo rimane nella sua fedelissima strada. Anche da morto, l’apostolo delle genti conserva uno spirito viaggiatore: la via Ostiense, fuori le mura, tra Roma e il mondo.
I doni dei due patroni alla romanità
I nostri due santi patroni, quindi, in qualche modo donano a noi romani — fedeli pigri o praticanti, credenti e atei — doni diversi, frutto dei loro diversissimi spiriti.
San Pietro ci regala la contraddizione della sua umanità, che si rivela nello spirito del romano: apparentemente “egoistello”, menefreghista, attento ai propri interessi e poi improvvisamente generoso, largo di manica, troppo buono con gli altri fino a dimenticarsi di sé stesso.
Egli ci dona il senso della tradizione, della continuità, della memoria tramandata. Il dubbio, l’arrovellamento esistenziale, il nostro quotidiano bivio capitolino tra “non ce la faccio, chi me lo fa fa” e “tocca fallo pe’ forza, che stamo a scherzà!”.
San Paolo, invece, elargisce apertura: il nostro amore per la strada, per il viaggio, per la scampagnata. La curiosità dei viandanti, il voler ricordare a tutti, in una certa maniera, quanto sia importante la nostra eredità e quello in cui crediamo. Non solo: anche lo spirito fumantino, a volte cinico, schietto, sincero, mai arretrante.
Insomma, due figure della storia della religione che, tra chiavi, reti, pesca, spada, strada e lettere, non smettono di insegnarci e, in qualche modo, di ricordarci quello che ci hanno donato. E, per chi crede, come continuino giornalmente a proteggerci. Perché per questa straordinaria, vecchia ragazza che si chiama Roma, non basta un papa a garantirne protezione. Nemmeno un santo.
Ce ne vogliono due: Pietro e Paolo.















