Caffè della VerGOGNA. edizione del 8 Luglio 2026
L’editto giunse alle undici del mattino, quando l’asfalto già tremava e i manganelli dell’afa picchiavano sulle tempie dei ciclisti. Il sindaco di Milano, mosso da una sollecitudine che avrebbe fatto invidia a un curato di campagna, decretò che dalle dodici e trenta alle sedici le ruote dei fattorini restassero immobili, appese ai muri come reliquie di un tempo in cui si poteva ancora respirare senza che il catrame si sciogliesse sotto i pedali.
Senonché il reddito, quel nume silenzioso che governa le vite assai più del sole, non venne neppure menzionato nel provvedimento. I sindacati levarono un lamento che odorava di rassegnazione: Manuel Giovanati di Felsa Cisl, con la pacatezza di chi sa che la salute è un lusso da ricchi, fece notare che proprio nelle ore più torride i rider guadagnano il necessario, perciocché la gente si rintana e ordina cibo come se il desco di casa fosse diventato un altare. Andrea Bacchin della Nidil Cgil rincarò la dose, osservando che l’asfalto accumula calore durante l’intera giornata e lo rilascia anche quando il sole non picchia più: una verità da manuale di fisica che ai piani alti pareva oltremodo trascurabile. Il Comune offriva acqua e dispositivi di protezione, quasi fossero indulgenze da esibire in punto di morte, e intanto il portafogli dei consegnatori si svuotava. La protezione diveniva così un’elemosina capovolta: ti tolgo il lavoro per salvarti, e tu ringrazia.
Nelle stesse ore, oltremodo lontano da quei portoni dove i rider cercavano ombra, i missili persiani solcavano il Golfo e il presidente degli Stati Uniti, allorché sedeva a banchetto in terra turca, decideva di colpire l’Iran con una furia che definì quattro o cinque volte più estesa della precedente. I Guardiani della Rivoluzione risposero colpendo basi americane in Kuwait e Bahrein, e il comandante iraniano Ghalibaf tuonò che l’era del bullismo era finita. Parole roboanti, quelle, eppure intrise di una retorica che il secolo scorso aveva già consumato fino alla corda. Mentre i droni cadevano e i radar impazzivano, i capi della Nato si raccoglievano sotto il tetto dorato di Ankara, ove il padrone di casa Recep Tayyip Erdogan dispensava sorrisi e F-35 come fossero confetti nuziali.
Colui che siede alla Casa Bianca, allorché mise piede nell’aeroporto turco, trovò un edificio che portava il suo nome: una cattedrale eretta a se stesso, donde trarre auspici per le ore successive. In conferenza stampa, accanto a Erdogan, riversò sugli alleati europei il disprezzo di chi ritiene che l’amicizia si misuri in barili di petrolio. Minacciò di ritirare tutte le truppe dall’Europa; rivendicò la Groenlandia come fosse un appezzamento di famiglia; profetizzò la fine del continente se mai avesse trascurato l’immigrazione e l’energia. Il Regno Unito, colpevole di aver negato aiuto nella guerra contro l’Iran, ricevette una staffilata, e il premier dimissionario Starmer venne liquidato come un fantasma già fuori dalla porta della Storia. Ai tre grandi dell’Europa occidentale, che con vari toni avevano declinato l’invito a partecipare all’avventura bellica, toccò una ramanzina collettiva. Roma rispose con un diniego garbato, Berlino si trincerò dietro i suoi silenzi, e Parigi alzò le spalle come solo i galli sanno fare; ciascuna a suo modo declinò l’invito, ma l’ira del presidente si abbatté su tutte con eguale fragore, sebbene egli stesso ammettesse che gli Stati Uniti non hanno bisogno di quel maledetto Stretto di Hormuz, possedendo più petrolio di chiunque altro, Venezuela incluso.
La premier Meloni, che fino a poche ore prima era stata bollata come un’ingrata, si limitò a dichiarare che i rapporti con Trump erano cordiali, quasi si trattasse di un vicino di casa con cui si divide lo zucchero. Sedevano allo stesso tavolo durante la cena, e quando i cronisti le chiesero se vi fosse stato un chiarimento, lei replicò con un secco “vi ho già risposto”, lasciando intendere che la diplomazia si nutre di sorrisi tirati e di portate di pesce spada. Il ministro Tajani, con la flemma di un maggiordomo che rassicura gli ospiti dopo un terremoto, spiegò che i rapporti con gli Stati Uniti sono solidi, e il ministro Crosetto lodò la bellezza del palazzo della Difesa turco, forse nella speranza che il sole non tramonti mai sull’amicizia italo-americana. Al di là delle battute e delle dichiarazioni, ripetevano, nulla scalfisce l’alleanza. Eppure, mentre i brindisi si levavano, i fattorini milanesi restavano senza paga, i missili cadevano su installazioni militari, e l’asfalto del pianeta continuava a rilasciare il suo calore di rimando.
Il caffè si è fatto freddo. Fuori, il mondo ribolle. Dentro, i potenti si scambiano inchini e promesse, come se il desco fosse un’isola felice dove le leggi della termodinamica e della pietà non valgono. Chissà se i rider, all’ombra dei loro portoni, hanno mai assaggiato il caffè della vergogna.
Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002
Guy Standing, Precari: la nuova classe esplosiva, Il Mulino, Bologna, 2012
Naomi Klein, Shock economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, Milano, 2007
Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste, Laterza, Roma-Bari, 2009
Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano, 2001
Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano, 1981
John Kenneth Galbraith, La società opulenta, Boringhieri, Torino, 1960
Amitav Ghosh, La grande cecità: il cambiamento climatico e l’impensabile, Neri Pozza, Vicenza, 2017

The Sun That Divides Servants from Lords
Il Caffè della VerGOGNA – July 8, 2026 Edition
The edict arrived at eleven in the morning, when asphalt already trembled and clubs of heat struck cyclists’ temples. The Mayor of Milan, moved by solicitude that would have made a country parish priest envious, decreed that from half-past twelve until four, delivery riders’ wheels should remain immobile, hanging on walls like relics from a time when one could still breathe without tar melting beneath pedals. Except that income—that silent numen governing lives far more than sun—was not even mentioned in the decree. Unions raised lament smelling of resignation: Manuel Giovanati of Felsa Cisl, with the calmness of one knowing health is luxury for rich, noted precisely during hottest hours riders earn necessary living, therefore people retreat ordering food as if home table became altar. Andrea Bacchin of Nidil Cgil intensified, observing asphalt accumulates heat throughout entire day releasing it even when sun no longer strikes: manual physics truth seeming utterly negligible to those at upper levels. The Municipality offered water and protective equipment, almost like indulgences to display at deathbed, meanwhile deliverers’ wallets emptied. Protection thus became inverted alms: I remove your work to save you, and you thank me.
During same hours, vastly distant from those gateways where riders sought shade, Persian missiles traced Gulf skies and United States President, when seated at banquet in Turkish land, decided striking Iran with fury he defined four or five times more extensive than previous. Revolutionary Guards responded hitting American bases in Kuwait and Bahrain, and Iranian commander Ghalibaf thundered bullying era ended. Those booming words, yet steeped rhetoric last century already consumed to rope end. While drones fell and radars panicked, NATO chiefs gathered beneath golden Ankara roof, where host Recep Tayyip Erdogan dispensed smiles and F-35s as if wedding confetti.
He seated at White House, when setting foot in Turkish airport, found building bearing his name: cathedral erected to himself, whence drawing auspices for following hours. At press conference beside Erdogan, poured upon European allies contempt of one believing friendship measured in barrels oil. Threatened withdrawing all troops from Europe; claimed Greenland as if family plot; prophesied continent’s end should it neglect immigration and energy. United Kingdom, guilty denying aid against Iran war, received whipping, and resigning Prime Minister Starmer dismissed as ghost already outside History’s door. To three great Western European powers, who with various tones declined invitation participating in military adventure, collective scolding befell. Rome responded with graceful denial, Berlin entrenched behind silences, Paris shrugged shoulders as only roosters can do; each declining invitation its own way, but president’s wrath descended upon all with equal fury, although himself admitting United States needs no damned Hormuz Strait, possessing more oil than anyone else, Venezuela included.
Prime Minister Meloni, until few hours previously branded ungrateful, simply declared relations with Trump cordial, almost treating him like neighbor sharing sugar. They sat same table during dinner, and when reporters asked if clarification occurred, she replied with dry “I already answered you,” implying diplomacy feeds tightened smiles and swordfish courses. Minister Tajani, with phlegm of butler reassuring guests after earthquake, explained relations with United States solid, and Minister Crosetto praised beauty of Turkish Defense palace, perhaps hoping sun never sets on Italian-American friendship. Beyond jokes and declarations, they repeated, nothing scratches alliance. Yet while toasts raised, Milan riders stayed unpaid, missiles fell on military installations, planet asphalt continued releasing reflected heat.
Coffee turned cold. Outside, world boils. Inside, powerful exchange bows promises, as if table happy island where thermodynamics laws pity no longer apply. Wonder if riders, shadows their doorways, ever tasted shame coffee.
Bibliography
Zygmunt Bauman, Liquid Modernity, Polity Press, Cambridge, 2000
Guy Standing, The Precariat: The New Dangerous Class, Bloomsbury, London, 2011
Naomi Klein, The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism, Metropolitan Books, New York, 2007
Michael Walzer, Just and Unjust Wars, Basic Books, New York, 2006
Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, Penguin, London, 1994
Elias Canetti, Crowds and Power, Farrar Straus Giroux, New York, 1984
John Kenneth Galbraith, The Affluent Society, Mariner Books, Boston, 1998
Amitav Ghosh, The Great Derangement: Climate Change and the Unthinkable, University of Chicago Press, Chicago, 2016
RVSCB – Archive of Uncomfortable Truths, July 8, 2026
“I am not interested in being loved. I am interested in being read after they have hated me.”



















