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Il flamenco negato e il mondo in cenere

Caffè della VerGOGNA. edizione del 13 Luglio 2026

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
13 Luglio 2026
in Editoriale
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Il flamenco negato e il mondo in cenere
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Caffè della VerGOGNA. edizione del 13 Luglio 2026

A Cagliari, nel quartiere di Mulinu Becciu, un uomo di cinquantadue anni si presentò all’ingresso di una scuola di danza con un fucile calibro dodici regolarmente detenuto. Aveva tentato, già nei giorni precedenti, di iscriversi a un corso di flamenco.

L’insegnante lo aveva respinto, e il rifiuto, quel mattino di domenica, gli era apparso come un muro insormontabile contro cui scaraventare tutta la propria disperazione. Sollevò l’arma, esplose un colpo verso la donna, che miracolosamente riuscì a fuggire all’interno dell’edificio insieme a una testimone. Poi, sull’uscio della scuola, l’uomo rivolse la canna verso di sé e fece fuoco una seconda volta. La cronaca, con la sua consueta secchezza, ci informa che il cadavere giaceva davanti all’ingresso quando le volanti arrivarono. La scuola di danza, con le sue lezioni di flamenco interrotte per sempre, restava muta sotto il sole sardo, testimone di una solitudine che aveva scelto la via più radicale per farsi vedere.

La notizia, letta di primo mattino, mi ha costretto a posare la tazzina del caffè. Non per la spettacolarità del gesto — il delitto seguito dal suicidio è, purtroppo, un canovaccio fin troppo collaudato — ma per il dettaglio del flamenco. Quale abisso si spalancava nell’animo di un uomo che, giunto alla mezza età, decideva di iscriversi a un corso di danza andalusa, e al rifiuto opponeva la logica definitiva del piombo? Forse cercava un ultimo appiglio, un modo per sfuggire a una vita che gli si era stretta addosso come un abito troppo corto. Forse immaginava che il battito delle mani e il tacco delle scarpe potessero coprire, almeno per un’ora, il rumore di fondo della propria esistenza. Il rifiuto, invece, lo ha ricacciato nel silenzio, e dal silenzio è nato il fragore del calibro dodici.

Nelle stesse ore, oltremodo lontano da quel marciapiede sardo, un altro fuoco divorava la notte. A Bangkok, il locale «Rong Beer Na Lat Phrao» veniva inghiottito dalle fiamme in pochi minuti. Ventisette corpi senza vita, sessantatré feriti, ventidue in condizioni critiche. Il governatore Chadchart Sittipunt parlava di inalazione di fumo come causa principale dei decessi, e aggiungeva un particolare agghiacciante: diverse vittime erano state trovate ammassate vicino a un’uscita di sicurezza, verosimilmente ostruita. Anche qui, una porta che avrebbe dovuto aprirsi e che invece è rimasta chiusa. Il fuoco, in fondo, non fa distinzioni: si propaga veloce, cerca il soffitto, e quando trova un’uscita sbarrata non perdona.

E ancora, come se il pianeta avesse deciso di concedersi una sinfonia di distruzione, la guerra tra Stati Uniti e Iran proseguiva la sua escalation. Il Centcom annunciava il terzo ciclo di attacchi in una settimana, colpendo postazioni radar, sistemi di difesa aerea, imbarcazioni dei Pasdaran. Per la prima volta venivano impiegati droni marini d’attacco a sola andata, un eufemismo tecnico per descrivere siluri intelligenti che solcano le onde fino a trovare il bersaglio. I Guardiani della Rivoluzione rispondevano lanciando missili contro basi americane in Giordania, Bahrein e Kuwait. L’esercito giordano abbatteva quattro ordigni entrati nel proprio spazio aereo. A Mahshahr, nell’Iran sud-occidentale, un missile americano centrava una stazione di pompaggio dell’acqua agricola: un morto, quattro feriti. La guerra, quando non colpisce generali o petroliere, si accanisce contro le condutture dell’irrigazione.

Il flamenco di Cagliari, l’uscita di sicurezza sbarrata di Bangkok, i droni marini nello Stretto di Hormuz: tre scene che apparentemente non hanno nulla in comune, e che pure disegnano la stessa mappa. Quella di un mondo in cui le porte si chiudono — per un corso di danza, per una via di fuga, per un negoziato diplomatico — e dietro ogni porta sbarrata si accumula una pressione che prima o poi esplode. Il cinquantaduenne sardo non era un terrorista, né un soldato. Era un uomo che voleva imparare a ballare il flamenco, e che davanti al rifiuto ha scelto la soluzione più atroce, l’unica che lo rendesse, per un istante, padrone del proprio destino. Morire uccidendo, o almeno tentando di uccidere, per non scomparire senza lasciare traccia. Un gesto che non ha nulla di eroico, e che pure racconta la stessa disperazione di chi, a Bangkok, spingeva contro un’uscita che non si apriva.

Intanto, a Kiev, Volodymyr Zelensky annunciava un rimpasto di governo per accompagnare una nuova strategia politica. Ringraziava la premier Yulia Svyrydenko e le offriva un incarico non meglio precisato presso un partner chiave. L’Ucraina attendeva i missili Patriot da produrre in patria, e si preparava a un inverno che si annunciava, ancora una volta, gelido e oscuro. Anche qui, una porta che si chiudeva per aprirne un’altra, ma con la consapevolezza che gli attori sulla scena cambiano, mentre il copione resta sempre lo stesso: resistere, sopravvivere, sperare che la primavera arrivi prima del prossimo bombardamento.

Il caffè della vergogna, stamattina, sapeva di polvere e di fumo. L’estate rovente proseguiva il suo assedio, e le notizie si accumulavano come i corpi vicino all’uscita di sicurezza. Verrebbe da chiedersi quante porte sbarrate possa sopportare un uomo, o una nazione, o un intero pianeta, prima di imbracciare l’equivalente di un calibro dodici e puntarlo contro il primo bersaglio disponibile. La scuola di danza di Cagliari, con le sue finestre chiuse e il nastro bianco e rosso della polizia a delimitare l’ingresso, resterà lì a ricordarcelo.

Albert Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano, 1947
Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano, 1981
James Hillman, Il suicidio e l’anima, Adelphi, Milano, 1999
Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano, 2003
Svetlana Aleksievič, La guerra non ha volto di donna, Bompiani, Milano, 2015
Ernst Jünger, Nelle tempeste d’acciaio, Guanda, Parma, 1990
Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Mondadori, Milano, 1904
Eugenio Montale, Satura, Mondadori, Milano, 1971

Flamenco Denied and the World in Ash

Il Caffè della VerGOGNA – July 13, 2026 Edition

In Cagliari, in the Mulinu Becciu quarter, a fifty-two-year-old man appeared at the entrance of a dance school with a twelve-gauge shotgun regularly registered. He had already attempted in preceding days to enroll in a flamenco course. The instructor had rejected him, and the refusal, that Sunday morning, seemed to him as an insurmountable wall against which to hurl all his desperation. He raised the weapon, fired a shot toward the woman, who miraculously managed escaping inside the building together with a witness. Then, on the doorstep of the school, the man turned the barrel toward himself and fired a second time. The chronicle, with its customary terseness, informs us that the corpse lay before the entrance when patrol cars arrived. The dance school, with its flamenco lessons interrupted forever, remained mute under the Sardinian sun, witness to loneliness that chose the most radical path to make itself seen.

The news, read early morning, compelled me setting down my coffee cup. Not for spectacularity of gesture — crime followed by suicide is, unfortunately, a far too tested script — but for the detail of flamenco. What abyss opened within the soul of a man who, reaching middle age, decided enrolling in an Andalusian dance course, and opposed refusal with ultimate logic of lead? Perhaps he sought last foothold, a way escaping life that had tightened around him like jacket too short. Perhaps he imagined beat of hands and heel of shoes could cover, at least for an hour, background noise of his existence. Refusal instead pushed him back into silence, and from silence was born roar of twelve-gauge.

During same hours, vastly distant from that Sardinian sidewalk, another fire devouring night. In Bangkok, the “Rong Beer Na Lat Phrao” club swallowed flames in few minutes. Twenty-seven lifeless bodies, sixty-three injured, twenty-two in critical condition. Governor Chadchart Sittipunt spoke smoke inhalation as main cause of deaths, added chilling detail: several victims found piled near safety exit, presumably obstructed. Also here, door that should open instead remained closed. Fire, at bottom, makes no distinctions: spreads quickly, seeks ceiling, and finding barred exit forgives nothing.

And again, as if planet decided granting itself symphony destruction, war between United States Iran continued its escalation. CENTCOM announced third cycle attacks week, striking radar posts, air defense systems, Pasdaran vessels. For first time employed marine attack one-way drones, technical euphemism describing intelligent torpedoes traversing waves until finding target. Revolutionary Guards responded launching missiles against American bases Jordan, Bahrain Kuwait. Jordanian army shot down four ordnances entering its airspace. In Mahshahr, southwestern Iran, American missile hit agricultural water pumping station: one dead, four injured. War, when not striking generals or tankers, rages against irrigation pipelines.

Cagliari flamenco, Bangkok barred safety exit, marine drones Hormuz Strait: three scenes apparently nothing common, yet drawing same map. That world wherein doors close — for dance course, escape route, diplomatic negotiation — and behind each barred door accumulating pressure sooner later explodes. Fifty-two-year-old Sardinian not terrorist nor soldier. Man wanting learn flamenco, refusal chose most atrocious solution, only one making him, instant, master own destiny. Die killing, or at least attempting kill, disappearing leaving no trace. Gesture nothing heroic, yet telling same desperation one Bangkok pushing exit not opening.

Meanwhile, in Kiev, Volodymyr Zelensky announced cabinet reshuffle accompanying new political strategy. Thanking Prime Minister Yulia Svyrydenko offering her unspecified position at key partner. Ukraine awaiting domestically-produced Patriot missiles, preparing winter announcing once again cold dark. Also here, door closing opening another, yet with awareness actors changing stage while script remains same: resist, survive, hope spring arrives before next bombardment.

Shame coffee this morning tasted powder smoke. Scorching summer continuing siege, news accumulating bodies near safety exit. Would ask how many barred doors man, nation, whole planet endure before taking equivalent twelve-gauge pointing first available target. Dance school Cagliari, closed windows red-white police tape delimiting entrance, remaining there reminding us.

Bibliography

Albert Camus, The Myth of Sisyphus, Bompiani, Milan, 1947

Elias Canetti, Crowds and Power, Adelphi, Milan, 1981

James Hillman, Suicide and the Soul, Shambhala, Boston, 1999

Susan Sontag, Regarding the Pain of Others, Mondadori, Milan, 2003

Svetlana Alexievich, The Unwomanly Face of War, Bompiani, Milan, 2015

Ernst Jünger, Storm of Steel, Guanda, Parma, 1990

Luigi Pirandello, The Late Mattia Pascal, Mondadori, Milan, 1904

Eugenio Montale, Satura, Mondadori, Milan, 1971

RVSCB – Archive of Uncomfortable Truths, July 13, 2026

“I am not interested in being loved. I am interested in being read after they have hated me.”

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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