Caffè della VerGOGNA – edizione del 31 Luglio 2026
A trentasei anni esatti da quel pomeriggio d’agosto in cui Simonetta Cesaroni fu massacrata con ventinove coltellate in un ufficio di via Poma, la procura di Roma ha disposto l’analisi del DNA di sette persone mai indagate prima. Cinque uomini e due donne, scrive «Repubblica»: cinque professionisti, di cui uno di altissimo livello, e due figure molto vicine a chi lavorava in quegli uffici.
I Ris dei carabinieri hanno ricevuto l’incarico di un accertamento tecnico irripetibile, e ora i profili genetici di queste sette persone verranno comparati con le tracce estratte dai reperti del 1990, nella speranza che un frammento infinitesimale possa restituire un nome rimasto nascosto per più di tre decenni. Il delitto di via Poma è una ferita che la capitale non ha mai smesso di grattare, un enigma che ha divorato inquirenti, testimoni, sospettati e innocentisti con la stessa voracità con cui il tempo consuma le carte processuali. Ora la scienza prova dove la memoria ha fallito, e forse, in una provetta, si nasconde la verità che trentasei anni di indagini non hanno saputo trovare.
Mentre i carabinieri maneggiavano pipette e sequenziatori, il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha continuato ad allargarsi come una macchia d’olio su una tovaglia già sporca. L’Arabia Saudita, che fino a ieri aveva evitato di esporsi in prima persona, ha rotto gli indugi e ha affiancato Washington nei raid contro le milizie filo-iraniane in Iraq: venti morti, trentadue feriti, e un messaggio inequivocabile a Teheran. I Guardiani della Rivoluzione hanno risposto lanciando missili contro una base americana in Giordania, e un drone ha colpito una metaniera statunitense nel porto egiziano di Damietta. Il Kuwait ha registrato la morte di un dipendente cinese dopo un raid iraniano. La guerra non è più un duello tra due avversari, ma una rissa da saloon in cui chiunque abbia un conto in sospeso si alza dal tavolo e impugna la pistola. L’Iraq, schiacciato tra le milizie filo-iraniane e le pressioni americane, ha visto il proprio premier cancellare la visita a Riad, mentre Hezbollah violava il cessate il fuoco in Libano e il Pentagono contava diciotto soldati morti e seicento feriti. Trump, incalzato dalle elezioni di metà mandato, vorrebbe uscire da questa guerra impopolare, ma la escalation rischia di far schizzare il prezzo del petrolio e l’inflazione, e i negoziati di pace sono arenati in un pantano di diffidenza reciproca. «Sembra quasi che entrambe le parti continuino a lanciare attacchi militari da una posizione di debolezza», ha spiegato Dana Stroul, ex funzionaria del Pentagono, consegnando alla stampa una diagnosi che suona come un epitaffio.
Mentre i missili solcavano il Golfo, a Ceuta si consumava la peggiore crisi migratoria dal 2021. Migliaia di giovani marocchini, intere famiglie con bambini, hanno attraversato a nuoto il frangiflutti di Tarajal o hanno costeggiato a piedi la recinzione di confine, senza che le autorità marocchine e spagnole li fermassero. La Spagna ha inviato l’esercito, Madrid ha promesso il rimpatrio di tutti gli ingressi illegali, ma nel tardo pomeriggio la frontiera era ancora un colabrodo. L’Italia, nel frattempo, ha cominciato a valutare la sospensione dello spazio Schengen con la Spagna, un provvedimento che, se adottato, segnerebbe la più grave lacerazione dell’area di libera circolazione europea dalla sua nascita. La crisi del 2021, innescata da una ritorsione diplomatica del Marocco dopo l’accoglienza spagnola del leader sahariano Brahim Ghali, si concluse con un cambio di governo a Rabat e con un tragico assalto alla frontiera di Melilla l’anno successivo, in cui morirono trentasette persone. Oggi lo spettro di quell’estate è tornato, e le acque dello Stretto si sono nuovamente riempite di corpi: dieci annegati in ventiquattr’ore, trentotto dall’inizio dell’anno. La frontiera meridionale dell’Europa è un cimitero liquido, e il patto di Schengen rischia di diventare l’ennesima vittima di una politica migratoria che nessuno sa più governare.
Il caffè della vergogna, stamattina, ha il retrogusto metallico del sangue e della salsedine. Una ragazza uccisa trentasei anni fa attende ancora un nome, una guerra si nutre di cadaveri e di sanzioni, e un esercito di disperati nuota verso una spiaggia che forse li respingerà. La scienza cerca risposte nel DNA, la diplomazia annaspa nel petrolio, e il Mediterraneo continua a inghiottire uomini e promesse.
Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi, Milano, 1966
Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione, Laterza, Roma-Bari, 1999
Amin Maalouf, Le crociate viste dagli arabi, La Nave di Teseo, Milano, 2019
Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano, 1981
Joseph Conrad, Cuore di tenebra, Einaudi, Torino, 1999
Alessandro Barbero, Il divano di Istanbul, Sellerio, Palermo, 2011
Michel Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano, 1998
Tucidide, La guerra del Peloponneso, Mondadori, Milano, 1989

DNA Traces, Gunpowder, and the Liquid Border
Caffè della VerGOGNA. Edition of July 31, 2026
Exactly thirty-six years after that August afternoon when Simonetta Cesaroni was massacred with twenty-nine stab wounds in an office on Via Poma, the Rome prosecutor’s office has ordered DNA analysis of seven individuals never previously investigated. Five men and two women, reports Repubblica: five professionals—one of very high standing—and two figures closely connected to those who worked in those offices. The Carabinieri’s RIS forensic unit has been tasked with a non-repeatable technical assessment, and the genetic profiles of these seven individuals will now be compared against traces extracted from the 1990 case evidence, in the hope that an infinitesimal fragment might yield a name concealed for more than three decades. The Via Poma murder is a wound the capital has never stopped scratching, an enigma that devoured investigators, witnesses, suspects, and innocence advocates with the same voracity with which time consumes case files. Now science attempts what memory failed to deliver, and perhaps, in a test tube, hides the truth that thirty-six years of investigations could not uncover.
While Carabinieri handled pipettes and sequencers, the conflict between the United States and Iran continued to spread like an oil stain on an already soiled tablecloth. Saudi Arabia, which until yesterday had avoided exposing itself directly, broke its hesitation and joined Washington in raids against pro-Iranian militias in Iraq: twenty dead, thirty-two wounded, and an unequivocal message to Tehran. The Revolutionary Guard responded by launching missiles against an American base in Jordan, and a drone struck a U.S. methane tanker in the Egyptian port of Damietta. Kuwait recorded the death of a Chinese employee following an Iranian raid. The war is no longer a duel between two adversaries but a saloon brawl in which anyone with an outstanding grievance rises from the table and draws a pistol. Iraq, squeezed between pro-Iranian militias and American pressure, saw its prime minister cancel his visit to Riyadh, while Hezbollah violated the ceasefire in Lebanon and the Pentagon tallied eighteen soldiers dead and six hundred wounded. Trump, pressured by midterm elections, would like to exit this unpopular war, but escalation risks sending oil prices and inflation surging, and peace negotiations are stranded in a quagmire of mutual distrust. “It almost seems as though both sides continue to launch military attacks from a position of weakness,” explained Dana Stroul, a former Pentagon official, delivering to the press a diagnosis that sounds like an epitaph.
As missiles crisscrossed the Gulf, Ceuta was gripped by the worst migration crisis since 2021. Thousands of young Moroccans, entire families with children, swam across the Tarajal breakwater or skirted the border fence on foot, unhindered by Moroccan or Spanish authorities. Spain deployed the army, Madrid pledged the repatriation of all illegal entrants, but by late afternoon the frontier was still a sieve. Italy, meanwhile, began evaluating the suspension of the Schengen area with Spain—a measure that, if adopted, would mark the gravest rupture of the European free-movement zone since its inception. The 2021 crisis, triggered by Moroccan diplomatic retaliation following Spain’s hosting of Sahrawi leader Brahim Ghali, ended with a change of government in Rabat and a tragic assault on the Melilla border the following year, in which thirty-seven people died. Today the specter of that summer has returned, and the waters of the Strait have again filled with bodies: ten drowned in twenty-four hours, thirty-eight since the start of the year. Europe’s southern frontier is a liquid cemetery, and the Schengen Agreement risks becoming yet another casualty of a migration policy no one can govern anymore.
This morning’s coffee of shame has the metallic aftertaste of blood and sea salt. A girl murdered thirty-six years ago still awaits a name, a war feeds on corpses and sanctions, and an army of desperate souls swims toward a beach that may turn them back. Science seeks answers in DNA, diplomacy flounders in oil, and the Mediterranean keeps swallowing men and promises.
Leonardo Sciascia, To Each His Own, Adelphi, Milan, 1966
Zygmunt Bauman, In Search of Politics (Globalization and Its Discontents), Laterza, Rome-Bari, 1999
Amin Maalouf, The Crusades Through Arab Eyes, La Nave di Teseo, Milan, 2019
Elias Canetti, Crowds and Power, Adelphi, Milan, 1981
Joseph Conrad, Heart of Darkness, Einaudi, Turin, 1999
Alessandro Barbero, The Istanbul Divan, Sellerio, Palermo, 2011
Michel Foucault, Society Must Be Defended, Feltrinelli, Milan, 1998
Thucydides, History of the Peloponnesian War, Mondadori, Milan, 1989

















