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Il confine e il sesto piano

Caffè della VerGOGNA - edizione del 16 Agosto 2026

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
16 Agosto 2026
in Editoriale
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Il confine e il sesto piano
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Caffè della VerGOGNA – edizione del 16 Agosto 2026

Sono arrivati a Fnideq con la speranza che il Ferragosto spagnolo avesse aperto una breccia nella frontiera, e invece hanno trovato i manganelli e i furgoni della polizia marocchina. Duecentonovantaquattro candidati all’emigrazione irregolare sono stati fermati sabato mattina nei boschi sopra l’enclave di Ceuta, duecentoquarantotto subsahariani e quarantasei marocchini, mentre altri fuggivano tra gli alberi come selvaggina.

 

Abdessamad Dawad, ventidue anni, sudanese, ha spiegato all’Afp che il suo Paese è devastato dall’insicurezza e che l’unico modo per sopravvivere è attraversare il Mediterraneo. Un altro sudanese, Chams Edine Yakoub, ha giurato che a Ceuta e in Europa le persone sono assistite meglio, che laggiù c’è lavoro, denaro, alloggio. «Qui non c’è assolutamente nulla», ha detto, e la frase suona come una condanna per chiunque creda ancora che il confine sia soltanto una linea sulla carta. Le autorità marocchine hanno arrestato sessantun persone che sui social incitavano alla partenza, promettendo varchi aperti il quindici agosto. I varchi sono rimasti chiusi, il richiamo è finito in manette, e il mare ha ingoiato almeno novantun vite, forse centoquarantuno secondo le organizzazioni locali. La verità annegata non la conterà nessuno.

A migliaia di chilometri, sulla costa orientale di Flores, la terra ha rifiutato di restare ferma. Un terremoto di magnitudo 7.7 ha ucciso quarantasette persone, ne ha ferite cinquanta, ha fatto crollare centosessanta case e decine di scuole e ambulatori. Duemila sfollati dormono all’aperto, le strade sono bloccate dalle frane, le comunicazioni interrotte. L’allerta tsunami è stata revocata, ma le autorità invitano a tenersi lontani dagli edifici lesionati, e un’altra scossa di magnitudo 6.1 ha continuato a scuotere l’isola. L’Europa ha offerto i satelliti Copernicus, «i nostri occhi nel cielo», come ha scritto Ursula von der Leyen, e forse quegli occhi serviranno a trovare i dispersi ancora sepolti sotto le macerie. Nel 1992 un terremoto simile uccise duemilacinquecento persone in quelle stesse acque, e nel 2004 lo tsunami di Sumatra ne inghiottì centosettantamila. La memoria dei disastri non salva, ma insegna a scavare.

A Genova, in largo San Francesco da Paola, un ragazzo di ventisei anni ha ferito la sorella diciottenne con un coltello da cucina e poi si è gettato dalla finestra del sesto piano. È morto sul colpo; la giovane è ricoverata in condizioni non gravi. A Benevento, in una villetta di Sant’Angelo a Cupolo, un uomo di settantacinque anni ha ucciso la moglie al culmine di una lite e ha tentato di tagliarsi le vene. È stato arrestato, la donna è morta sul posto. Due tragedie domestiche in due regioni diverse, consumate nel giro di un pomeriggio, come se il calendario di agosto avesse deciso di portare in superficie tutto il dolore che le case custodiscono. Il coltello da cucina resta l’arma più usata dai mariti e dai fratelli, e i balconi, a volte, si trasformano nell’ultimo gesto di un’esistenza che non trova più un interlocutore.

A Lugano, in Svizzera, cinque persone sono state diffidate dall’uso di saune e strutture comunali dopo aver consumato un rapporto sessuale di gruppo in una piscina coperta e aver premuto per sbaglio il pulsante d’emergenza. I soccorritori sono arrivati per prestare aiuto e si sono trovati davanti a una scena che il sindaco ha definito «atti gravi che non si compiono in luogo pubblico». La diffida impedirà loro di tornare a fare certe cose, e la cronaca, per una volta, ha offerto un sorriso in un giorno di confine, di macerie e di sangue. L’assurdità svizzera ha il pregio di ricordarci che la colpa e il ridicolo abitano spesso la stessa stanza.

Il caffè della vergogna, stamattina, sa di polvere e di salsedine, di coltelli da cucina e di vapore acqueo. Il Mediterraneo ingoia i disperati che premevano sul confine, l’Indonesia scava tra le macerie, le famiglie italiane si squarciano in un pomeriggio d’agosto, e a Lugano qualcuno preme un pulsante d’emergenza per sbaglio. C’è chi annega, chi precipita, chi accoltella, chi viene diffidato. E c’è sempre un confine, una linea che separa la salvezza dalla rovina.

Emilio Lussu, Un anno sull’altopiano, Einaudi, Torino, 1938
Amitav Ghosh, La grande cecità, Neri Pozza, Vicenza, 2017
Zygmunt Bauman, Vite di scarto, Laterza, Roma-Bari, 2005
Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano, 1964
Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986
Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono, Edizioni E/O, Roma, 2002
Jared Diamond, Collasso, Einaudi, Torino, 2005
Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano, 2003

The Border and the Sixth Floor Coffee of SHAME. Edition of August 16, 2026

They arrived in Fnideq hoping that Spanish Ferragosto had opened a breach in the border, but instead found batons and vans of Moroccan police. Two hundred ninety-four candidates for irregular migration were stopped Saturday morning in the woods above the enclave of Ceuta, two hundred forty-eight Sub-Saharan Africans and forty-six Moroccans, while others fled through the trees like game. Abdessamad Dawad, twenty-two, Sudanese, explained to AFP that his country is devastated by insecurity and that the only way to survive is to cross the Mediterranean. Another Sudanese, Chams Edine Yakoub, swore that in Ceuta and Europe people are better assisted, that down there there is work, money, housing. “There is absolutely nothing here,” he said, and the phrase sounds like a condemnation for anyone who still believes the border is merely a line on paper. Moroccan authorities arrested sixty-one people who on social media were inciting departure, promising open passages on August fifteenth. The passages remained closed, the appeal ended in handcuffs, and the sea swallowed at least ninety-one lives, perhaps one hundred forty-one according to local organizations. The drowned truth will count for no one.

Thousands of kilometers away, on the eastern coast of Flores, the earth refused to remain still. A magnitude 7.7 earthquake killed forty-seven people, injured fifty, collapsed one hundred sixty houses and dozens of schools and clinics. Two thousand displaced persons sleep outdoors, roads are blocked by landslides, communications interrupted. The tsunami alert was revoked, but authorities urge staying away from damaged buildings, and another magnitude 6.1 aftershock continued to shake the island. Europe offered Copernicus satellites, “our eyes in the sky,” as Ursula von der Leyen wrote, and perhaps those eyes will serve to find the disappeared still buried beneath rubble. In 1992 a similar earthquake killed two thousand five hundred people in those same waters, and in 2004 the Sumatra tsunami swallowed one hundred seventy thousand. Disaster memory does not save, but teaches how to dig.

In Genoa, in Largo San Francesco da Paola, a twenty-six-year-old man stabbed his eighteen-year-old sister with a kitchen knife and then threw himself from the sixth-floor window. He died instantly; the young woman is hospitalized in non-serious condition. In Benevento, in a villa in Sant’Angelo a Cupolo, a seventy-five-year-old man killed his wife at the height of an argument and attempted to cut his veins. He was arrested, the woman died on the spot. Two domestic tragedies in two different regions, consumed within a single afternoon, as if the August calendar had decided to bring to the surface all the pain that houses guard. The kitchen knife remains the most used weapon by husbands and brothers, and balconies, sometimes, transform into the final gesture of an existence that finds no further interlocutor.

In Lugano, Switzerland, five people were banned from using saunas and municipal facilities after engaging in group sexual activity in an indoor pool and accidentally pressing the emergency button. Rescuers arrived to render aid and found themselves before a scene the mayor defined as “serious acts not committed in public places.” The ban will prevent them from returning to do such things, and the news accounts, for once, offered a smile on a day of borders, rubble, and blood. Swiss absurdity has the merit of reminding us that guilt and ridicule often inhabit the same room.

The Coffee of Shame, this morning, smells of dust and saltwater, of kitchen knives and water vapor. The Mediterranean swallows the desperate pressing at the border, Indonesia digs through rubble, Italian families tear themselves apart on an August afternoon, and someone in Lugano presses an emergency button by accident. Some drown, some plummet, some stab, some get banned. And there is always a border, a line separating salvation from ruin.

Emilio Lussu, A Year on the Plateau, Einaudi, Turin, 1938 Amitav Ghosh, The Great Derangement, Neri Pozza, Vicenza, 2017 Zygmunt Bauman, Wasted Lives, Laterza, Rome-Bari, 2005 Hannah Arendt, The Human Condition, Bompiani, Milan, 1964 Primo Levi, The Drowned and the Saved, Einaudi, Turin, 1986 Elena Ferrante, Days of Abandonment, Edizioni E/O, Rome, 2002 Jared Diamond, Collapse, Einaudi, Turin, 2005 Susan Sontag, Regarding the Pain of Others, Mondadori, Milan, 2003


Robert Von Sachsen Bellony

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