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USA–Iran, la tela di Penelope

Documento in aggiornamento periodico di PaeseRoma destinato a seguire nel tempo l’evoluzione della guerra, della crisi diplomatica e delle trattative che coinvolgono Iran e Stati Uniti e, più in generale, l’intero scenario regionale

Alberto Zei by Alberto Zei
1 Settembre 2026
in Editoriale
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USA–Iran, la tela di Penelope
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Si tratta della sequenza delle dichiarazioni di accordo o di smentita dall’ inizio delle trattative    USA – Iran a cui  verranno aggiunti i nuovi avvenimenti, lasciando intatti quelli precedenti, affinché il lettore possa avere sempre sottomano il polso della situazione  del momento, unitamente alla successione delle decisioni, degli annunci, delle intese raggiunte o soltanto prospettate, delle smentite e delle successive retromarce.   È proprio la lettura consecutiva delle date, infatti, a rendere evidente la caratteristica forse più singolare di questa vicenda: ciò che viene annunciato oggi può essere ridimensionato domani; ciò che sembrava concordato può essere rimesso in discussione poche ore dopo; ciò che appariva superato può improvvisamente tornare al centro della trattativa.

Le altalenanti decisioni – Una continua alternanza di accordi e mancati accordi, ultimatum, aperture e smentite consente così al lettore di verificare, quasi giorno per giorno, quanto rapidamente muti il quadro e quanto ciò che sembrava acquisito possa essere subito dopo modificato, contraddetto o addirittura rovesciato. Di fronte a questo incessante fare e disfare, persino la celebre tela di Penelope, tessuta durante il giorno e disfatta durante la notte, finisce per apparire un paragone insufficiente. Almeno Penelope disfaceva metodicamente ciò che aveva tessuto il giorno precedente. Qui, invece, talvolta si disfa un accordo prima ancora che sia chiaro se sia stato veramente raggiunto. Per questo la cronologia che segue resterà aperta e verrà aggiornata di periodo in periodo: non soltanto per registrare ciò che accade, ma per consentire al lettore di confrontare ciò che viene detto oggi con ciò che, spesso, viene contraddetto il giorno dopo.  Una sorta di memoria permanente della trattativa, nella quale le date finiscono talvolta per essere più eloquenti delle dichiarazioni.

 

Aggiornamento della cronologia dal 12 agosto al 1° settembre 2026

4 febbraio 2025 – “Maximum pressure”, ma apertura a un accordo. Trump ripristina la massima pressione sull’Iran, dichiarando però di preferire un nuovo accordo sul nucleare alla guerra.

7 marzo 2025 -La lettera a Khamenei. Trump rende noto di aver scritto alla Guida suprema proponendo negoziati e prospettando conseguenze militari in caso di rifiuto.

Fine marzo 2025 – Teheran: sì ai contatti indiretti, no ai negoziati diretti. L’Iran respinge la formula americana del negoziato diretto ma lascia aperta la mediazione dell’Oman.

7 aprile 2025 – Trump annuncia “colloqui diretti”. Teheran corregge immediatamente: i colloqui saranno indiretti.

12 aprile 2025 — Primo round in Oman. Witkoff e  Araghchi  negoziano attraverso gli omaniti e hanno anche un breve contatto diretto finale. Entrambe le parti parlano di confronto costruttivo.

19 aprile – Secondo round a Roma. Nuovi segnali positivi e annuncio del passaggio a discussioni tecniche.

26 aprile – Terzo round in Oman. Si entra nel merito del programma nucleare; restano forti divergenze sull’arricchimento dell’uranio.

11 maggio – Quarto round. Washington irrigidisce la posizione sull’arricchimento; Teheran ribadisce che il diritto ad arricchire è non negoziabile.

15 maggio – Trump: “Siamo molto vicini a un accordo”. Teheran raffredda immediatamente l’ottimismo americano e nega che un’intesa sia imminente.

23 maggio – Quinto round a Roma. L’Oman parla di progressi, ma resta irrisolto il nodo fondamentale dell’arricchimento.

Fine maggio–inizio giugno — Proposta americana. Washington trasmette tramite l’Oman una proposta formale; Teheran la considera insufficiente e prepara una controproposta.

13 giugno – Attacco israeliano e negoziato interrotto. Il sesto round previsto per il 15 giugno salta. La diplomazia lascia il posto alla guerra.

19 giugno – Trump si concede “due settimane. Dice che deciderà entro quindici giorni se intervenire militarmente, lasciando formalmente aperta la porta alla diplomazia.

22 giugno – Gli Stati Uniti colpiscono i siti nucleari iraniani. La finestra delle “due settimane” si chiude molto prima.

23–24 giugno – Trump annuncia il cessate il fuoco. Seguono accuse reciproche di violazione, poi la tregua prende sostanzialmente corpo.

Estate–autunno 2025 — Disponibilità a tornare a negoziare, ma a condizioni opposte. Washington continua a evocare un nuovo accordo; Teheran chiede garanzie contro nuovi attacchi e mantiene la propria posizione sull’arricchimento.

Marzo 2026 -Trump parla di trattative segrete. Washington sostiene che siano in corso contatti produttivi e che esistano punti d’intesa; Teheran nega ripetutamente l’esistenza di negoziati diretti.

23–25 marzo – Il paradosso dei “negoziati che non esistono”. Emergono indiscrezioni su canali indiretti; esponenti iraniani negano i contatti diretti e ironizzano sulla versione americana.

30 marzo – Trump: Teheran avrebbe accettato gran parte delle richieste USA. L’Iran contesta nuovamente la ricostruzione americana dei progressi raggiunti.

Aprile — Colloqui ad alto livello, ma nessuna intesa. Dopo un incontro a Islamabad, Trump lascia intendere che altri colloqui diretti siano vicini; il 18 aprile Teheran replica che non è stata fissata alcuna data.

14 giugno – Memorandum per fermare la guerra e riaprire il negoziato nucleare. Si delinea un’intesa provvisoria destinata, almeno nelle intenzioni, a fermare le operazioni militari e riaprire un percorso negoziale.

29 giugno – Trump: “Domani ci incontriamo a Doha”. Annuncia l’arrivo di Witkoff e Kushner per incontrare gli iraniani. Teheran replica: nessun incontro con gli americani è programmato.

10 luglio – Trump: “L’Iran ci ha chiesto di continuare i colloqui”. Washington accetta, ma Trump dichiara contemporaneamente concluso il cessate il fuoco.

10–11 luglio – Teheran nega di avere chiesto nuovi colloqui. Ancora una volta: annuncio americano, smentita iraniana, nuova versione americana.

Fine luglio – Nuova mediazione su tregua e Stretto di Hormuz. Oman e altri interlocutori regionali lavorano a una nuova sospensione delle ostilità; Washington sostiene il negoziato ma continua a minacciare nuovi attacchi.

28 luglio – I mediatori parlano di “progressi”. Contemporaneamente Trump avverte che le operazioni militari americane possono riprendere.

1–2 agosto – Trump sospende nuovi attacchi. Dice di voler concedere tempo per raggiungere rapidamente un’intesa sul nucleare e sullo Stretto di Hormuz.

2–3 agosto – Nuovo cortocircuito. Trump collega la sospensione degli attacchi ai progressi diplomatici; Teheran contesta la versione secondo cui avrebbe chiesto agli Stati Uniti di fermarsi e distingue i colloqui con l’Oman dai negoziati con Washington.

3–4 agosto – “Accordo Hormuz” vicino, ma nessun negoziato diretto. Circolano indicazioni di un’intesa Iran–Oman sulla navigazione nello Stretto; Teheran insiste sul fatto che il dossier Hormuz non equivale a un accordo politico con gli Stati Uniti.

7–8 agosto – Washington: accordo sullo Stretto vicino. Gli Stati Uniti sostengono di aspettarsi a breve un’intesa su Hormuz e si dicono disponibili, in quel quadro, ad alleggerire alcune misure contro l’Iran.

8 agosto – Teheran: possibile accordo con l’Oman, ma non significa riapertura automatica di Hormuz. Ancora una distinzione tra mediazione regionale e trattativa diretta con Washington.

9 agosto 2026 – L’ultimo pronunciamento di oggi,  è del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Ed è piuttosto netto: l’Iran non avvierà colloqui diretti con gli Stati Uniti finché Washington, secondo Teheran, continuerà a violare l’accordo provvisorio di giugno. Araghchi precisa però che i contatti indiretti attraverso mediatori continuano.

10 agosto 2026 –  Dalle trattative alla disputa sui risarcimenti. L’Iran pone fra le condizioni per la normalizzazione e la riapertura dello Stretto di Hormuz la fine del blocco americano, la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei beni iraniani congelati e un risarcimento per i danni di guerra. Trump respinge la richiesta e la rovescia: sostiene che la questione dei risarcimenti non fosse mai stata posta nei precedenti negoziati e annuncia che saranno invece gli USA a chiedere risarcimenti all’Iran per le vittime americane attribuite ad azioni iraniane o di gruppi sostenuti da Teheran.

11 agosto 2026 – La trattativa si complica sui risarcimenti. Trump trasforma la richiesta iraniana di compensazione per i danni di guerra in una contro-richiesta americana: anche l’Iran, sostiene, dovrebbe risarcire vittime e danni attribuiti per decenni a Teheran. L’Iran mantiene invece le proprie condizioni per la normalizzazione: risarcimenti per i danni subiti, rimozione delle sanzioni e cambiamento della politica americana. Il dossier Hormuz resta quindi bloccato.

12 agosto 2026  – Trump: “controlliamo Hormuz”; Iran: “non è vero”. Trump afferma che gli Stati Uniti hanno il “controllo totale” dello Stretto di Hormuz, arrivando a suggerire che potrebbero mantenerlo. Teheran respinge la dichiarazione e ribadisce che lo Stretto resterà chiuso finché Washington non soddisferà le condizioni iraniane e non cambierà comportamento.

13 agosto 2026 – Dalla trattativa alla minaccia di isolamento totale. Il segretario al Tesoro Scott Bessent annuncia contro l’Iran misure economiche “mai viste” e sostiene che gli Stati Uniti possono mantenere a lungo il blocco navale, impedendo di fatto il normale accesso ai porti iraniani. La pressione economica comincia così a sostituire apertamente il negoziato.

14 agosto 2026 – Trump alza ancora il tiro su Hormuz. Dopo aver rivendicato il controllo americano dello Stretto, arriva ad annunciare che, una volta “sconfitto” l’Iran, potrebbe dichiarare Hormuz territorio degli Stati Uniti. Teheran replica che lo Stretto “è iraniano e resterà iraniano”.

15 agosto 2026 – Teheran: i messaggi non sono negoziati. Araghchi precisa che Qatar e Pakistan stanno effettivamente trasmettendo comunicazioni tra Iran e Stati Uniti, ma che questo non significa che siano ripresi i colloqui. Le trattative con l’Oman riguardano invece esclusivamente una possibile rotta marittima attraverso Hormuz. Ancora una volta: contatti sì, negoziato no.

17 agosto 2026 – Scade senza accordo la finestra dei sessanta giorni prevista dall’intesa provvisoria di giugno. Teheran avverte che, se Washington non rispetterà entro poche settimane gli impegni che l’Iran ritiene previsti dal memorandum, potrebbe passare dalla pressione diplomatica all’azione militare per rompere il blocco americano. L’accordo destinato a portare alla pace produce dunque un nuovo ultimatum.

18 agosto 2026 – Trump: nessun colloquio in corso e nessun incontro programmato. Quasi contemporaneamente Jared Kushner parla però di comunicazioni molto intense con esponenti iraniani. Anche su Hormuz le versioni restano opposte: Washington lo dichiara aperto e sminato; Teheran sostiene che resterà chiuso fino al rispetto delle condizioni poste agli Stati Uniti.

19 agosto 2026 – La diplomazia sembra scomparsa, ma le condizioni per la diplomazia continuano a moltiplicarsi. Washington e Teheran concordano almeno su una cosa: negano che siano in corso veri negoziati. Intanto il traffico attraverso Hormuz rallenta nuovamente e dichiarazioni, minacce e incidenti militari continuano ad accumularsi.

24 agosto 2026 – Washington lancia l’“Operation Economic Outcast”. Il Tesoro americano definisce l’iniziativa un vero “D-Day economico”: nuove sanzioni contro decine di soggetti iraniani e minaccia di sanzioni secondarie contro società e Paesi che continuino ad aiutare economicamente Teheran. Dopo la pressione militare arriva quindi quella finanziaria, con l’obiettivo dichiarato di isolare l’Iran fino a costringerlo a cedere.

  25–26 agosto 2026 – Accordo Iran–Oman su Hormuz: quasi fatto, ma non ancora. Le parti lavorano a un corridoio temporaneo per la navigazione e a modalità di sminamento dello Stretto. Vengono annunciati progressi e intese tecniche, ma una fonte iraniana precisa che l’accordo complessivo non è ancora concluso. La matrioska si ripete: accordo annunciato, dettagli da definire.

27 agosto 2026 – Trump: “Non vogliamo parlare con loro”. Il Presidente afferma che gli Stati Uniti non stanno negoziando con l’Iran e non cercano incontri. Nello stesso momento, però, Washington continua a sostenere che la pressione economica dovrà costringere Teheran a tornare a negoziare. Nessun colloquio, dunque, ma una strategia costruita proprio per ottenere nuovi colloqui.

27–28 agosto 2026 – Trump non vuole tornare ai termini del memorandum di giugno. Mentre Qatar e altri mediatori cercano di riaprire una via diplomatica, Washington lascia intendere di non essere interessata a recuperare l’intesa provvisoria che fino a poche settimane prima avrebbe dovuto costituire la base del negoziato definitivo.

28 agosto 2026 – La pressione economica coinvolge anche Paesi terzi. Il Tesoro americano colpisce le filiali negli Emirati della banca egiziana Banque Misr, accusandole di avere facilitato operazioni finanziarie iraniane. L’“Economic Outcast” comincia quindi a trasferire il costo dello scontro anche sugli intermediari stranieri di Teheran.

29 agosto 2026 – Teheran torna a chiedere proprio il memorandum che Washington non vuole più. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian propone di rilanciare l’intesa provvisoria di giugno, sostenendo che attraverso quel documento l’Iran potrebbe risolvere la crisi e ottenere le proprie garanzie. Nel frattempo Qatar e Pakistan continuano la mediazione. Ancora una volta, una parte recupera l’accordo proprio mentre l’altra lo considera superato.

30 agosto 2026 – Dalla guerra economica si torna alle armi. Gli Stati Uniti colpiscono due postazioni iraniane sull’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz, sostenendo che i Guardiani della Rivoluzione stessero preparando razzi e mine contro la navigazione. L’Iran promette una risposta e successivamente lancia missili contro due basi americane in Giordania.

30–31 agosto 2026 – Trump annuncia la distruzione di Kharg. Ma Kharg non è stata attaccata. Il Presidente pubblica immagini di grandi esplosioni sull’isola, principale terminal petrolifero iraniano, affermando che starebbe venendo “distrutta”. Le immagini risultano però generate dall’intelligenza artificiale e un funzionario americano conferma che l’attacco non è avvenuto. Il vicepresidente JD Vance precisa che Trump voleva soltanto “mandare un messaggio” a Teheran.

31 agosto 2026 – Trump minaccia nuovi attacchi; Teheran parla ancora di negoziato. Dopo la rappresaglia iraniana contro le basi americane in Giordania, Trump promette una risposta molto dura. Nello stesso giorno Pezeshkian dichiara però che continuare la guerra non conviene a nessuno e che l’Iran continua a preferire una soluzione negoziata. Minaccia militare e disponibilità diplomatica convivono ancora una volta nelle stesse ore.

1° settembre 2026 – Hormuz è formalmente “aperto”, ma il traffico resta quasi fermo. I dati registrano appena cinque navi mercantili in transito nella giornata precedente, contro una media recente di circa quattordici, e nessuna petroliera o altra nave cisterna per carichi liquidi. Washington continua a sostenere che lo Stretto sia stato riaperto e messo in sicurezza; Teheran continua invece a rivendicarne il controllo.

1° settembre 2026 – Il punto, ancora provvisorio. Nessun accordo definitivo, nessun negoziato diretto e nessuna soluzione stabile per Hormuz. Washington applica sanzioni per costringere l’Iran al tavolo ma, contemporaneamente, torna a colpirlo militarmente; Teheran risponde con i missili ma dichiara di volere ancora una soluzione negoziata. La sequenza rimane dunque quella di sempre: accordo – smentita – ultimatum – mediazione – nuove condizioni – sanzioni – attacco – rappresaglia – nuova apertura al negoziato.

 

Alberto Zei

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