29 settembre 2026 – Esiste in matematica un concetto chiamato speranza matematica. Serve a prendere decisioni quando il risultato è incerto: si considerano gli esiti possibili, la probabilità che ciascuno si verifichi e il vantaggio o il danno che produrrebbe. Non significa conoscere il futuro. Significa stabilire quale scelta, sulla base delle informazioni disponibili in quel momento, presenti il miglior rapporto fra probabilità di successo e rischio. Proviamo allora ad applicare questo principio alla guerra USA-Iran e alla domanda che interessa oggi più di tutte: che cosa potrebbe fare Donald Trump nei prossimi giorni?
Le variabili – Il calcolo deve partire dai fatti. Trump ha respinto il piano iraniano che proponeva un percorso di sette giorni verso la riapertura dello Stretto di Hormuz e la cessazione delle ostilità. Ha inoltre negato di avere offerto all’Iran riduzioni delle sanzioni o lo sblocco di fondi congelati. Ma, contemporaneamente, gli Stati Uniti continuano a negoziare. Il 28 settembre, rappresentanti americani e iraniani hanno parlato separatamente con i mediatori e la trattativa dovrebbe ora concentrarsi su una versione modificata proprio della proposta che Trump aveva respinto. Abbiamo dunque una prima indicazione importante: Trump ha detto no alle condizioni dell’accordo, non al negoziato.
La seconda variabile è Hormuz – Il traffico energetico attraverso lo Stretto mostra segnali di recupero nonostante la guerra. Non siamo tornati alla normalità, ma se quantità crescenti di petrolio e gas riescono ad attraversare Hormuz senza che Washington debba accettare preventivamente le condizioni iraniane, una delle principali leve negoziali di Teheran perde progressivamente valore. La terza variabile è economica. La guerra continua a produrre costi energetici e incertezza sui mercati. Per Washington, quindi, prolungarla indefinitamente non è gratuito. La quarta variabile è il tempo. Il 3 novembre si avvicina e con esso le elezioni americane di medio termine.
Facciamo il calcolo – Semplifichiamolo affinché sia comprensibile. Trump dispone oggi sostanzialmente di tre scenari operativi: accettare rapidamente un compromesso, intensificare nuovamente la guerra oppure continuare a esercitare pressione mentre negozia. La prima opzione gli darebbe la possibilità di chiudere rapidamente il conflitto, ma comporterebbe oggi concessioni che ha appena dichiarato pubblicamente di non voler fare. La seconda potrebbe aumentare ulteriormente la pressione militare sull’Iran, ma porterebbe con sé il rischio di nuove vittime americane, nuovi attacchi a Hormuz, aumento dei prezzi energetici e ulteriore allargamento regionale. La terza consiste invece nel non concedere ancora ciò che chiede Teheran, mantenere sanzioni e pressione militare e, contemporaneamente, lasciare aperto il negoziato attraverso il Qatar. È precisamente ciò che Washington sta facendo. Ed ecco il punto centrale della nostra speranza matematica.
Il risultato: pressione e trattativa – Se consideriamo insieme le variabili oggi conosciute costo militare, rischio di escalation, Hormuz, pressione economica sull’Iran, possibilità di un accordo e tempo politico, possiamo costruire un modello qualitativo di valore atteso. Non produce un numero rigoroso e non predice il futuro. Serve piuttosto a mettere in ordine gli incentivi che agiscono sulle parti. Nelle condizioni attuali, lo scenario che coincide con la linea già seguita da Washington è la prosecuzione, almeno per alcuni giorni, della strategia attuale: pressione senza concessioni pubbliche + trattativa indiretta + attesa di una controproposta migliore. Questa non è una certezza matematica e non è una previsione elettorale. È il risultato di un modello condizionato alle informazioni disponibili il 29 settembre. Tradotto in parole ancora più semplici: la nostra analisi porta ad aspettarci, nel brevissimo periodo, più negoziato che guerra nuova, ma senza una distensione pubblica di Trump. Washington ha interesse a mantenere credibile la minaccia militare. Ma proprio perché quella minaccia rimane credibile, non è necessario utilizzarla immediatamente. E quanto può durare? Qui la speranza matematica ci offre una seconda indicazione. Non molto. La strategia della pressione negoziale funziona soltanto finché Trump può ritenere che aspettare migliori le condizioni dell’accordo. Ogni giorno che passa produce due effetti contrari: aumenta la pressione economica sull’Iran, ma diminuisce il tempo politico disponibile prima del 3 novembre.
Le due forze in gioco – Possiamo immaginare queste due forze come due linee. La prima sale: più Teheran soffre economicamente e più Washington può sperare di ottenere concessioni. La seconda scende: più ci avviciniamo al 3 novembre e meno tempo rimane per trasformare quelle concessioni in un risultato politico visibile. Il punto decisivo arriverà quando queste due linee si incontreranno.
La nostra previsione condizionata – E allora possiamo restringere il ventaglio. Sulla base delle variabili disponibili oggi, la nostra ipotesi centrale per i prossimi giorni è che Trump non accetti immediatamente il piano iraniano, non elimini le sanzioni principali e non scelga, salvo provocazioni o incidenti militari, una nuova escalation su larga scala. Continuerà invece a negoziare indirettamente, cercando di modificare le condizioni dell’accordo a favore americano. Dall’altra parte, l’Iran ha interesse a non rompere il tavolo. Continuerà probabilmente a utilizzare Hormuz e la propria capacità regionale come strumenti di pressione, cercando però di evitare che una nuova azione provochi una risposta americana tale da distruggere lo spazio negoziale. Questa è la nostra speranza matematica politica al 29 settembre.


















