Iryna Zarutska, 23 anni, rifugiata ucraina scappata dalla guerra, è stata brutalmente assassinata il 22 agosto a Charlotte, in North Carolina. Un uomo, Decarlos Brown Jr., afroamericano di 34 anni con alle spalle precedenti penali, l’ha accoltellata tre volte mentre viaggiava su un treno leggero: un colpo fatale al collo, in pieno giorno, davanti ad altri passeggeri. Arrestato subito dopo, il suo nome è già un dettaglio scomodo per certa informazione, che preferisce insabbiare i particolari quando non coincidono con la narrazione prestabilita.
La giovane era arrivata negli Stati Uniti per trovare un futuro lontano dalle bombe. L’ha trovata invece un carnefice che non avrebbe mai dovuto essere libero di circolare, figurarsi di impugnare un coltello su un mezzo pubblico. A completare il dramma, il padre non ha nemmeno potuto partecipare al funerale: bloccato in Ucraina dalle leggi marziali, ha pianto la figlia a distanza, impotente.
Dove sono i paladini del femminismo?
La domanda è inevitabile: dove sono adesso le nostre femministe militanti, sempre pronte a riempire piazze e social quando la violenza ha il volto giusto, quello che permette di accusare “il patriarcato bianco occidentale”? Qui la vittima è una donna bianca, rifugiata e indifesa. L’aggressore appartiene a una minoranza che il politicamente corretto tratta come intoccabile. Risultato? Silenzio di tomba. Nessun titolo urlato, nessuna manifestazione, nessun hashtag.
Un femminismo che si indigna solo a targhe alterne non è femminismo, è militanza ideologica. È un’arma brandita contro un bersaglio selezionato, mai un principio universale. Eppure, se davvero “ogni donna è sorella”, perché questa non lo è stata?
La complicità del mainstream
Non meno colpevole è il mainstream mediatico. Quello stesso che amplifica ogni fatto utile a rafforzare la narrazione dominante, qui si rifugia nel basso profilo: cronaca nuda e cruda, senza riflessione, senza dibattito. Nessuna inchiesta sulla sicurezza dei trasporti, nessun interrogativo sul perché un uomo pericoloso fosse in libertà. Figurarsi una parola sulle implicazioni etniche e culturali dell’aggressione.
Ma provate a ribaltare la scena: aggressore bianco, vittima donna di colore. In quel caso, i titoli a caratteri cubitali sarebbero stati garantiti, le analisi sociologiche a pioggia e il tam-tam mediatico senza sosta.
Una morte che non fa notizia
Il destino crudele di Iryna è quello di essere morta nel modo “sbagliato”: uccisa da chi non deve essere nominato, pianta da un padre che non può neppure raggiungerla, dimenticata da quelle stesse voci che sbandierano la difesa delle donne come vessillo.
Ma il silenzio, spesso, è più assordante delle parole. E in questo caso, suona come una condanna non scritta: ci sono morti che contano e morti che si devono dimenticare in fretta.




















