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Il paradosso della “flottilla”: dal gesto simbolico alla crisi internazionale

La crisi che si va profilando in queste settimane ha un epicentro preciso: la cosiddetta flottiglia diretta verso Gaza

Alberto Zei by Alberto Zei
26 Settembre 2025
in Esteri
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Il paradosso della “flottilla”: dal gesto simbolico alla crisi internazionale
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Un’operazione che, a prima vista, appare marginale  poche imbarcazioni, carichi simbolici, volontari animati da forte convinzione, ma che in realtà rappresenta un detonatore di tensioni destinate a investire non soltanto Israele e Palestina, ma l’intera Europa.

La provocazione calcolata – La flottiglia non nasce dall’improvvisazione. Mettere insieme risorse economiche imbarcazioni, equipaggi e collegamenti internazionali richiede tempo, coordinamento e risorse di diversi generi: elementi che testimoniano una notevole organizzazione intenzionale e transnazionale. I carichi trasportati hanno, sul piano materiale, un’incidenza limitata come una goccia di acqua in un lago  ma il loro valore politico è enorme: la flottiglia è pensata come scintilla. Non si tratta principalmente di assistenza, ma di pressione; non di soccorso, ma di una provocazione calcolata per costringere Stati e cancellerie a reagire. Le ultime notizie hanno confermato ciò che già era evidente: la flottiglia ha rifiutato la proposta del Presidente della Repubblica di consegnare gli aiuti attraverso un approdo sicuro e un trasferimento via terra. Una soluzione che avrebbe garantito assistenza concreta senza rischi di escalation. Il rifiuto mostra chiaramente che l’obiettivo non è la distribuzione degli aiuti, ma la sfida politica: forzare il blocco navale e provocare una crisi internazionale.

La rete che si allinea sullo stesso piano – Questi movimenti si connettono fra loro come l’acqua che, per legge naturale, scende e si raccoglie sul punto più basso. È lì che i rivoli si incontrano e formano un piano comune: correnti antagoniste, reti contestatarie e attivismo transnazionale convergono in azioni dalla forte valenza simbolica. In ogni Paese, pur con sfumature diverse, si ritrovano energie con un minimo comune politico che predilige la contestazione piuttosto che la costruzione. A questa dinamica si affiancano talvolta forze d’opposizione interne che, al di là dell’appartenenza partitica, individuano nella protesta radicale uno strumento per indebolire il governo. È così che la flottiglia, pur essendo limitata nei numeri e nel contenuto materiale, diventa moltiplicatore politico: diventa ciò che altri, con interessi diversi, possono usare.

La responsabilità politica dell’opposizione – Un punto cruciale merita chiarezza: quando deputati e figure politiche dell’opposizione si schierano a favore della flottiglia o manifestano    al pubblico il loro sostegno, essi non agiscono in uno spazio privo di conseguenze. Essere vicini a una protesta che è chiaramente progettata per generare pressione internazionale significa rendersi, volontariamente o meno, parte integrante del progetto politico sottostante. La consapevolezza delle possibili ricadute diplomatiche e geopolitiche, come la destabilizzazione di  governi, la rottura di relazioni bilaterali, l’apertura di crisi europee, impone una valutazione di responsabilità: chi sostiene o legittima la flottiglia diventa ideologicamente connesso anche alle conseguenze che questa azione può provocare per l’Italia e per l’Europa. Non è questione di colpevolizzare, ma di riconoscere che affiancarsi a un disegno tanto complesso significa parteciparne, assumendone il rischio politico.

Una sproporzione metodica – Il nodo centrale è la sproporzione tra gesto e conseguenze. Un atto simbolico, come quello della flottiglia, può produrre un impatto politico e diplomatico enorme. Non esiste un rapporto proporzionale tra il sacrificio proclamato e il beneficio ricavabile: quello che rimane è frattura, tensione e insicurezza. È questa sproporzione che, spesso, costituisce il vero metodo: esasperare i problemi, forzare lo scontro, portare il conflitto dove non c’è, per costringere le istituzioni a reazioni che poi si ripercuotono sull’intero sistema.

L’ombra geopolitica –  La portata di questa crisi non è soltanto interna o regionale. Una Europa impegnata sul fronte di una provocazione mediorientale rischia di vedersi sottratte energie diplomatiche e strategiche necessarie ad affrontare altre sfide, compresa la pressione politica e militare di attori esterni. Un contesto europeo diviso e distratto offre spazi a chi, come in particolare, la Russia soprattutto in ultime queste settimane, può trarre vantaggio da un indebolimento della coesione continentale. È un fattore che non può essere ignorato nella valutazione complessiva delle conseguenze.

Perché intervenire ora –  Per queste ragioni, gli Stati devono agire con prontezza: prevenire non significa soffocare il dissenso, ma evitare che una provocazione pianificata si trasformi in una crisi d’ampio respiro. L’Europa non può permettersi una crisi costruita non dalla necessità storica, ma dalla volontà di alcuni soggetti di usare la protesta come leva per logorare governi e istituzioni.  Se lasciata crescere, la dinamica della flottiglia rischia di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e di aprire spazi per schemi di instabilità che travalicano il contesto originario. La flottiglia non misura il suo valore nel soccorso che promette, ma nello scontro che cerca: ed è lì che si rivela il vero pericolo per la stabilità dell’Europa.

Alberto Zei

Alberto Zei

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