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Bosnia, 30 anni fa a Dayton gli accordi che misero fine alla guerra

Dopo tre anni e mezzo e circa 100mila morti. L'anniversario cade oggi in un clima di rinnovata tensione

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
21 Novembre 2025
in Esteri
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Bosnia, 30 anni fa a Dayton gli accordi che misero fine alla guerra
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ADN KRONOS/

Gli Accordi di Dayton, l’intesa tra le parti che mise fine a tre anni e mezzo di una guerra interetnica che fece circa 100mila morti in Bosnia, compiono 30 anni. L’anniversario cade oggi in un clima di rinnovata tensione causata negli ultimi mesi dal rifiuto del leader serbobosniaco Milorad Dodik di ottemperare alle disposizioni dell’Alto rappresentante europeo, Christian Schmidt, la figura creata 30 anni fa per garantire la supervisione dell’intesa.

Gli Accordi di Dayton e la firma

Il 21 novembre 1995 – al termine di 20 giorni di lavori – i presidenti di Bosnia Erzegovina Alija Izetbegovic, di Croazia Franjo Tudjman e dell’allora Jugoslavia Slobodan Milosevic – che rappresentava anche gli interessi dei serbobosniaci essendo il loro leader politico, Radovan Karadzic, assente – approvarono nella base aerea Usaf Wright-Patterson nella città americana di Dayton, Ohio, l’Accordo quadro generale di pace in Bosnia Erzegovina e 11 annessi alla presenza del segretario di Stato americano Warren Christopher, del negoziatore Richard Holbrooke, di Carl Bildt, del vice ministro degli Esteri Igor Ivanov. Due mesi prima, a partire dal 30 agosto e fino al 20 settembre, la Nato aveva condotto la campagna militare aerea Operazione Deliberate Force contro le forze della Repubblica serba di Bosnia Erzegovina.

La firma ufficiale dell’accordo avvenne a Parigi il 14 dicembre successivo nel corso di una cerimonia celebrata all’Eliseo, presenti, oltre a Bill Clinton, i presidenti di Francia, Jacques Chirac, il premier britannico John Major, il cancelliere tedesco Helmut Kohl e il primo ministro russo, Viktor Chernomirdin. L’accordo entrò in vigore quel giorno e mise fine alla guerra nella repubblica ex jugoslava.

L’accordo

Le parti definirono meccanismi per mettere fine alle ostilità, rispettare la sovranità reciproca e “risolvere le controversie con mezzi pacifici”, astenendosi “da qualsiasi atto, mediante la minaccia o l’uso della forza (…), contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica della Bosnia-Erzegovina o di qualsiasi altro Stato”. Vennero inoltre stabiliti processi di smilitarizzazione, ricostruzione, svolgimento di elezioni libere, la creazione di una nuova Costituzione e ritorno dei rifugiati.

L’accordo – accompagnato nella sua attuazione dal dispiegamento dei ‘caschi blu” della Forza di implementazione (Ifor) e dalla figura dell’Alto Rappresentante – definisce la configurazione territoriale del Paese, con la sua divisione in due entità amministrative semiautonome: la Federazione di Bosnia-Erzegovina (a maggioranza bosniaca e croata) e la Repubblica Srpska (a maggioranza serbo-bosniaca), con Sarajevo come capitale del Paese e della Federazione.

Le due entità create sono dotate di poteri autonomi in vasti settori, ma sono inserite in una cornice statale unitaria. Alla Presidenza collegiale del Paese siedono un serbo, un croato e un musulmano, che a turno, ogni otto mesi, si alternano nella carica di presidente. Ciascuna entità è dotata di un parlamento locale: la Repubblica Serba di un’assemblea legislativa unicamerale, mentre la Federazione Croato-Musulmana di un organo bicamerale. A livello statale vengono invece eletti ogni quattro anni gli esponenti della Camera dei rappresentanti del parlamento, formata da 42 deputati, 28 eletti nella Federazione e 14 nella RS; infine della Camera dei popoli fanno parte 5 serbi, 5 croati e 5 musulmani.

Le conseguenze

L’accordo di Dayton ha posto fine alla guerra, ma ha consolidato le divisioni etniche sia a livello territoriale che politico. Inoltre, migliaia di persone sono ancora disperse dopo il conflitto e solo alcuni dei responsabili dei crimini – tra questi i leader serbobosniaci, politico e militare, Radovan Karadzic e Ratko Mladic i cui nomi sono legati alla strage diu Srebrenica – sono stati assicurati alla giustizia, per cui le ferite di diversi decenni fa non sono ancora state sanate.

La guerra

La guerra in Bosnia iniziò dopo la disintegrazione della Jugoslavia, e dall’aumento delle tensioni nazionalistiche e religiose all’interno del territorio, che furono il terreno fertile per l’insorgere delle guerre. In questo contesto, la Bosnia, che dichiarò la propria indipendenza nel 1992 ed era la più diversificata al suo interno, fu teatro del conflitto più sanguinoso, culminato con il genocidio di Srebrenica, dove le forze serbe che rispondevano al comando del generale Ratko Mladic, uccisero oltre 8mila ragazzi e uomini bosgnacchi, musulmani di Bosnia.

Le tensioni in Bosnia-Erzegovina: la situazione oggi

Negli ultimi mesi, le tensioni in Bosnia-Erzegovina sono aumentate, soprattutto a causa delle misure adottate da Dodik durante il suo mandato come presidente della Repubblica Srpska (2022-2025), che gli sono valse una condanna, poi commutata in una multa e sei mesi di interdizione da parte di un tribunale bosniaco, per aver disobbedito alle decisioni di Schmidt.

A distanza di trent’anni, la Bosnia deve affrontare le sfide del leader serbo-bosniaco, che si è rifiutato di lasciare la carica, anche se in seguito ha accettato la nomina della sua alleata Ana Trisic Babic a presidente ad interim. Le autorità elettorali del Paese hanno fissato per questo fine settimana, il 23 novembre, le elezioni anticipate per scegliere il suo successore.

Per queste elezioni, Dodik, presidente del partito nazionalista Alleanza Indipendente dei Socialdemocratici (Snsd), ha sostenuto la candidatura del suo ex ministro dell’Interno Sinisa Karan come candidato del partito di governo. “Stiamo costruendo una Repubblica Srpska progressista, felice e prospera, e l’elezione di Karan è una garanzia che continueremo a proteggerla e preservarla”, ha affermato.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che in ottobre, contro ogni previsione, l’amministrazione di Donald Trump ha revocato le sanzioni imposte dagli Stati Uniti nel 2022 (durante il mandato del suo predecessore, Joe Biden) contro il leader serbo-bosniaco, che Washington accusava da anni di causare instabilità nel Paese. Dodik, che annovera tra i suoi principali alleati il presidente russo Vladimir Putin, ha ringraziato l’inquilino della Casa Bianca per aver “corretto una grave ingiustizia inflitta alla Repubblica Srpska, ai suoi rappresentanti e alle loro famiglie”. “Ancora una volta, è stato chiarito che le accuse mosse contro di noi non erano altro che menzogne e propaganda; il fondamento del caos creato da Schmidt, un caos che ora dobbiamo risolvere”, ha affermato.

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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