Nel finale di questo 2025, l’accostamento tra Italia e Francia risulta tanto naturale nelle fotografie di rito a Kiev, a Bruxelles, nei vertici europei, quanto profondamente ingannevole sul piano sostanziale. Dietro l’apparente unità di intenti, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni stanno giocando due partite diverse, fondate su interessi che non sono soltanto politici, ma eminentemente materiali. Se si dovesse condensare il nodo strategico in una formula, si potrebbe dire che Macron guarda alla materia prima del futuro, mentre Meloni presidia la vetrina operativa del presente. Due visioni che convivono sotto la bandiera europea, ma che raramente coincidono.
Macron, I’estrattore geopoli
tico – Per il Presidente francese l’Ucraina rappresenta molto più di un fronte di solidarietà politica: è una leva decisiva per la sovranità tecnologica di Parigi. La Francia soffre una carenza strutturale di minerali critici come, litio, titanio e terre rare, indispensabili per l’industria civile e militare. Senza questi elementi non esistono auto elettriche, aeronautica avanzata, né sistemi d’arma di nuova generazione. La postura di Macron, fortemente assertiva sul piano militare e simbolicamente incentrata sulla guida dei cosiddetti “volenterosi”, risponde a una logica semplice e antica: chi garantisce la sicurezza oggi, rivendica i diritti economici domani. In un conflitto di logoramento, la protezione diventa titolo di credito sul futuro. L’obiettivo implicito è evitare che gli Stati Uniti, già presenti con accordi preferenziali, monopolizzino l’accesso a quello che molti definiscono ormai il “sangue della terra” ucraina. In questa prospettiva, la partita ucraina serve a Macron per un disegno più ampio: trasformare la Francia nel perno tecnologico dell’Europa, riducendo la dipendenza dalla Cina e riequilibrando il rapporto con Washington. Il sottosuolo, più che il territorio, è il vero campo di battaglia.
Meloni, l’architetto della ricostruzione – La strategia italiana si muove su un piano diverso, meno geologico e più industriale. L’Italia non mira tanto a possedere il sottosuolo ucraino quanto a gestire il grande cantiere della ricostruzione. La scelta di ospitare a Roma la Ukraine Recovery Conference nel luglio 2025 non è stata solo diplomatica, ma eminentemente economica. Ponti, ferrovie, reti elettriche, infrastrutture civili: è qui che Roma vede il proprio spazio naturale. L’obiettivo è inserire stabilmente nel processo di rinascita ucraino il sistema industriale italiano, dalle grandi partecipate come Enel e Webuild, fino alle reti ferroviarie di RFI. Sul piano militare Meloni mantiene un profilo più cauto, ma sul fronte economico agisce con decisione. La vera posta in gioco è fare dell’Ucraina un mercato privilegiato per il Made in Italy industriale, intercettando una quota significativa dei fondi europei destinati alla ricostruzione e consolidando il ruolo dell’Italia come ponte energetico e logistico tra Mediterraneo ed Europa orientale.

La frattura europea: comando o coordinamento? – È qui che emerge il punto di frizione più interessante. Macron aspira a essere il generale politico-militare dell’Europa, colui che guida gli insiemi strategici. Meloni, al contrario, si propone come manager della classe produttiva, coordinatrice di filiere, cantieri e flussi economici. Il contrasto si riflette anche nelle scelte energetiche. Parigi spinge per il rilancio delle centrali nucleari ucraine, terreno naturale per la tecnologia francese; Roma guarda alle rinnovabili, alle reti intelligenti, alla ricostruzione diffusa. Non è solo una divergenza tecnica, ma una diversa idea di potere: verticale e concentrato per la Francia, reticolare e infrastrutturale per l’Italia.
Due Europe sotto la stessa bandiera – L’unità europea, in questo scenario, non è una sintesi ma una coabitazione di strategie. La Francia punta al controllo delle risorse che definiranno il potere di domani; l’Italia lavora per presidiare i flussi economici che generano consenso oggi. Due razionalità che si incrociano in Ucraina e che spiegano perché, dietro gli abbracci istituzionali, Parigi e Roma parlino lingue diverse. L’Europa, ancora una volta, non è un soggetto unico: è un campo di forze e l’Ucraina ne diventata il laboratorio.



















