Cuba alza il tiro. E lo fa nel momento in cui Donald Trump torna al centro della scena internazionale con mosse che stanno ridisegnando gli equilibri del continente americano.
La risposta del presidente cubano Miguel Díaz-Canel alle minacce provenienti dall’ex presidente USA è stata un colpo secco, quasi rituale nella sua drammaticità rivoluzionaria: “Siamo pronti a difendere la patria con la forza, fino all’ultima goccia di sangue.”
Una dichiarazione che sembra uscita direttamente dagli anni della Guerra Fredda, ma che oggi assume un valore nuovo. Perché, come ha ricordato Díaz-Canel, l’ostilità americana non è mai finita: 66 anni di pressioni, embargo, sabotaggi economici e campagne politiche che — a detta dell’Avana — hanno contribuito in modo determinante alla crisi cronica dell’isola.
E il presidente cubano non ha risparmiato accuse frontali:
«Non hanno alcun diritto morale di dare ordini a Cuba… Coloro che accusano la Repubblica delle nostre difficoltà economiche dovrebbero tacere per vergogna.»
Se a L’Avana si risponde con il kerosene retorico della resistenza, altrove si applaudono le mosse di Trump.
E non si tratta di anonimi: un post pubblico di Nat Rothschild, profilo verificato nel mondo della finanza internazionale, celebra senza mezzi termini l’azione dell’ex presidente:
“Well done Donald J. Trump. #venezuelalibre”
Un endorsement pesante, che accende ancora di più i riflettori sulla politica americana in America Latina. L’applauso di un personaggio così influente aumenta la percezione che la partita geopolitica sia tornata nelle mani dei grandi attori globali, con Cuba e Venezuela al centro del braccio di ferro.
Tra proclami di guerra, accuse di ipocrisia e approvazioni miliardarie sui social, una cosa è chiara: la tensione fra gli Stati Uniti e i suoi storici avversari non è mai stata così accesa.




















