Base MAGA contro il presidente Donald Trump: la crisi interna sulla guerra USA contro l’Iran per sostenere il progetto di egemonia politica e militare di Israele nel Medio Oriente agita i Repubblicani. Negli ultimi giorni la decisione del presidente statunitense Donald Trump di autorizzare la guerra contro l’Iran insieme a Israele ha innescato una profonda frattura nella base politica del movimento Make America Great Again (MAGA), storicamente fedele al presidente. La tensione nasce dal contrasto tra le promesse elettorali di non coinvolgere gli Stati Uniti in “nuove guerre” e la realtà di un conflitto sempre più ampio nel Medio Oriente che vede Washington affiancare Tel Aviv.

USA dichiara guerra all’Iran: Donald Trump tradisce sé stesso
“Smetteremo di correre a rovesciare regimi stranieri di cui non sappiamo nulla, con cui non dovremmo essere coinvolti“, aveva promesso Donald Trump a Fayettevile, vicino alla base militare di Fort Bragg, in Carolina del Nord. Era il 2016. Il tycoon di New York era appena stato eletto presidente degli Stati Uniti per la prima volta.
La sua vittoria segnò una svolta profonda nella politica americana, sia sul piano interno sia su quello internazionale. Il candidato repubblicano costruì la propria campagna elettorale su un messaggio chiaro e diretto: priorità assoluta agli interessi nazionali, protezionismo economico e ridimensionamento dell’impegno militare americano all’estero.
Lo slogan “America First” divenne il pilastro della sua narrativa politica. Il riferimento principale era ai conflitti in Afghanistan e Iraq, simboli di un impegno militare durato anni e costato ingenti risorse economiche e umane agli Stati Uniti.
Il riferimento principale era ai conflitti in Afghanistan e Iraq, simboli di un impegno militare durato anni e costato ingenti risorse economiche e umane agli Stati Uniti.
Durante la campagna elettorale e nel corso del suo mandato, Trump assicurò ai suoi sostenitori che non ci sarebbero state nuove guerre prolungate all’estero. La critica alle amministrazioni precedenti era netta: troppe risorse spese in conflitti lontani, a discapito dei cittadini americani.
Il messaggio trovò forte consenso tra l’elettorato repubblicano e tra chi chiedeva un ridimensionamento del ruolo globale degli Stati Uniti. Nonostante la retorica isolazionista e l’enfasi sull’“America First”, nel corso dei dieci anni successivi le promesse di un netto disimpegno non sono state rispettate.
USA dichiara guerra all’Iran: Donald Trump esegue il piano di Israele
Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno lanciato un’importante offensiva aerea su obiettivi strategici in Iran, con l’intento dichiarato di indebolire il programma missilistico e nucleare iraniano. L’operazione è stata presentata come una risposta alle minacce percepite da Teheran, con obiettivi ambiziosi incluso un possibile cambio di regime.
Questa decisione segna un’inversione rispetto ad alcune delle posizioni che Trump aveva espresso in passato, durante la campagna elettorale e i primi mesi della sua presidenza, quando aveva sottolineato la necessità di evitare “guerre senza fine”.
“Il popolo americano è stanco di guerre per cambi di regime che ci costano miliardi di dollari e mettono a rischio le nostre vite”, ha dichiarato in un videomessaggio il deputato democratico Ro Khanna, co-responsabile dell’iniziativa della Camera. Il repubblicano Thomas Massie, che guida l’iniziativa insieme a Khanna, ha affermato che è fondamentale proteggere il ruolo costituzionale del Congresso nel dichiarare guerra.
MAGA divisa: critiche dall’interno della base conservatrice
La reazione all’interno dell’elettorato MAGA è stata piuttosto dura. Figure influenti della base, come Tucker Carlson, hanno descritto l’attacco come una violazione delle promesse di Trump e come un potenziale errore strategico, definendolo “malvagio” e contrario all’agenda “America First”.
Esponenti libertari e anti-interventisti, come il deputato Thomas Massie, hanno apertamente criticato l’intervento, sostenendo che non rappresenti gli interessi degli Stati Uniti ma piuttosto quelli di altri Paesi coinvolti nel Medio Oriente.
Marjorie Taylor Greene, l’ex deputata repubblicana della Georgia che si è dimessa però dopo essere entrata in rotta di collisione con il presidente ha parlato di tradimento da parte di un presidente che “tutti noi avevamo creduto fosse diverso e che aveva detto basta”. In un altro messaggio ha aggiunto: “Avevamo votato per America First e ZERO guerre”.
Altre figure dell’alt-right MAGA, tra cui Milo Yiannopoulos e Cassandra MacDonald, hanno descritto la decisione come malvagia e disgustosa. L’esponente di estrema destra Nick Fuentes ha scritto su X: “Israele ci sta trascinando in guerra. L’America prima di tutto”. Pertanto ha implorato Trump su X di ritornare alla promessa del non interventismo dell’America First.
“C’è un’alta probabilità che l’Iran attivi cellule terroristiche dormienti all’interno degli Stati Uniti nei prossimi giorni e settimane – ha scritto su X Alex Jones, noto teorico cospirazionista di estrema destra –. L’enorme scommessa di Trump accelera la traiettoria del mondo verso una guerra nucleare mondiale”.
Questa frattura rappresenta un elemento di crisi interna senza precedenti per il movimento che ha sempre fatto della contrarietà alle “guerre infinite” uno dei propri pilastri.
Guerra USA contro l’Iran: implicazioni politiche e sondaggi, cala il consenso di Donald Trump
Secondo un sondaggio recente, la maggioranza degli americani non supporta interventi militari estesi contro l’Iran, con solo il 25% di approvazione per le operazioni in corso e una significativa porzione di cittadini preoccupati per i costi umani ed economici.
Questi numeri riflettono anche una crescente insoddisfazione tra parte dei repubblicani e degli elettori MAGA, che temono che l’impegno militare possa danneggiare l’agenda “America First”, focalizzata su questioni interne più che estere.
La disputa tra la base MAGA e Trump sulla guerra in Iran ha potenziali ripercussioni a lungo termine:
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Rottura con l’elettorato tradizionale conservatore – La base potrebbe sentirsi tradita dalle promesse di evitare “nuove guerre”.
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Debolezza nella coesione interna del Partito Repubblicano – Un fronte diviso rischia di danneggiare la leadership di Trump su temi chiave come politica estera e sicurezza nazionale.
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Influenza sulle elezioni future – La percezione di un governo pronto a entrare in conflitti esterni potrebbe influenzare negativamente il sostegno elettorale tra gli isolazionisti e gli elettori indipendenti.
Guerra USA e Israele contro l’Iran: critiche a Donald Trump
“Sull’immigrazione è stato il disastro più assoluto, finito con gli omicidi degli scherani dell’Ice e poi gli 80mila posti di lavoro persi in un anno come non succedeva dai tempi della Grande Depressione, per non parlare degli Epstein Files. Non gli resta che ricorrere a qualche colpo di teatro dal crescente effetto-shock”. Chi parla è Paul De Grauwe, economista della London School of Economics: in un’intervista a Repubblica, si è detto convinto che “anche in questo settimo attacco armato lanciato da Trump, portato al massimo livello e alla massima visibilità mediatica, c’è alla base la componente del diversivo”.
L’idea che l’attacco al regime degli Ayatollah sia un altro tentativo del capo della Casa Bianca per distogliere l’attenzione dalla crisi interna, travolta dagli Epstein Files e dai dazi, trova spazio tra commentatori e media critici del tycoon.
Sondaggi su Trump: cala la fiducia sulle sue capacità mentali
La percentuale di cittadini che descrivono Trump come “mentalmente acuto e in grado di gestire sfide complesse” è scesa al 45%, rispetto al 54% registrato nel settembre 2023.
Indagini separate del Pew Research Center evidenziano inoltre che la quota di persone “molto fiduciose” nelle capacità mentali del presidente è diminuita dal 39% al 32% nell’ultimo anno.
Secondo CNN, anche la percentuale di americani che ritiene Trump dotato della “resistenza e perspicacia per servire efficacemente come presidente” è calata: dal 53% alla fine del 2023 al 46% più recentemente. Tendenze simili emergono anche rispetto alla fiducia nella salute fisica.
“DONALD TRUMP E’ BULLO E BUGIARDO”, IL DURO ATTACCO DI SUA NIPOTE MARY L. TRUMP
Età di Trump e dibattito politico sulla salute del presidente
Questi dati arrivano mentre Trump si avvicina agli 80 anni, rendendolo il presidente più anziano nella storia degli Stati Uniti. Il tema dell’età e della salute mentale del presidente USA è da tempo centrale nel dibattito politico e mediatico.
EPSTEIN FILES, THOMAS MASSIE DEI REPUBBLICANI ACCUSA ISRAELE E DONALD TRUMP
La questione è stata particolarmente discussa durante le elezioni, quando l’età avanzata dei candidati ha attirato l’attenzione di opinione pubblica ed esperti. Il dibattito si è intensificato non solo per i sondaggi ma anche per alcune performance pubbliche del presidente, definite da osservatori imbarazzanti o incoerenti, che hanno contribuito ad alimentare i timori sull’adeguatezza cognitiva di chi guida il Paese.
Campagna elettorale 2024 e percezione della lucidità mentale
Durante la campagna presidenziale del 2024, diversi sondaggi — anche dopo eventi come l’assalto a Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021 — indicavano che una parte consistente degli elettori metteva in dubbio la lucidità mentale del presidente.
In alcune rilevazioni circa il 50% degli intervistati lo considerava “mentalmente instabile”. Commentatori, biografi e critici politici hanno inoltre evidenziato episodi di errori nel linguaggio o comportamenti pubblici ritenuti anomali per un presidente, contribuendo ad alimentare i dubbi sulla sua prontezza cognitiva.
L’accusa di NPR: documenti mancanti sugli Epstein Files
Secondo l’inchiesta giornalistica, oltre 50 pagine di interviste dell’FBI e appunti investigativi sarebbero state inizialmente escluse dal database pubblico dei documenti su Epstein. L’occultamento dei file è stato scoperto a seguito del confronto effettuato “tra il set di dati iniziale del 30 gennaio e i metadati dei documenti di quei file attualmente presenti sul sito web del Dipartimento di Giustizia“.
Tali materiali riguarderebbero la testimonianza di una donna che ha accusato Trump di abusi sessuali quando era minorenne, fatti che — secondo il racconto — risalirebbero ai primi anni ’80.
Le verifiche sui metadati dei documenti avrebbero evidenziato discrepanze tra il dataset originale e quello pubblicato online, alimentando sospetti di omissioni o rimozioni temporanee di parti sensibili dell’inchiesta.
Altri report giornalistici indicano che le pagine mancanti includerebbero note di colloqui con la presunta vittima e verbali di interrogatori dell’FBI che citano Trump tra le persone menzionate nell’indagine su Epstein. Ha evidenziato poi che il governo ha tentato di proteggere Donald Trump rimuovendo dai registri pubblici testimonianze e accuse.
Il contenuto delle accuse
La testimonianza citata dai media descrive un presunto episodio in cui la donna, allora tredicenne, sarebbe stata presentata a Trump da Epstein e avrebbe riferito un’aggressione sessuale.
L’adolescente, ricostruisce CNN, ha contattato per la prima volta l’Fbi il 10 luglio 2019, 4 giorni dopo l’arresto di Jeffrey Epstein (poi morto il 10 agosto), testimoniando di esserne stata vittima. Raccontò che il finanziere pedofilo la presentò a Trump, “che successivamente le forzò la testa verso il suo pene scoperto, che lei poi morse. In risposta, Trump le diede un pugno in testa e la cacciò fuori”.
Parole contro il presidente Usa che non compaiono in un documento in originale, ma solo nelle copie dell’elenco delle accuse dell’Fbi e nella presentazione del Dipartimento di Giustizia.
EPSTEIN FILES, RULA JEBREAL CRITICA DONALD TRUMP
Gli elementi forniti da questa testimonianza e la descrizione degli abusi subiti coincidono – scrive CNN – “anche con i dettagli di una causa intentata da una vittima. Nel fascicolo del dicembre 2019, ‘Jane Doe 4′ non menziona Trump, e la donna ha volontariamente respinto le sue accuse contro gli eredi di Epstein nel dicembre 2021″. Racconta di essere stata abusata da Epstein in South Carolina dopo che lei aveva offerto servizi di babysitter. I suoi legali avevano poi scritto che il finanziere l’aveva fatta volare a New York City tre o quattro volte per portarla “a incontri intimi con altri uomini importanti e facoltosi” che l’avevano violentata. Uno di loro, di cui non viene specificato il nome, l’ha costretta a praticare sesso orale, l’ha schiaffeggiata e l’ha violentata, secondo quanto dichiarato dagli avvocati.



















