Negli ultimi giorni il mondo è stato scosso da una escalation militare senza precedenti tra Stati Uniti e Iran. L’operazione congiunta tra Washington e Tel Aviv, lanciata il 28 febbraio 2026, ha aperto una fase di conflitto armato diretto contro la Repubblica Islamica dell’Iran, con raid aerei e missilistici su numerose città, tra cui la capitale Teheran.
Un salto storico nell’interventismo americano
Il presidente Donald Trump, noto fino ad oggi per un approccio di “America First” e un certo scetticismo verso le alleanze militari attive, ha compiuto una svolta radicale. Ha ordinato attacchi su grande scala contro l’Iran senza consultare né il Congresso né organismi multilaterali come l’ONU, e con scarso preavviso agli alleati occidentali, ricevendo però un immediato coordinamento operativo soprattutto con Benjamin Netanyahu e le forze israeliane.
La decisione ha sorpreso molti governi europei, che non sono stati avvertiti con largo anticipo e hanno appreso delle operazioni solo poco prima che cominciassero o addirittura attraverso i media. In Italia, ad esempio, si sono registrati commenti critici riguardo al fatto che personalità politiche europee non sapessero della mobilitazione prima del suo avvio.
Obiettivi dichiarati e critica interna negli USA
Trump ha presentato l’operazione come una necessità per fermare un presunto avanzamento del programma missilistico e nucleare iraniano — affermazioni però contestate da analisi di intelligence e da critiche interne.
Nel suo comunicato, il presidente ha parlato di distruzione di centinaia di obiettivi e della morte di figure di vertice iraniane, compresa quella della Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei, secondo alcune fonti giornalistiche.
Nonostante l’intento dichiarato, il supporto alla sua decisione tra gli americani è basso: sondaggi recenti mostrano che solo il 27 % degli statunitensi approva l’attacco, mentre una maggioranza ritiene Trump troppo incline all’uso della forza.
Neoconservatorismo redivivo o semplice escalation militare?
Questa escalation ha fatto emergere forti paragoni con l’epoca neoconservatrice degli anni di George W. Bush e del suo vice Dick Cheney, quando gli Stati Uniti invocarono interventi militari su basi di ideali di “democratizzazione” e di sicurezza preventiva nel mondo arabo. In quell’era gli attacchi contro l’Iraq furono giustificati con il sostegno di una coalizione internazionale, compresi alcuni paesi europei, e con mandati multilaterali.
Al contrario, l’attacco del 2026 non è stato preceduto da una risoluzione dell’ONU, né da una formale autorizzazione del Congresso USA — elementi tradizionalmente ritenuti necessari per operazioni militari di grande portata. Questa assenza di consultazioni e di legittimazione internazionale ha amplificato le critiche, sia in patria che all’estero.
Le reazioni globali: divisioni e proteste
La Comunità internazionale si trova spaccata. Alcuni alleati temono un’escalation regionale, mentre molte popolazioni arabe e musulmane hanno reagito con proteste e condanne. A Istanbul, manifestanti hanno bruciato immagini di Trump e Netanyahu per esprimere il loro sdegno.
Paesi come il Giappone hanno espresso difficoltà nel conciliare il sostegno agli Stati Uniti con il rispetto dell’ordine internazionale e del diritto internazionale.
Trump ha dichiarato che l’operazione potrebbe durare “quattro o cinque settimane — o anche di più”, indicando che gli obiettivi americani continueranno a orientare la strategia militare.
La situazione rimane estremamente volatile: l’Iran ha già risposto con attacchi missilistici contro basi statunitensi nella regione, e non si può escludere un’ulteriore escalation.



















