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Usa-Iran, alta tensione verso colloqui. Trump: “Accordo non rispettato su Stretto di Hormuz”

Il presidente americano: "Teheran sta facendo un pessimo lavoro, alcuni direbbero persino imbarazzante". Mojtaba Khamenei: "Noi gestiremo lo Stretto"

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
10 Aprile 2026
in Esteri
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Usa-Iran, alta tensione verso colloqui. Trump: “Accordo non rispettato su Stretto di Hormuz”
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ADN KRONOS/

Lo Stretto di Hormuz e l’uranio, il Libano e i risarcimenti. Le posizioni di Stati Uniti e Iran sono distanti su molti punti alla vigilia dei colloqui in programma da domani a Islamabad, in Pakistan, per arrivare ad un accordo di pace. Donald Trump oscilla tra fiducia e pessimismo. Prima si dice “molto ottimista” alla vigilia degli incontri, organizzati dopo l’approvazione della tregua di due settimane che ha interrotto la guerra grazie alla mediazione del premier pakistano Shehbaz Sharif. Gli Usa saranno rappresentati dal vicepresidente Jd Vance, dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner, emissario e genero del presidente.

Nemmeno Trump, però, può fare a meno di considerare l’ipotesi di una fumata nera. Le difficoltà abbondano, il presidente dedica particolare attenzione nelle ultime ore allo Stretto di Hormuz, ancora ‘ostaggio’ di Teheran: “Non erano questi gli accordi”, afferma. L’Iran “sta facendo un pessimo lavoro, alcuni direbbero persino imbarazzante, nel bloccare il passaggio del petrolio”.

Gli equilibri sono precari, non a caso gli Stati Uniti non hanno smantellato la macchina bellica allestita nel Golfo Persico: gli Usa sono pronti a riprendere il conflitto. E se non arriverà un’intesa complessiva, secondo Trump, “sarà molto doloroso. Colpiremo più duramente di quanto chiunque abbia mai visto”.

Lo Stretto della discordia

Sono almeno 4 i punti critici che rischiano di far deragliare i colloqui.

1. Lo Stretto di Hormuz, la via determinante per il commercio del 20% del petrolio mondiale, è ancora lontano dall’apertura ‘completa’ invocata da Trump come condizione essenziale per lo stop alla guerra. “Lo Stretto rimarrà sotto il nostro controllo”, sentenzia la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, in un messaggio diffuso a 40 giorni dall’uccisione del padre, l’ayatollah Ali Khamenei. L’Iran rivendica un ruolo di gestione del traffico e i media di Teheran, a cominciare dall’agenzia Tasnim, fanno riferimento all’ipotesi di tariffe che verrebbero applicate per consentire il passaggio delle navi: il denaro verrebbe diviso tra la Repubblica islamica e l’Oman. “L’Iran, secondo alcuni articoli, farà pagare un pedaggio alle petroliere che attraversano lo Stretto. Meglio che non lo facciano. Meglio se si fermano subito”, l’avvertimento di Trump. “L’Iran sta facendo un pessimo lavoro, qualcuno lo definirebbe disonorevole, nel consentire il passaggio del petrolio attraverso lo Stretto. L’accordo non dice questo“.

Intanto due petroliere, una con bandiera del Gabon e l’altra di Palau, sono state le prime navi non iraniane ad attraversare lo Stretto e a lasciare il Golfo Persico da quando è entrata in vigore la tregua. In particolare, la petroliera con bandiera gabonese trasportava 6.941 tonnellate di olio combustibile in 44mila barili ed era stata caricata il 28 febbraio a Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, era diretta in India. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco martedì sera, altre due petroliere iraniane e sei navi con carico a secco hanno attraversato lo Stretto.

La Marina dei Pasdaran in queste ore ha postato una mappa con le rotte alternative, per aiutare le navi a evitare le mine che sono state depositate in mare. Secondo i Guardiani della rivoluzione, le imbarcazioni che intendono attraversare lo Stretto dovrebbero percorrere rotte alternative, per “conformarsi ai principi di sicurezza marittima ed essere protette da possibili collisioni con mine marine”.

Teheran, secondo le informazioni raccolte dall’agenzia russa Tass, punterebbe a contingentare i passaggi nello Stretto: semaforo verde, al massimo, a 15 petroliere al giorno durante la tregua.

L’uranio arricchito

2. L’uranio arricchito è un tema dirimente. L’Iran possiede circa 440 chili di uranio arricchito al 60%. Rimangono step relativamente semplici nell’iter per arrivare alla soglia del 90%, necessaria per l’impiego del materiale in ambito militare con la produzione di armi nucleari.

“La priorità assoluta è che l’Iran non abbia mai armi nucleari”, ripete Trump. Teheran quotidianamente ribadisce il diritto di gestire le risorse senza ingerenze. Le richieste di chi vorrebbe smantellare il programma “sono semplicemente aspirazioni che non si concretizzeranno. Le rivendicazioni e le richieste dei nostri nemici volte a limitare il programma di arricchimento dell’Iran non sono altro che pietosi desideri che saranno seppelliti”, dice Mohammad Eslami, presidente dell’agenzia nazionale per l’energia atomica.

Le posizioni di Stati Uniti e Iran al momento sono diametralmente opposte. La Repubblica islamica inoltre chiede la revoca delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu e una forte riduzione del ruolo di monitoraggio dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Si tratta però di strumenti centrali del sistema di non proliferazione, difficilmente modificabili senza un ampio consenso internazionale.

Libano e rebus tregua

3. Il Libano è coperto dalla tregua secondo Iran e Pakistan. E’ fuori dalle intese, invece, secondo Usa e Israele. Il paese dei cedri, dall’inizio della tregua, viene colpito sistematicamente dagli attacchi che Israele conduce contro obiettivi di Hezbollah. I raid dello Stato ebraico, afferma Teheran, costituiscono una aperta violazione del cessate il fuoco e rischiano di condizionare pesantemente i colloqui di Islamabad. “La questione del Libano e un cessate il fuoco nel Paese sono un prerequisito e una condizione non negoziabile affinché la Repubblica Islamica avvii qualsiasi nuovo processo negoziale”, la posizione di Teheran citata dall’agenzia Irna.

La solidità della tregua, secondo l’Iran, è legata allo stop alle ostilità nell’intero teatro di guerra. Per gli Stati Uniti, il Libano non è coperto dalla tregua: capitolo chiuso. L’interesse suscitato dal ‘fascicolo Beirut’ alla Casa Bianca è quasi nullo come evidenzia un dettaglio sottolineato da Axios: nell’amministrazione americana “non c’è alcun alto funzionario realmente incaricato del dossier libanese”.

Se la contrapposizione specifica sul peso del Libano rischia di minare la fragile tregua, la possibilità di trovare un punto di incontro nel dialogo generale sul Medio Oriente è quasi nulla: l’Iran chiede lo stop agli attacchi contro i suoi proxy – compreso Hezbollah in Libano – e esige il ritiro delle forze armate americane dalla regione. Trump ha obiettivi opposti: Teheran non deve più essere il fulcro di una rete del terrore. Una possibile riduzione della presenza delle forze statunitensi in Medio Oriente potrebbe essere presa in considerazione da Washington solo nell’ambito di un più ampio quadro di stabilizzazione e non come concessione diretta a Teheran.

Via le sanzioni, pressing di Teheran

4. L’Iran invoca la rimozione delle sanzioni che da decenni sono state adottate dagli Stati Uniti, a cominciare dall’epoca dell’amministrazione di George W. Bush. Sul tema specifico ci potrebbe essere una convergenza almeno parziale. Washington potrebbe alleggerire – parzialmente – il carico nell’ambito di un quadro più articolato, abbinando il provvedimento ad una revisione del programma nucleare di Teheran. Una revoca totale appare altamente improbabile, anche per i vincoli politici interni a Washington.

Potrebbero tuttavia esserci margini per alleggerimenti selettivi, mentre resta molto più difficile la revoca delle sanzioni secondarie, che colpiscono anche aziende e governi terzi. “L’Iran chiederà un risarcimento per ogni singolo danno inflitto” dalla guerra, annuncia solennemente la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. La richiesta, però, è destinata a naufragare.

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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