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Iran-Usa, riparte la guerra: braccio di ferro su Hormuz tra annunci e smentite

La fragile tregua tra Washington e Teheran spezzata dai colpi sparati da entrambi i Paesi nello Stretto. E nel mirino iraniano finiscono anche Emirati e Oman

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
5 Maggio 2026
in Esteri
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Iran-Usa, riparte la guerra: braccio di ferro su Hormuz tra annunci e smentite
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ADN KRONOS/

La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran spezzata dai colpi sparati da entrambi i Paesi nello Stretto di Hormuz. Manca ancora la conferma ufficiale, ma la guerra tra Washington e Teheran è di fatto ripartita, con la Repubblica islamica ora all’attacco anche dei Paesi vicini, tra droni e missili scagliati contro gli Emirati e l’Oman.

Ed è in questo clima sempre più teso – e ormai quasi irrimediabilmente compromesso – che arriva l’ultima delle minacce di Donald Trump al’Iran. Il Paese, ha avvertito, “scomparirà dalla faccia della Terra” se attaccherà le navi Usa impegnate nell’annunciato Project Freedom, il piano del tycoon per riaprire Hormuz.

Braccio di ferro sullo Stretto tra annunci e smentite, il punto su Hormuz

Dopo giorni già carichi di tensione nell’infinito braccio di ferro su Hormuz, la situazione si è fatta incandescente ed è esplosa fin dalla mattina di ieri, con l’annuncio sui due missili – rivendicati trionfalmente da Teheran – che avrebbero colpito una fregata della Marina americana nei pressi di Jask, sulla costa iraniana, dopo che la nave avrebbe tentato di entrare nello Stretto “ignorando l’avvertimento della Marina della Repubblica Islamica”.

Versione però subito smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti, che ha anzi rilanciato con la notizia di due mercantili battenti bandiera statunitense che avrebbero attraversato con successo Hormuz – informazione negata a sua volta da Teheran -, annunciando contestualmente “il controllo” Usa dello Stretto e la riapertura del passaggio strategico.

Quindi il nuovo annuncio dell’esercito statunitense sulla distruzione di sei – sette, per Trump – imbarcazioni iraniane dopo che Teheran aveva lanciato “diversi missili da crociera, droni e piccole imbarcazioni” contro navi della Marina statunitense e navi mercantili. Annuncio anche stavolta smentito dall’Iran, che ha parlato di “affermazione falsa”.

Nel mezzo della lotta per lo Stretto è nel frattempo finita anche la Corea del Sud, con Seul che ha fatto sapere di una imbarcazione battente bandiera panamense, ma gestita dalla compagnia di navigazione sudcoreana Hmm Co, in fiamme dopo un’esplosione avvenuta sulla portarinfuse proprio mentre si trovava nello Stretto, “all’ancora nei pressi degli Emirati Arabi Uniti”.

Emirati e Oman nel mirino di Teheran

E proprio gli Emirati sono intanto rimasti vittima di un massiccio attacco iraniano. Un “grande incendio” è infatti divampato nel sito industriale petrolifero di Fujairah in seguito a un attacco con droni proveniente da Teheran. L’episodio è avvenuto mentre il ministero della Difesa emiratino rendeva nota l’individuazione di quattro missili in arrivo dall’Iran, di cui tre sono stati intercettati e un quarto è precipitato in mare.

In serata, quindi il bilancio: 15 i missili intercettati – 12 missili balistici e tre missili da crociera – e quattro droni iraniani, oltre al ferimento di tre persone. Il ministero ha inoltre affermato che il totale, dall’inizio della guerra, è di 549 missili balistici, 29 missili da crociera e 2260 droni lanciati da Teheran contro il Paese. Attacchi definiti “sleali”, con gli Emirati che ora si riservano il “pieno e legittimo diritto” di rispondere.

Ma a finire nel mirino della Repubblica islamica è stato anche l’Oman, con un attacco contro un edificio residenziale nella città di Bukha, situata lungo la costa dello Stretto di Hormuz. Due i feriti in gravissime condizioni.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale del Paese, ad essere preso di mira è stato un edificio utilizzato da dipendenti di una società nella zona di Tibat. L’incidente ha ovviamente sollevato preoccupazioni riguardo alla sicurezza nella regione, già nota per le tensioni geopolitiche.

Se per il momento non sono stati forniti ulteriori dettagli sull’accaduto, la notizia ha suscitato grande interesse e apprensione tra la popolazione locale e internazionale. La situazione in Oman e nello Stretto di Hormuz rimane quindi sotto stretta osservazione.

Le minacce e i bilanci di Trump

Nel frattempo Trump è tornato a pubblicare su Truth Social contenuti sull’Iran, condividendo questa volta un’immagine che, secondo l’amministrazione americana, riassumerebbe e metterebbe a confronto la situazione attuale delle due parti nel conflitto. Da un lato vengono mostrati gli Stati Uniti, con il presidente vivo e forze armate – Marina, Aeronautica e sistemi di difesa missilistica – descritte come “100% operative”. Dall’altro lato, l’Iran viene rappresentato con la Guida Suprema, Ali Khamenei, indicata come “morta” e con Marina, Aeronautica e difese missilistiche definite “distrutte”.

Tutto qui? Ovviamente no. Nel corso della giornata ecco quindi arrivare l’ennesima minaccia, stavolta lanciata via Fox News. L’Iran, ha promesso il tycoon, sarà “spazzato via dalla faccia della Terra” se attaccherà le navi Usa che partecipano al Project Freedom, il suo piano per riaprire lo Stretto di Hormuz, aggiungendo di credere che Teheran sia diventata “molto più malleabile” nei negoziati.

“Abbiamo più armi e munizioni ad un livello molto più alto di quanto avessimo prima – ha aggiunto -, abbiamo il miglior equipaggiamento, abbiamo roba per tutto il mondo, basi in tutto il mondo, abbiamo arsenali pieni di equipaggiamento, possiamo usare tutta queste roba e lo faremo se necessario“.

Quindi di nuovo un salto su Truth con il passaggio sulle imbarcazioni iraniane distrutte nello Stretto. “Abbiamo abbattuto sette piccole imbarcazioni o, come amano chiamarle, imbarcazioni ‘veloci’. È tutto ciò che gli è rimasto. A parte la nave sudcoreana, al momento non si sono registrati danni nello Stretto”, ha assicurato poi il presidente, lanciando anche l’invito a Seul: “Forse – le parole del tycoon – è ora che la Corea del Sud si unisca alla missione”.

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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