Al di là della propaganda – Ci sono momenti nella storia in cui gli avvenimenti appaiono confusi, contraddittori, perfino caotici. Nel giro di poche ore arrivano dichiarazioni che si smentiscono da sole, aperture diplomatiche seguite da bombardamenti, minacce alternate a trattative riservate. Eppure, proprio dentro questa apparente confusione, esiste quasi sempre una direzione profonda degli eventi. Si tratta infatti, di quella direzione che oggi bisogna provare a leggere nel confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Questo perché al di là della propaganda, delle conferenze internazionali e delle dichiarazioni ufficiali, il vero centro della crisi mediorientale si sta ormai concentrando attorno a due questioni decisive, la possibilità che l’Iran arrivi alla bomba atomica e il controllo del mare attraverso cui passa una parte enorme dell’energia mondiale. È qui che si gioca il futuro della crisi da cui si può intuire dove gli eventi potrebbero andare.
Il vero nodo: quanto tempo manca alla bomba iraniana – Per anni l’Occidente ha raccontato il confronto con Teheran come una somma di crisi regionali: Gaza, il Libano, gli Houthi, la Siria e le milizie sciite. Sono tutti elementi reali, naturalmente, ma nessuno di questi rappresenta il punto centrale della questione. La vera domanda che domina le cancellerie occidentali e soprattutto Israele è una sola: quanto manca all’Iran per trasformare l’uranio arricchito in un’arma nucleare? Per Israele questo non è un semplice problema geopolitico ma una questione esistenziale e cioè, il motivo per cui la strategia israeliana appare così lineare, quasi ossessiva: colpire, rallentare, impedire, distruggere ogni avanzamento del programma nucleare iraniano. Nella visione dello Stato ebraico, infatti, un Iran dotato di arma atomica rappresenterebbe un rischio che non può essere accettato in nessun caso. Gli Stati Uniti, invece, vivono una contraddizione più complessa. Washington sa di non poter permettere all’Iran di arrivare alla soglia nucleare militare, ma sa anche che l’America non può affrontare un’altra guerra infinita in Medio Oriente. Ed è qui che entrail vero problema politico di Donald Trump.
La necessità di poter dichiarare una vittoria – Trump non può presentarsi davanti agli americani con una guerra aperta, un Iran ancora vicino alla bomba e un Golfo Persico destabilizzato perché sarebbe percepito come un fallimento strategico. Ma allo stesso tempo non può nemmeno limitarsi a dire di essersi fidato delle promesse iraniane. Oltre al fatto che Israele non lo accetterebbe anche il Congresso difficilmente potrebbe giustificarlo così come non lo accetterebbe neppure una parte importante dell’opinione pubblica americana. Per questo, la direzione più plausibile degli eventi porta verso una soluzione intermedia: non una pace vera, ma una vittoria politica costruita diplomaticamente. L’Iran potrebbe accettare una lunga sospensione dell’arricchimento dell’uranio, il trasferimento del materiale già arricchito e controlli internazionali molto più invasivi rispetto al passato. Non perché Teheran abbia davvero rinunciato al progetto nucleare, ma perché oggi il regime iraniano non possiede più la forza economica, militare e interna necessaria per sostenere uno scontro prolungato. In questo scenario Trump potrebbe tornare negli Stati Uniti sostenendo di aver impedito all’Iran di ottenere la bomba atomica senza trascinare l’America in un’altra occupazione militare. Questa sarebbe, politicamente, la formula della vittoria. Non come soluzione definitiva del problema iraniano, ma come congelamento della minaccia immediata.

Se la diplomazia fallisse – Esiste però anche un altro scenario, ed è uno scenario che l’Occidente considera già implicitamente pronto. Se Teheran continuasse a prendere tempo, oppure se Israele convincesse Washington che ogni mese avvicina l’Iran alla capacità nucleare militare, allora la diplomazia potrebbe lasciare il posto a un’operazione militare limitata ma altamente simbolica. Non un’invasione dell’Iran. Non una guerra totale. Piuttosto una campagna di bombardamenti mirati contro impianti nucleari, centri tecnologici, depositi strategici e infrastrutture militari. un’azione breve, violenta e spettacolare, al termine della quale Trump potrebbe dichiarare che il programma nucleare iraniano è stato distrutto o ritardato di molti anni. Anche in questo caso, però, non si tratterebbe di una pace vera. Sarebbe una sospensione armata della minaccia. Ma dal punto di vista politico potrebbe essere sufficiente perché l’obiettivo americano non è occupare l’Iran ma impedire che divenga una potenza nucleare incontrollabile.
Il petrolio come arma geopolitica – Ed è qui che entra il secondo elemento decisivo della crisi. L’Iran sa di non poter competere militarmente con Stati Uniti e Israele sul piano convenzionale. Per questo prova a compensare la propria inferiorità strategica utilizzando il petrolio e il mare come strumenti di pressione geopolitica. La minaccia è chiara: ostacolare il traffico delle petroliere, aumentare l’instabilità nello Stretto di Hormuz, creare tensione permanente sulle rotte energetiche mondiali. In altre parole, Teheran manda i preciso messaggio all’Occidente che impedendo il nucleare per non arrivare alla bomba atomica, l’Iran potrà colpire attraverso Hormuz, il cuore economico del sistema occidentale. Ed è qui che la crisi cambia natura perché sul nucleare gli Stati Uniti possono anche trattare, rinviare, congelare oppure costruire formule diplomatiche ambigue ma sul controllo delle rotte marittime non possono arretrare.
Perché Washington non può cedere sul mare – Gli Stati Uniti si sono costruiti come potenza globale anche attraverso una promessa implicita fatta al mondo di garantire la sicurezza delle grandi rotte commerciali internazionali. Se Washington accettasse che una potenza regionale trasformi il Golfo Persico in uno strumento di ricatto armato, invierebbe al pianeta il devastante messaggio che basta minacciare il petrolio per piegare l’Occidente. Questo è esattamente quanto l’America non può permettere, per cui se l’Iran tentasse davvero di trasformare Hormuz in un pedaggio geopolitico permanente, la risposta occidentale sarebbe con ogni probabilità immediata: scorte militari alle petroliere, pattugliamenti navali continui, neutralizzazione di mine, droni e unità iraniane, fino ad arrivare se necessario, a colpire direttamente le capacità navali di Teheran. A questo punto il conflitto non riguarderebbe più soltanto Israele o il programma nucleare iranianoma il principio stesso dell’autorità strategica americana nel mondo.
La direzione degli eventi – E’ qui che la direzione degli eventi diventa più leggibile. L’Iran continuerà probabilmente a utilizzare contemporaneamente due leve: la pressione nucleare e la pressione energetica. Gli Stati Uniti tenteranno fino all’ultimo di ottenere una vittoria diplomatica dichiarabile, perché una guerra lunga danneggerebbe l’America stessa, economicamente e politicamente. Ma esiste una linea oltre la quale Washington non potrà andare. Gli Stati Uniti e Israele non possono accettare un Iran vicino alla bomba atomica né che Teheran condizioni il traffico energetico mondiale. Per questo la conclusione non sembra essere una pace definitiva, ma un congelamento forzato della crisi. Questo avverrà o attraverso un accordo molto duro sul nucleare, oppure con un intervento militare limitato ma sufficiente a ristabilire deterrenza e controllo. E anche se gli avvenimenti dovessero cambiare nei dettagli, difficilmente potranno uscire da questa linea strategica fondamentale. E perché ? Perché oltre quella linea non sarebbe più in discussione soltanto il Medio Oriente ma l’ intero operato di Trump e la capacità stessa degli Stati Uniti di continuare a essere la potenza garante dell’ordine mondiale.




















