La Casina Pio IV, gioiello rinascimentale incastonato nei giardini vaticani, ha ospitato questa mattina un convegno dal titolo ambizioso: “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale”.
Ministri dell’istruzione, accademici, esperti di politiche educative e rappresentanti di organismi internazionali si sono riuniti per discutere di salute mentale, tecnologie digitali e formazione delle nuove generazioni. Ma la voce più lucida, quella che ha dato al dibattito il suo vero baricentro, è stata quella del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Non un intervento tecnico, non una lista di buone intenzioni. Una diagnosi spietata della crisi educativa contemporanea e un appello che suona come un’accusa implicita a tutte le politiche che hanno ridotto l’istruzione a puro addestramento.
Il cardinale ha citato i dati allarmanti della salute mentale giovanile, l’incremento di ansia, depressione e sofferenza psicologica nel mondo post-pandemico. Ma ha subito alzato lo sguardo oltre la statistica. “I giovani soffrono non perché manchi loro qualcosa di materiale – ha detto in sostanza Parolin – ma perché manca loro un orizzonte di significato”.
La società, ha aggiunto, offre a ragazzi e ragazze “ogni mezzo ma nessun fine, ogni connessione ma nessuna relazione autentica, ogni risposta ma nessuna domanda profonda”. Parole che pesano come macigni in un’epoca in cui i governi misurano il successo scolastico in base ai punteggi dei test e le aziende tecnologiche promuovono l’apprendimento come un’estensione del consumo digitale.
Il segretario di Stato non ha nascosto le contraddizioni del progresso. Ha riconosciuto che le tecnologie digitali possono ridurre le disuguaglianze educative, specialmente in regioni vaste e diversificate come l’Iberoamerica. Ma ha denunciato senza mezzi termini gli effetti collaterali di un’esposizione intensiva e senza filtri: frammentazione dell’attenzione, dipendenza dagli schermi, cyberbullismo, isolamento sociale, sovraccarico informativo. La sfida, ha detto Parolin, non è accettare o rifiutare le tecnologie, ma governarle. E governarle significa investire nella formazione digitale degli insegnanti, integrare le competenze tecniche con quelle socio-emotive, mettere la persona prima dell’algoritmo. Un’indicazione precisa che sembra uscita dalla lettera apostolica “Disegnare mappe di speranza” firmata da Papa Leone XIV, che il cardinale ha più volte evocato come bussola del suo ragionamento.
Il cuore dell’intervento, però, è stato un altro. Parolin ha ricordato che la Chiesa ha sempre insegnato l’unità inscindibile di corpo, mente e spirito. E ha definito “mutilata” una visione educativa che trascuri una di queste dimensioni. La scuola, ha detto, deve essere “un luogo di protezione, riconoscimento e cura”, un ambiente dove ogni studente si senta visto, ascoltato, accompagnato. Non una fabbrica di competenze, ma un laboratorio di senso. Non un apparato di selezione, ma una comunità che accoglie.
Le parole del cardinale suonano come un atto d’accusa nei confronti dei sistemi formativi che hanno ridotto l’istruzione a una corsa a ostacoli verso il mercato del lavoro. Parolin non nega l’importanza delle conoscenze tecniche, ma rivendica che senza un orizzonte di significato, senza le domande fondamentali sul bene, sulla giustizia, sulla felicità, l’educazione diventa un meccanismo vuoto, incapace di rispondere al bisogno più profondo delle nuove generazioni. Una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine è una società che, nonostante le apparenze, li abbandona.
Il segretario di Stato ha voluto rivolgere un messaggio diretto ai ministri presenti. Ha parlato di “responsabilità enorme” e di “privilegio straordinario” della politica. Ha chiesto investimenti adeguati, cooperazione interministeriale, integrazione tra politiche educative e sanitarie, sostegno agli insegnanti, coinvolgimento delle famiglie. Non una generica esortazione alla buona volontà, ma una richiesta precisa di risposte strutturali, di interventi sistemici, di scelte coraggiose che non demandino la cura dell’anima al solo sistema sanitario.
Non è un mistero che il cardinale Parolin sia considerato uno dei più fini interpreti del magistero sociale della Chiesa. In questo intervento, come in altri che hanno segnato il suo servizio alla Santa Sede, ha dimostrato di saper coniugare la profondità della riflessione teologica con la concretezza dell’azione politica. Non si è limitato a denunciare il male. Ha indicato la via. Ha disegnato mappe. Ha offerto alle istituzioni uno strumento di lavoro.
L’augurio che ha lasciato ai partecipanti è stato un’eco delle parole di Leone XIV: “Siate servitori del mondo educativo, coreografi della speranza”. Non un ruolo secondario, non una funzione ancillare. Un compito creativo, quasi artistico: coreografare la speranza significa dare forma al desiderio di futuro che abita nel cuore di ogni giovane, tradurlo in percorsi concreti, in politiche pubbliche che non tradiscono l’attesa di senso. E questo, ha concluso Parolin, è il fine ultimo di ogni autentico impegno educativo: servire il bene comune, aprire orizzonti, restituire alla vita delle nuove generazioni quella pienezza che il consumo e la velocità hanno frantumato.
Oggi, mentre il mondo discute di armi, di confini, di mercati, il cardinale Pietro Parolin ha ricordato che esiste un’emergenza più silenziosa ma non meno grave: l’abbandono educativo dei giovani. E ha mostrato che la Chiesa, pur senza eserciti e senza banche centrali, ha ancora la forza di indicare la direzione. Non a caso: sa che la speranza non è un sentimento, ma una virtù.
E le virtù, si sa, si coltivano con l’esempio prima ancora che con le parole.
RVSCB
Bibliografia
Parolin, Pietro, Intervento al convegno “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale”, Casina Pio IV, 29 maggio 2026
Leone XIV, Lettera apostolica “Disegnare mappe di speranza”, 27 ottobre 2025
Francesco, Patto Educativo Globale, 12 settembre 2019
Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione “Gravissimum educationis”, 28 ottobre 1965
Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, nottetempo, Roma 2012
Bauman, Zygmunt, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002
Galimberti, Umberto, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano 2009




















