Finora – Le fonti hanno contato forse troppe dichiarazioni di imminenza dall’inizio della guerra attribuite a Trump; non tutte erano annunci formalmente distinti, perché molte ripetevano, nelle stesse giornate, formule come “molto presto”, “nei prossimi giorni” o “entro il fine settimana”. Lo scetticismo sull’accordo, dichiarazioni più, dichiarazioni meno, non nasce soltanto dalle difficoltà oggettive della trattativa, ma dalla lunga successione di annunci con cui Donald Trump, da quasi tre mesi, continua a presentare la pace con l’Iran come ormai raggiunta, o comunque distante soltanto pochi giorni. Tuttavia, a ogni previsione non realizzata è seguita una nuova previsione, con una diversa scadenza, un diverso mediatore e talvolta perfino con condizioni differenti da quelle annunciate in precedenza.
“Molto presto” – Il primo annuncio significativo risale al 23 marzo, quando Trump dichiarò che tra Stati Uniti e Iran esistevano punti di accordo su quasi tutte le questioni principali e che l’intesa, a suo giudizio, sarebbe certamente arrivata. Non arrivò. Il 30 marzo tornò sull’argomento affermando che erano stati compiuti “grandi progressi” e che un accordo sarebbe stato probabilmente raggiunto a breve; contemporaneamente, però, minacciò di distruggere centrali elettriche, pozzi petroliferi e infrastrutture iraniane qualora l’intesa non fosse stata conclusa. Il giorno successivo, 31 marzo, indicò persino un termine temporale: gli Stati Uniti avrebbero lasciato il teatro di guerra “molto presto”, entro due o tre settimane. Anche quella scadenza trascorse senza che fosse firmato alcun accordo. Il 7 aprile Trump annunciò una tregua di due settimane, spiegando che quasi tutti i punti controversi erano stati concordati e che quei quattordici giorni sarebbero serviti soltanto a perfezionare e concludere formalmente l’intesa. La tregua fu quindi presentata come l’anticamera dell’accordo definitivo.
“Il 5 Maggio” – Nel giorno di fatal memoria, scadute le due settimane, il documento di accordo non esisteva ancora. Il 16 aprile il presidente dichiarò nuovamente che le parti erano “molto vicine”; il 17 aprile assicurò che il processo sarebbe avanzato rapidamente, perché la maggior parte delle questioni risultava già negoziata. Nello stesso momento, però, fonti iraniane precisavano che rimanevano divergenze sostanziali, mentre persino le ipotesi sulla liberazione dei capitali iraniani congelati venivano contraddette pubblicamente dallo stesso Trump. Il 5 maggio giunse un’altra proclamazione: erano stati realizzati “grandi progressi” verso un accordo completo e definitivo. Due giorni dopo, il 7 maggio, la promessa assunse una formula ancora più immediata: l’intesa, disse Trump, avrebbe potuto essere raggiunta “in qualsiasi giorno”. Anche questa volta non accadde. Il 18 maggio il Presidente annunciò di avere sospeso un attacco militare previsto per il giorno successivo, sostenendo che Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti gli avevano garantito che sarebbe stato raggiunto un accordo soddisfacente per gli Stati Uniti e per l’intero Medio Oriente.
Le risposte giuste – Ma nessun attacco programmato era stato precedentemente comunicato e nessun testo concordato venne presentato. Trump si limitò a parlare di una “ottima possibilità” di intesa, mantenendo contemporaneamente le forze americane pronte a riprendere l’offensiva. Il 20 maggio la conclusione sembrò essere nuovamente distante soltanto pochi giorni. Trump dichiarò che la situazione era nelle sue “fasi finali” e che avrebbe aspettato ancora un breve periodo per ottenere “le risposte giuste”. In caso contrario, minacciò azioni militari particolarmente dure. Il 23 maggio annunciò poi che il memorandum d’intesa era “in gran parte negoziato” e che gli ultimi aspetti sarebbero stati resi noti a breve. L’agenzia iraniana Fars replicò immediatamente che la rappresentazione americana era incompatibile con la realtà. Gli stessi mediatori pakistani ammisero che non esisteva alcuna garanzia che Washington avrebbe accettato il memorandum e che, anche nell’ipotesi più favorevole, sarebbero stati necessari ulteriori negoziati.
“Il grande accordo” – Il 3 giugno Trump tornò a sostenere che la trattativa stava procedendo molto bene e che l’accordo avrebbe potuto essere raggiunto “nel fine settimana”. Il fine settimana trascorse senza alcuna firma. L’11 giugno il linguaggio divenne ancora più categorico: non parlò più soltanto di trattative promettenti, ma dichiarò che gli Stati Uniti avevano ormai raggiunto un “grande accordo” con l’Iran. Aggiunse che la firma sarebbe potuta avvenire molto presto, forse durante il fine settimana in Europa, e che subito dopo sarebbe stato riaperto lo Stretto di Hormuz. Teheran rispose che non era stata assunta alcuna decisione definitiva e che diversi punti essenziali rimanevano ancora da risolvere. Il 13 giugno si è infine arrivati alla previsione più precisa: Trump e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif hanno annunciato che l’accordo sarebbe stato firmato elettronicamente domenica Non si trattava più, dunque, di un generico “presto”, ma di una data determinata. Eppure, prima ancora che arrivasse la domenica, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano aveva avvertito che la firma non sarebbe avvenuta quel giorno, pur senza escluderla nei giorni successivi.

A fine settimana – Trascorsa anche questa scadenza, Trump ha continuato a parlare di una conclusione vicina, mentre la firma è stata nuovamente rinviata. La sequenza è quindi evidente: prima l’accordo doveva arrivare entro due o tre settimane; poi durante la tregua di aprile; quindi “in qualsiasi giorno”; successivamente entro pochi giorni; poi nel fine settimana di inizio giugno; ancora nel fine settimana europeo dell’11 giugno; infine domenica 14 giugno. Ogni scadenza mancata non ha prodotto una spiegazione politica completa, ma è stata sostituita da una nuova promessa di imminenza. Questa reiterazione non dimostra necessariamente che non vi sia stata alcuna trattativa. Al contrario, bozze, mediazioni e contatti sembrano esserci stati. Dimostra però che Trump ha ripetutamente presentato come quasi concluso ciò che era ancora sottoposto all’approvazione politica dell’Iran, alle condizioni poste dagli alleati regionali e alle obiezioni di Israele. In altre parole, ha confuso, o volutamente sovrapposto, tre momenti molto diversi: l’esistenza di contatti diplomatici, la predisposizione di una bozza e il raggiungimento di un consenso politico vincolante. È proprio quest’ultimo elemento che continua a manca
“Il gioco delle parti” – Oggi si può dunque dire che una firma vi sia stata, ma non ancora un vero accordo. O più precisamente, è stato firmato l’accordo sull’accordo: una cornice preliminare, un memorandum di intenzioni, un atto che stabilisce la prosecuzione della trattativa più che la sua conclusione. Non siamo davanti a una pace definita nei suoi contenuti essenziali, ma a un impegno a discutere successivamente ciò che dovrebbe costituire la sostanza stessa della pace. È questa la contraddizione centrale dell’intera vicenda. La firma viene presentata come un risultato politico compiuto, mentre in realtà rinvia a un secondo tempo le questioni decisive: il nucleare iraniano, la revoca effettiva delle sanzioni, la libertà di passaggio nello Stretto di Hormuz, il ruolo di Israele, il Libano, le garanzie reciproche e le conseguenze di un’eventuale violazione. In altre parole, è stato sottoscritto il contenitore, ma il contenuto resta ancora largamente da negoziare. Per questo affermare che “l’accordo c’è”, è una semplificazione propagandistica. C’è un’intesa provvisoria, c’è una sospensione, c’è una promessa di trattativa; ma non c’è ancora quell’accordo sostanziale che chiude una crisi, stabilisce obblighi definitivi e rende politicamente stabile la pace annunciata. L’accordo dell’accordo non è l’accordo: è soltanto il suo prologo, e talvolta i prologhi in diplomazia, servono più a guadagnare tempo che a risolvere i conflitti. E l’ Iran lo sa bene.La situazione assume così un carattere quasi istrionesco: si firma per poter dire che si è firmato, si annuncia la pace per poter sostenere che la guerra è finita, ma si rinvia a dopo la definizione di ciò che dovrebbe rendere quella pace reale. La firma, invece di chiudere la vicenda, la sposta in avanti. E l’accordo, invece di essere il punto d’arrivo della trattativa, diventa soltanto il titolo provvisorio di una trattativa ancora tutta da verificare.



















