Un linguaggio ruvido – Si guarda alla frase, al gesto, alla battuta polemica, all’irritazione del momento, e si perde di vista il movimento più profondo che ha prodotto quella reazione. È accaduto anche nelle recenti tensioni tra Donald Trump, Giorgia Meloni e il governo italiano, subito interpretate da una parte della narrazione mediatica come uno strappo emotivo, come l’ennesima intemperanza verbale del presidente americano, come un incidente diplomatico da archiviare nel registro dell’eccesso personale. Ma questa lettura, pur comprensibile sul piano immediato, rischia di essere insufficiente. Trump come si sa usa spesso un linguaggio ruvido, diretto, spesso urticante rispetto ai canoni della diplomazia tradizionale; tuttavia, sarebbe ingenuo pensare che dietro ogni sua uscita vi sia soltanto un moto d’umore. Un leader pragmatico, soprattutto quando rappresenta la prima potenza militare dell’Occidente, non si muove soltanto per risentimenti personali. Più spesso usa il pretesto per rendere visibile un problema strutturale che, fino a quel momento, era rimasto nascosto sotto le formule cortesi dell’alleanza. .

Il nodo vero – Washington sta registrando, un episodio dopo l’altro, una crescente difficoltà europea e italiana a tradurre l’alleanza atlantica in corresponsabilità concreta. Finché si tratta di dichiarare amicizia agli Stati Uniti, di richiamarsi ai valori comuni, di confermare l’appartenenza all’Occidente, nessun governo europeo si sottrae. Ma quando l’alleanza chiede costi, rischi, decisioni operative, esposizione politica e disponibilità strategica, l’Europa tende a rifugiarsi in una prudenza che agli occhi americani appare sempre più simile a un comodo disimpegno. Nel caso italiano, la questione diventa ancora più delicata perché riguarda Giorgia Meloni. Per Trump, Meloni non è una leader europea qualsiasi. È stata percepita come una figura politicamente più affine, più comprensiva verso la sensibilità americana, meno legata all’antitrumpismo quasi automatico che attraversa una parte consistente delle classi dirigenti europee. Proprio per questo, un rifiuto o una freddezza provenienti da lei risultano più indigesti di quelli provenienti da governi già considerati ostili o distanti. Il diniego dell’avversario è previsto; il diniego dell’amico ferisce politicamente di più.

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Sigonella – Qui si colloca il senso più profondo dell’incidente diplomatico. Trump non sembra aver reagito soltanto a un singolo episodio, ma a una somma di segnali. In particolare, il caso delle basi e delle autorizzazioni operative, con Sigonella al centro dell’attenzione, ha assunto un significato simbolico molto più ampio della vicenda tecnica in sé. Naturalmente l’Italia ha il diritto e il dovere di rispettare le proprie procedure, i trattati, i passaggi parlamentari e i limiti della propria sovranità. Nessuna alleanza può pretendere l’automatica cancellazione delle regole interne di uno Stato. Ma dal punto di vista americano, quando una richiesta urgente di cooperazione strategica si infrange contro un muro di procedure, il formalismo finisce per apparire come una forma elegante di rifiuto. Ed è proprio qui che nasce il contrasto tra due logiche. Da una parte la logica giuridico-istituzionale italiana, che invoca trattati, autorizzazioni, tempi parlamentari e competenze formali; dall’altra la logica strategica americana, che valuta la sostanza politica dell’alleanza: nel momento in cui si apre una crisi in un’area vitale per l’Occidente, l’amico è disposto o no a condividere il peso della risposta?
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Gli effetti a catena – La domanda è dura, ma non eludibile. E diventa ancora più rilevante se si guarda al Medio Oriente da una prospettiva geopolitica. Gran parte dell’opinione pubblica europea continua invece a comportarsi come se l’attivismo americano nell’area del Golfo Persico fosse un problema esclusivamente americano, quasi che Washington difendesse un proprio cortile energetico e chiedesse all’Europa soltanto di partecipare a una strategia altrui. Ma questa rappresentazione è rovesciata rispetto alla realtà. Gli Stati Uniti, sul piano energetico, sono oggi molto meno vulnerabili dell’Europa. L’Europa, invece, resta esposta alle grandi rotte marittime, alla stabilità del Mediterraneo allargato, alla sicurezza del Golfo, alla continuità dei rifornimenti e ai riflessi immediati che ogni crisi produce sui prezzi, sull’inflazione, sull’industria e sulle famiglie. Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio geografico lontano, è invece una delle strozzature vitali dell’economia mondiale. Ogni tensione in quel passaggio produce effetti a catena sulle assicurazioni marittime, sui costi dell’energia, sulle forniture, sulle borse, sulle aspettative dei mercati e sulla stabilità politica dei Paesi importatori. Per questo l’Europa non può fingere che la sicurezza di quel quadrante sia un affare americano. Se Hormuz si chiude, se il traffico energetico si riduce, se la navigazione diventa più costosa o più rischiosa, il conto non arriva soltanto a Washington. Arriva soprattutto, nei porti, nelle imprese e nelle bollette europee.

Non se… ma quando – A questo punto si presenta l’obiezione più comune: se Trump e Israele non avessero irrigidito il confronto con Teheran, l’Iran non avrebbe minacciato Hormuz, né il Medio Oriente sarebbe precipitato in una tensione così pericolosa. È una tesi suggestiva, perché apparentemente semplice: togliere l’azione americana e israeliana, e la crisi scompare. Ma la geopolitica raramente obbedisce a semplificazioni così comode. Il vero problema non è stabilire se l’Iran avrebbe chiuso Hormuz oggi, domani o tra qualche mese. Il problema è capire che cosa sarebbe accaduto se il regime iraniano fosse giunto alla piena disponibilità dell’arma nucleare. In quel caso, lo Stretto di Hormuz non sarebbe stato soltanto una via marittima minacciata, ma il detonatore permanente di un ricatto strategico globale. Teheran avrebbe potuto agire sotto la protezione della propria deterrenza atomica, alzando il livello dello scontro contro Israele, contro le monarchie del Golfo e contro le rotte energetiche nonché, contro gli interessi occidentali, sapendo che ogni risposta militare avversaria sarebbe stata frenata dal rischio di escalation nucleare. È questo il punto che l’Europa tende a rimuovere. Un Iran nucleare non avrebbe reso il Medio Oriente più stabile, ma immensamente più pericoloso. Non avrebbe congelato il conflitto: lo avrebbe reso più ricattatorio.

Anche la sola minaccia – Ogni crisi nello Stretto di Hormuz, ogni attacco alle rotte marittime così come, ogni offensiva indiretta attraverso milizie alleate e ogni pressione su Israele o sui Paesi del Golfo, sarebbe avvenuta dentro una cornice nuova e drammatica: la possibilità che una potenza ideologica, radicale e teocraticamente motivata fino al sacrificio, disponesse dell’ultima arma di intimidazione. In questo scenario, l’Europa non avrebbe potuto restare spettatrice. È un’illusione pensare che una crisi nucleare nel Medio Oriente riguardi soltanto Israele, gli Stati Uniti o i Paesi della regione. L’Europa è geograficamente, energeticamente e politicamente troppo vicina a quel quadrante per considerarlo un teatro esterno. Una guerra nucleare, anche limitata, non produce soltanto vittime nel punto dell’esplosione. Produce panico globale, blocco delle rotte, fuga dei capitali, collasso delle assicurazioni marittime, impennata dei prezzi energetici, crisi alimentari, instabilità finanziaria, pressione migratoria e una contaminazione psicologica e strategica destinata a durare per generazioni A questo si aggiunga il dato più inquietante: l’uso anche solo minacciato dell’arma atomica avrebbe cambiato per sempre il rapporto di forza nella regione.
Ben altra deterrenza – Israele non avrebbe potuto tollerare serenamente la prospettiva di un Iran nuclearizzato; l’Iran, una volta protetto dall’ombrello atomico, avrebbe potuto moltiplicare le proprie provocazioni indirette; gli Stati Uniti sarebbero stati comunque costretti a intervenire; l’Europa avrebbe subito le conseguenze economiche e politiche senza aver contribuito in modo adeguato alla prevenzione del pericolo. Da questo punto di vista, la tesi secondo cui l’azione preventiva americana e israeliana avrebbe “creato” la crisi di Hormuz, rovescia completamente il rapporto tra causa e conseguenza. E perché? Perché la crisi di Hormuz era già inscritta nella natura stessa del progetto di potenza iraniano. Se non fosse esplosa oggi come minaccia marittima, sarebbe esplosa domani come ricatto nucleare. E allora il prezzo sarebbe stato infinitamente più alto. Trump e Israele non hanno dunque semplicemente acceso una miccia che poteva restare spenta ma hanno tentato di impedire che quella miccia arrivasse a collegarsi all’ordigno più pericoloso: la disponibilità dell’arma atomica da parte di un regime che ha fatto dell’ostilità verso Israele, dell’influenza regionale e della pressione sull’Occidente una parte essenziale della propria identità politica. 
Saper vedere – Qui sta il nodo che l’Europa non può più eludere. Infatti, se l’Iran fosse diventato una potenza nucleare pienamente operativa, la sicurezza europea sarebbe stata minacciata non meno di quella americana, e forse persino di più sul piano economico e territoriale. Washington avrebbe potuto sopportare meglio gli effetti energetici di una crisi prolungata; l’Europa, molto meno. Gli Stati Uniti dispongono di autonomia energetica, profondità strategica e distanza geografica. L’Europa, invece, vive a ridosso del Mediterraneo, dipende dalle rotte commerciali e subisce immediatamente ogni scossa proveniente dal Golfo Persico. Per questo l’intervento americano e israeliano non può essere liquidato come una provocazione: può essere discusso nei modi, nei tempi, nei rischi e nella forma diplomatica, ma non nel suo fondamento strategico.. .
L’ illusoria distanza geografica – Di fronte alla prospttiva di un Iran nuclearizzato, la prevenzione non è un capriccio bellico: è il tentativo di evitare che una crisi regionale diventi una catastrofe sistemica. L’Europa, invece, ha spesso preferito ragionare come se il pericolo fosse lontano, ossia, come se il problema iraniano riguardasse altri, come se Hormuz fosse una strettoia remota e non invece, una delle valvole principali della nostra sopravvivenza economica. Ma questa distanza è solo mentale. Nella realtà, l’Europa è dentro quel conflitto anche quando finge di esserne fuori. Lo è attraverso l’energia, il commercio, il Mediterraneo, la sicurezza marittima, la stabilità dei mercati e la vulnerabilità delle proprie opinioni pubbliche. Ecco perché la richiesta americana di corresponsabilità non può essere ridotta a una pretesa arbitraria di Trump. Se il rischio nucleare iraniano minaccia anche l’Europa, allora l’Europa non può pretendere che siano soltanto gli Stati Uniti e Israele a sostenere il peso politico, militare e finanziario della prevenzione. Può discutere la strategia, può chiedere garanzie, può esigere prudenza. Ma non può nascondersi dietro l’idea che la crisi non la riguardi.

Il viaggio gratis – Da questo punto di vista, la posizione di Trump segue una logica brutale ma coerente: se l’America deve sostenere il costo politico, militare e finanziario della sicurezza di un’area da cui dipende anche l’equilibrio europeo, allora gli alleati europei non possono limitarsi a beneficiare della protezione americana e poi tirarsi indietro quando viene chiesto un contributo concreto. È la vecchia questione del “viaggio gratis” sotto l’ombrello altrui. Una questione che Trump ha trasformato in linguaggio diretto, spesso sgradevole, ma non privo di motivazione politica per le sue mancate aspettative . Il punto, dunque, non è reagire oltre, alle espressioni offensive pronunciate da Trump, completamente fuori luogo e unanimemente condannate ma comprendere il motivo di quella sue stesse tipiche e infelici sfuriate con gli amici . la reazione che dietro quelle parole vi sia una contestazione razionale. E la contestazione esiste: l’alleanza atlantica non può restare un’assicurazione gratuita per l’Europa, pagata dagli Stati Uniti e invocata dagli europei soltanto quando conviene.
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