La cecità della politica
Il dibattito pubblico italiano, si sa, predilige il teatrino della forma alla durezza della sostanza. Da settimane assistiamo a una fiammata di sdegno bipartisan contro Donald Trump, colpevole di aver riservato a Giorgia Meloni attacchi rozzi, uscite provocatorie sui social e un distacco diplomatico a dir poco umiliante. La classe politica nostrana, sia di maggioranza che di opposizione, si è arroccata dietro lo scudo del “galateo istituzionale” violato, gridando allo scandalo, per il clamoroso voltafaccia del tycoon rispetto all’idillio degli anni passati. Ma questa narrazione è un’operazione di distrazione di massa. Chi si stupisce del cambio di rotta di Trump dimostra di non vedere oltre la punta del proprio naso o, di essere in totale malafede. Il credito politico dell’Italia a Washington non si è esaurito per un capriccio umorale, ma si è assottigliato un pezzo alla volta: prima con i timidi equilibrismi sui dazi commerciali per non scontentare Bruxelles, poi con le prudenze contabili sulle spese NATO. Ma la goccia che ha fatto crollare irreversibilmente il castello di carte ha un nome preciso: il diniego della base di Sigonella durante l’acuirsi del conflitto con l’Iran.

Il paradosso del transito logistico
La rottura definitiva si è consumata quando Palazzo Chigi, consigliato dai contraccolpi politici interni, ha negato l’autorizzazione allo scalo tecnico e al rifornimento di assetti strategici americani diretti in Medio Oriente. Il governo ha cercato di far passare questo “no” burocratico come un atto di saggia neutralità per evitare il coinvolgimento bellico dell’Italia. Si tratta di un’assurdità logica prima ancora che geopolitica. E perché? Perché se l’autorizzazione a un mero scalo logistico equivalesse a una co-belligeranza, l’intera architettura di sicurezza occidentale sarebbe paralizzata. La strategia militare globale degli Stati Uniti si basa su una catena di hub intermedi (dalla Germania alla Spagna, dalla Grecia all’Italia). Costringere l’alleato a deviare le rotte e ridisegnare i piani di approvvigionamento per non disturbare il manovratore di Roma è un danno operativo che una presidenza transnazionale come quella di Trump non può tollerare. Trump guarda i fatti: “Nel momento del bisogno, l’Italia non c’era”. Si pretende di mantenere i privilegi di un’alleanza militare, la protezione, l’intelligence, il peso politico, rifiutandosi però. di assumersene i rischi logistici minimi.

La “culla del diritto” e l’aberrazione interpretativa Ed è qui che emerge la parte più grave della vicenda, che mette a nudo l’incoerenza di un Paese che si professa “culla del diritto”. Per sanare questa devastante rottura diplomatica non c’è alcun bisogno di cambiare o riscrivere il Trattato bilaterale del 1954. Basterebbe semplicemente applicarlo e interpretarlo nel modo corretto, esattamente come fa il resto d’Europa. La Meloni si è arroccata su un’interpretazione rigidamente letterale e restrittiva dei testi, intagliandola su misura per le proprie perplessità elettorali, dimenticando però, che i trattati internazionali per loro natura, vivono di interpretazioni estensive e secondo buona fede dei contraenti. Lo spirito della cooperazione atlantica e gli accordi del ’54 parlano chiaro: le limitazioni d’uso scattano soltanto quando c’è un contatto diretto con il fronte del conflitto; ossia se la base venisse usata come piattaforma di lancio per un attacco atomico o un bombardamento diretto in terra straniera.

Il transito intermedio non costituisce co-belligeranza Giova quindi ricordare che quando i velivoli statunitensi transitano nei cieli o negli aeroporti europei verso destinazioni terze, nessun partner solleva questioni di “compartecipazione automatica al conflitto”, né pretende di fare il controllore di dogana sul materiale o sulle munizioni trasportate dall’alleato. Ognuno viaggia con ciò che serve, e il transito intermedio non costituisce co-belligeranza. L’interpretazione tutta italiana applicata a Sigonella è una storpiatura burocratica che calpesta la logica giuridica. Il risultato di questa trovata provinciale è sotto gli occhi di tutti: pensando di proteggere il consenso interno con un cavillo, il governo sta esponendo l’Italia all’isolamento internazionale. Finché la nostra politica non capirà che i trattati si interpretano con coraggio e lungimiranza e non con la “lametta” del timore, lo sdegno per la rozzezza di Washington rimarrà una recita inutile su una cattedrale di sabbia.
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