A seguito della proiezione del cortometraggio di Gianfranco Tomei all’Indiecinema Film Festival, abbiamo intervistato per voi il regista di quest’opera cinematografica.
Gianfranco, come ti è venuta l’idea di girare questo corto?
Voglio fare un breve riferimento alla genesi di “Notte in città”. E’ stato girato nel novembre 2000, in quel periodo ero stato (brevemente) segretario di produzione in RAI (Rai tre e Rai educational, poi, però, sono scappato!) e ho reinvestito parte dei soldi dello stipendio nel corto. Per quanto riguarda la sceneggiatura, faccio un passo indietro, risale ai primi anni ’90, quando avevo un contatto con una casa editrice di fumetti horror, la Fenix (facevano cloni di Dylan Dog), ci commissionarono (a me e Riccardo Audisio, un ottimo fumettista mio amico) una storia horror-splatter. Ce la pagarono, ma nel frattempo la casa editrice fallì e la storia a fumetti non uscì mai. Era “Notte in città”.
Ciò che davvero conquista è, forse, anche la struttura dell’opera, non credi?
La storia è scritta in modo circolare. Chi commette il crimine alla fine viene punito, in una sorta di contrappasso dantesco. Il monologo di Ashley, il capobanda, sul fatto (ironico) che le donne belle portano un peso, gli sguardi degli estranei, i pregiudizi ecc., e che lui, sfregiandole, le libera da quel peso, è sarcastico e dà un tocco mefistofelico al personaggio. Che poi, però, nel resto della storia risulta carismatico e quasi tifiamo per lui. E’ un meccanismo del cinema, ci affezioniamo ai cattivi, basta dargli un tocco glamour e affascinante, vedi anche “American Psycho”.
Questo genere di film viene spesso accusato della creazione della cosiddetta “apologia del crimine”. Come psicologo che ne pensi?
Questa storia ha un taglio fumettistico, non voleva essere una critica sociale, però, voleva mostrare il fascino della violenza, quella pulsione per cui in certi casi riusciamo a minimizzare dei gesti orribili e quasi a compiacercene. Studi hanno dimostrato che quando compiamo un gesto di prevaricazione, quando schiacciamo gli altri, si attivano delle endorfine che ci danno piacere, da qui viene il fascino della violenza, che per alcuni è una droga.
Il tuo corto, comunque, la condanna. Ma, da adolescente, hai subito anche tu il fascino della violenza di cui parli?
Io credo di essere stato un ragazzo particolarmente sensibile, e di violenza (reale, ma anche morale) ne respiravo molta negli anni ’80-’90, non solo dai singoli teppistelli di strada, ma anche dalle istituzioni, scolastiche e non, dalla televisione, in questo corto ne ho restituita parte. Le donne sono, purtroppo, spesso vittime della violenza, per molti motivi, ma la violenza morale è intergender.
Il tuo cortometraggio piace probabilmente anche perché porta lo spettatore alla catarsi…
La violenza espressa nel corto ha un valore catartico, vedo queste cose orribili sullo schermo, mi ci sfogo, le rifletto, le metabolizzo, e evito di compierle nella realtà.
Oggigiorno viviamo i tempi in cui alcune scene vengono censurate. Qual è il tuo atteggiamento nei confronti della censura applicata ad opere d’arte?
Nell’arte, non credo in nessuna forma di censura, forse, in televisione certe cose dovrebbero essere trasmesse in ora protetta, ma al cinema, se pago volontariamente un biglietto in sala, sono padrone di me stesso. E la censura è una delle cose più brutte che ci siano, è anch’essa una forma di violenza sulla creatività e libertà dell’individuo..
Come hai creato e sviluppato i personaggi principali del tuo racconto cinematografico?
Volevo creare una coppia di amici, una coppia di buddies, modello film americano con Eddie Murphy e Nick Nolte, o Mel Gibson e Danny Glover, uno serio e preciso e l’altro più burlone. Volevo che il pubblico si affezionasse a questi due, dimenticando le loro gesta orribili. Volevo che lo spettatore si interrogasse sulla sua propria tenuta morale nel vedere la storia fino in fondo. Siamo disposti a condannare chi sotto sotto ci sta simpatico? Poi volevo mettere anche una donna, anche lei fredda e insensibile, che non si scompone di fronte ad atti di violenza sulle altre donne.
Esiste davvero la sorellanza?
Molte baby gang sono composte da donne. La violenza non è solo maschile. Poi volevo che questi personaggi fossero percepiti non come proletari. Ashley fa discorsi e citazioni di uno che ha studiato, sebbene sia un violento. La violenza non appartiene solo a gente dei sobborghi, oggi i giovani ricchi e annoiati sono pericolosi e sono bombe a tempo tanto quanto i devianti di strada..
Come definiresti il genere del cortometraggio “Notte in città”?
Il corto mescola vari generi; la violenza tra bande rivali ricorda I guerrieri della notte di Walter Hill, con Roma al posto di New York, ma la violenza in “Notte in Città” sfocia nello splatter puro.
Ti senti influenzato dal genere horror/splatter?
“I Guerrieri della notte” è un riferimento esplicito, come anche “Arancia meccanica”. Sono stato un grande fruitore del genere horror/splatter (Argento, Raimi, Romero ecc.), scrivevo fumetti horror, oggi sono meno appassionato, ma una storia originale e innovativa, anche se violenta, mi “acchiappa” sempre. Il corto è romano ma non ho voluto dare riferimenti, e i nomi dei personaggi sono americani, volevo collocarmi in un “Altrove” anche un po’ escapista…
Dove esattamente è stato girato il cortometraggio?
Il corto è stato girato nella pineta di Forte Antenne, Villa Ada. Camera a mano e luci naturali, quasi un DOGMA, come professava all’epoca Lars Von Trier. I lampioni che si vedono e che illuminano tutto erano stati messi li per evitare che in quel luogo si formassero accampamenti notturni di zingari.
Ringraziamo Gianfranco Tomei della sua disponibilità e gli auguriamo ulteriori successi nel suo percorso artistico.
Vi invitiamo a visionare il cortometraggio allegandone il link:
Olga Matsyna




















