Roma, il 21 luglio 2025. Thea Marti, laureatasi in regia cinematografica all’Università Roma Tre (Italia), prepara un nuovo film che sarà internazionale. L’abbiamo intervistato per voi per scoprire come si forma un cineasta e come nasce un’opera cinematografica.
Dopo Roma Tre, Thea completa i suoi studi presso gli atenei di altri paesi, incluso l’Oxford e la Sorbonne, e fa il suo esordio registico realizzando cortometraggi di genere drammatico, horror, dark fantasy. La critica elogia alcuni dei suoi lavori, premiandole con la statuetta dell’Istituto Luce Cinecittà e riconoscendo anche la sua eccellenza accademica attraverso l’assegnazione della Chevening Award e altre prestigiose onorificenze.
Parliamo con la regista del suo background internazionale e dei progetti cinematografici che ha in cantiere.
Thea, che rapporto hai con la tua terra d’origine? E con la lingua madre? Il paese delle tue origini è presente nel tuo cinema? Come ti immagini il futuro – dei tuoi progetti artistici e dell’Ucraina?
L’Ucraina sempre rimarrà la mia terra di partenza. Sono fiera di essere quella che sono, e, penso, in parte questo è dovuto al posto da dove vengo: un paese difficile, da una storia molto drammatica. Dall’altro lato, l’Ucraina è una terra mistica, ricca di racconti popolari, paesaggi mozzafiato, popolata da una nazione fiera, coraggiosa e leale, con una profonda passione per il canto. Mi sento legata a molti fenomeni culturali dell’Ucraina, inclusa la lingua madre, in cui avevo scritto la mia prima sceneggiatura finanziata da un fondo locale. Prima di trasferirmi in Europa vivevo tra Cherkasy e Kyiv, dove cominciai il mio percorso artistico e girai il mio primo cortometraggio “La Nazione Felice”, che si era avvalso di un premio in bronzo dell’Istituto Luce Cinecittà. Dopo la mia laurea in Italia, ritornai in Ucraina per produrre un progetto molto complesso, “Rapsodia Nordica”, per cui avevo ricevuto un finanziamento in Italia.
Considerando la situazione attuale in Ucraina, purtroppo, non saprei dire quando potrò riprendere a girare nel mio paese d’origine, ma non perdo la speranza che la pace ritorni. E allora avrei ben quattro progetti da produrre là: un corto “La Strega”, due lunghi “Bambola Rotta” e “Rapsodia Nordica” e la serie TV “Somnium”. Anticipo una domanda ormai troppo comune: nessuna delle mie sceneggiature ucraine parla della guerra direttamente per due motivi. Il primo è perché non ero in Ucraina quando siamo stati attaccati dalle truppe russe, e non mi sento, in un certo senso, “autorizzata” a descrivere le situazioni che non ho vissuto in prima persona. Questo non vuol dire che la guerra non abbia lasciato un’impronta sulla mia esistenza: non vedo la mia famiglia da tre anni, e chissà quando la rivedrò. Il secondo motivo è perché, anche se ci sono tante produzioni contemporanee (anzi, la maggior parte), che trattano il tema dell’invasione, credo che bisognerebbe far passare del tempo per parlare degli eventi traumatici in una maniera più o meno oggettiva. Con questo non vorrei in nessun modo sminuire l’importanza dell’attuale cinema ucraino, ma, come l’ho già detto prima, ci sono tanti altri aspetti del mio paese che meriterebbero essere portati sullo schermo e mostrati al mondo. Con il mio lavoro spero di poter contribuire nella formazione dell’immagine positiva del popolo di questa terra meravigliosa chiamata l’Ucraina.
Sul tuo sito www.theamarti.com ti definisci una cineasta che vive e lavora a Roma. In quale paese stai vivendo e lavorando ora? Come questa nuova terra influisce sul tuo sentire, pensare e creare?
In realtà, sono fuori dall’Italia da quasi quattro anni, un periodo molto intenso e fruttuoso. Ora vivo a Londra, ma durante la pandemia avevo lavorato in India, poi mi sono trasferita in Spagna per realizzare un mio sogno nel cassetto – cantare il flamenco. Dopo la gala finale a Siviglia, mi sono avventurata ad apprendere l’arte di andare in barca a vela in uno dei più belli posti al mondo – ai Caraibi. Questa incredibile avventura si era conclusa con il corto “The Furies”, basato sulla tragedia greca “Orestea” di Eschilo. Il corto era prodotto sull’isola di San Martino e finanziato dal Fondo della Cultura del Principe Bernhard dei Paesi Bassi. “The Furies” è anche un proof of concept per il lungometraggio “Persephone Rising”, ambientato nella medesima isola ed ispirato ad alcuni eventi reali della mia vita. A Londra ho potuto concludere la terza stesura di questa sceneggiatura, basata sul corto caraibico. “Persephone Rising” è una versione contemporanea della storia di Persefone e Ade, un racconto di passione, potere e scoperta di sé, ambientato in un mondo immaginario delle oscure isole Caraibiche, dove i confini tra la vita e la morte si confondono, costringendo la protagonista a confrontarsi con i propri desideri e le paure più oscure per uscirne trasformata.
In mezzo, c’era anche un’estate e un autunno nella bellissima campagna svedese vicino a Göteborg, dove ho realizzato un altro corto di terrore “Laundry Service”, selezionato da molti festival di genere, soprattutto in Spagna, tipo Terror de Molins e Filmets Badalona. L’autunno, invece, l’avevo passato nella spendida tenuta di Ingmar Bergman sulla sua amata isola di Fårö nel Mar Baltico, un sogno che divenne realtà. L’ambiente di quella residenza artistica era veramente magico, suggestivo, potente, permeato di lascito bergmaniano e di atmosfere da nordic noir. Grazie al finanziamento dell’Unione Europea, avevo sviluppato una nuova sceneggiatura dal titolo “Regina Alchemica”. Più che rispecchiare la realità storica, l’idea del film si focalizza sulla fantasia e sul soprannaturale in un mix di culture, posti ed esperienze, riflettendo, in un certo senso, la mia stessa esistenza. In fondo, credo che ogni opera artistica contenga questa specie di autoreferenzialità. Ho provato a fare dei progetti su commissione, ma avevano sempre un’aria alquanto superficiale ed estranea. Quando scrivo di ciò che mi interessa veramente – perché, in un modo o l’altro, mi tocca personalmente – solo allora riesco ad essere autentica. L’esperienza di solitudine, scrittura creativa, riflessione e introspezione nella casa di Bergman si era rivelata molto fruttuosa, nonché mi aveva preparata ad affrontare alcuni eventi turbolenti della mia vita che sono seguiti subito dopo. Tutto sommato, durante gli ultimi tre anni ho visitato una trentina di paesi tra le varie isole caraibiche, Sud America, la Scandinavia, i paesi baltici, il Mediterraneo, i Balcani, il Medio Oriente e il Sud Est Asiatico.
Torniamo al presente. Per il momento abito nel Regno Unito, la roccaforte della tradizioni, e, allo stesso tempo, un paese molto moderno e avanzato su tanti fronti. Londra è un posto a parte, è una capitale cosmopolita, vibrante, che offre molte opportunità, ma il prezzo da pagare è alto, come i conti ai ristoranti locali: il tempo piuttosto freddo e cupo, l’anonimità di una grande città, la solitudine e la distanza emotiva dei suoi abitanti sono tra i punti deboli di questa mitica capitale. Londra ha delle location supersuggestive con i suoi oscuri vicoli acciottolati, cimiteri raccapriccianti, edifici del periodo edoardiano e vittoriano – le location per eccellenza per le storie gotiche e di terrore. Tale viaggio nel tempo potrebbe anche essere perfettamente congiunto alla nostra epoca: ad aiutare saranno i suoi paesaggi urbani industriali, i locali notturni, i servizi digitalizzati e il movimento LGBTIQA+. Credo che la tecnologia sia uno degli aspetti che caratterizzino tanto sia la capitale inglese che il paese in generale. Mi incuriosice molto, ed influenza gli argomenti e i soggetti che scelgo. Per esempio, nella mia sceneggiatura “Cassandra Calling” si mischiano alcuni mitologemi con delle riflessioni sulla natura umana e quella dell’intelligenza artificiale. Si ispira al mito di Cassandra, la profetessa maledetta dal dio Apollo per aver rifiutato le sue avance. Di conseguenza, nessuno crede alle sue profezie, ma, nonostante ciò, si adempiono inesorabilmente. Cassandra, dunque, deve apprendere come ignorare le sue emozioni che sorgono davanti a una profezia che lei non può in qualche modo mitigare. Mentre la protagonista del film, un’IA chiamata Giovanna (d’Arco) fatica a capire cosa sono le emozioni umane, e se lei sia capace di provarle per davvero, oppure è condannata a seguire il percorso predefinito del suo programmatore-amante Cole.
Dopo tre anni a Londra posso dire che, nell’ottica dell’offerta culturale e le possibilità di sviluppo personale, è il top in Europa, ma, senza dubbio, è molto gettonata, e, quindi, c’è tanta competizione in tutti i settori, incluso quello culturale che spazia tra la moda, la musica, il teatro, il cinema e l’audiovisivo.
Torniamo un po’ ai tuoi esordi cinematografici. Quali sono i tuoi studi professionali e chi reputi quei maestri che ti hanno formata, direttamente e non?
Ho fatto il mio primo corto quando studiavo le lingue straniere all’Università di Kyiv. All’epoca sognavo di diventare un’attrice teatrale, ma, nonostante la raccomandazione di un attore conosciuto e molto stimato, non ero riuscita a passare gli esami d’ingresso all’Istituto dell’Arte Drammatica. Era un colpo terribile. Pensavo di non fare mai più nulla di creativo e, per superare il trauma del rifiuto, mi ero concentrata sugli studi dell’inglese e del giapponese, che all’epoca era la mia specializzazione all’università. Ma non ci sono riuscita a rinunciare del tutto al mondo dell’arte, e dopo “il lutto” iniziale mi ero ripresa e avevo pensato a sostituire il teatro con il cinema, e la carriera dell’attrice con quella di una regista. Non avevo mai studiato nulla di cinema, né teoria, né pratica. Quindi, ho cominciato semplicemente a guardare tanti, ma veramente tanti film, soprattutto i classici, dei registi famosi ed importanti. Tra quelli che reputo i miei maestri, ci sono vari artisti italiani, grandi narratori e visionari come Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti. Forse anche per questo avevo poi deciso di studiare il cinema in Italia e non altrove. Più tardi avevo scoperto i film di Gabriele Salvatores e Dario Argento e ho avuto la fortuna di incontrarli entrambi e poter parlare dei loro film. Anche se mi piace il cinema d’autore, devo ammettere che sento molta più affinità con i film di genere e credo che sia la strada giusta per esprimere la mia voce unica. Apprezzo tantissimo lo stile visivo di David Lynch e Lars von Trier, specialmente le loro corrispettive serie televisive degli anni ’90, “Twin Peaks” e “Il Regno”, che avevo visto da bambina. Quelli sì che erano dei mondi surreali e dark, e mi avevano influenzata, senza dubbio. Abbastanza curiosa era la mia scelta di fare la tesi magistrale in letteratura giapponese sulle sceneggiature di Akira Kurosawa. La struttura della sua narrazione è veramente mitica, e credo sia molto importante per un cineasta agli esordi studiare bene le sceneggiature che fanno base dei grandi film. Il consiglio didattico della facoltà non era del tutto entusiasta perché il mio soggetto era piuttosto fuori dagli schemi per una laurea in lingue straniere. Eppure, dopo aver saputo che vinsi un premio a Roma per il mio cortometraggio d’esordio, hanno approvato la tesi. A volte scherzo che ho tante cose in comune con Sergei Eisenstein, il padre del montaggio moderno: anche lui aveva studiato il giapponese prima di avventurarsi nel cinema muto e fare i progetti in giro per il mondo, come, per esempio, nel Messico. Ancora mi ricordo che avevo addirrittura preso trenta e lode per l’esame sul cinema di Eisenstein e sul suo approccio innovativo verso il montaggio. Oggi ringrazio me stessa che avevo studiato il montaggio con diligenza, perché è proprio quello strumento che può veramente salvare un film, che si tratti dell’inquadratura malriuscita o della pessima recitazione, il montaggio è la bachetta magica. Per quanto riguarda la direzione degli attori, ho avuto la fortuna di conoscere da vicino il lavoro di un regista teatrale ucraino che stimo moltissimo, Vladyslav Troitsky. Decisamente posso dire che anche lui è uno dei miei maestri più importanti. La verità e l’immediatezza che riesce ad ottenere dai suoi attori sono assolutamente imperessionanti. Loro non recitano, ma vivono sul palcoscenico in una maniera talmente intensa e travolgente, che raramente ho visto un pubblico di essere così preso da quello che stavano guardando: sembrava una sessione di ipnosi collettiva. Poi, ci sono anche degli altri artisti che apprezzo tanto, come Maya Deren, la madre del cinema sperimentale americano, alla quale ho dedicato la mia tesi triennale; Luis Buñuel e Alejandro Jodorowsky, i loro film erano al centro della mia ricerca magistrale in Italia, il grande Ingmar Bergman e l’inquietante Alfred Hitchcock, ma anche Wes Craven e Darren Aronofsky con i loro mondi oscuri, che hanno lasciato una forte impronta nella mia arte.
A distanza di anni, come descriveresti le tue esperienze sui set di registi celebri come Krzysztof Zanussi e Michele Placido?
Mentre studiavo al DAMS di Roma Tre, cercavo avidamente delle possibilità di avvicinarmi ai “grandi”. Pensavo che solo stando vicino a loro, sarei diventata anch’io una grande regista di successo. Dopo vari anni, mi siedo nella poltrona personale di Ingmar Bergman nella sua residenza a Fårö e rido, pensando a queste mie idee ingenue. La grandezza è una cosa relativa. Quello che importa veramente è la passione, la libertà di vivere e di creare in sintonia con se stessi, la soddisfazione di compiere un’opera complessa, di portare alla luce dei talenti altrui e di evolvere con ogni lavoro successivo. Un film come uno spettacolo teatrale è un’opera collettiva, e che sia di gran scalpore o un tremendo fiasco, il primo a rispondere è sempre il regista. Dunque, è un ruolo di prestigio, ma anche di tanta responsabilità, che esige una personalità forte, decisa, capace di sopportare alti livelli dello stress, e mantenere la sua visione fino all’ultimo giorno di montaggio. Non è affatto facile.
La collaborazione con Michele Placido era molto breve: all’epoca facevo un tirocinio alla Latina Film Commission, che aveva organizzato i provini per il suo film “7 minuti”, quindi facevo l’assistente di casting. Anche se ho avuto l’opportunità di conversare con il regista, la maggior parte del tempo ero impegnata con dei candidati e lo staff. L’aspetto positivo era quello di capire come funzionava la selezione degli attori per un film di un budget medio-alto.
La mia esperienza sul set di “Obce ciało” di Krzysztof Zanussi era molto più costruttiva: avevo la possibilità di imparare direttamente dal regista, parlare con lui nelle pause e dopo le riprese, ero un’ospite a casa sua – una situazione molto privileggiata, per cui gli sono eternamente grata. C’erano anche delle sfide implicite: ancora mi ricordo, come Zanussi mi aveva detto che anche se vivevo a Roma, non avrei potuto fare dei film per gli italiani, perché non ero nata là e non conosevo abbastanza la società e i suoi valori. La mia risposta era, che non volevo fare i film solo per gli italiani, ma per il mondo intero.
Secondo te, esiste un’idea di cinema nazionale o il cinema è tutto internazionale, per via del suo linguaggio universale?
Riprendendo la mia risposta alla domanda precedente, direi di sì: esiste un cinema nazionale, che, se ben riuscito, può, comunque, attraversare dei confini. Per esempio, l’Italia è un paese che comprova questa tesi con grande facilità con la sua commedia all’italiana. È un genere molto radicato nella cultura e mentalità locale, e proprio grazie a questo è diventato così famoso. È un cinema leggero, spensierato, dolce. È una combinazione perfetta per renderlo appettibile al pubblico che vuole divertirsi dopo una giornata di lavoro. Ci sono delle commedie di vari gradi di successo, ma la quantità del contenuto prodotto ogni anno è talmente grande, che, in effetti, ha reso questo genere il marchio distintivo del settore audiovisivo italiano. Nonostante ciò, non sono i film che la critica reputa dei capolavori.
Credo che la questione dell’universalità del linguaggio del cinema si applichi meglio a quelle produzioni che sono riconosciute al livello internazionale come delle opere d’arte. E, in tal caso, non si tratta né della nazionalità del regista, né del paese di provenieza del film. Anzi, spesso e volentieri queste due cose non coincidono. Tra i registi viventi che operano a questa altezza, potrei menzionare Roman Polanski, che, essendo polacco, ha girato i suoi lavori nei diversi paesi, come la Francia, il Regno Unito e gli USA, raggiungendo il successo internazionale proprio perché la sua intenzione era di fare i film che appellavano agli esseri umani a prescindere dalla nazione.
Avverti qualche differenza fra il cinema di un paese e quello di un altro? C’è, secondo te, un approccio o, magari, uno sguardo particolare che caratterizzi l’industria cinematografica di un’area geografica? Quali concetti del fare cinema locale ti sono vicini e quali totalmente estranei?
Una domanda molto interessante. Più che della differenza tra il cinema in vari paesi, potrei parlare della mia esperieza personale di riprese in diversi parti del mondo. Al giorno d’oggi ho prodotto più di 30 film in 14 paesi diversi. In alcuni posti dove ho girato i miei progetti, come, ad esempio, a San Martino o sull’isola Phú Quốc in Vietnam, non c’era quasi nulla per fare il cinema. Voglio dire, zero infrastruttura, zero personale qualificato, zero attori professionisti, attrezzature di base. Eppure, credo di essere riuscita a fare un ottimo prodotto. I posti remoti, come le isole, di solito, fungono da location per le produzioni estere. San Martino non era un’eccezione: anni fa ospitava i set di grosse società americane, ma dopo la devastazione dalle calamità naturali, aveva cessato di essere un centro di produzione cinematografica. Perciò, da un lato, il contesto lavorativo su quest’isola era molto duro perché non c’erano neanche la disciplina e l’organizzazione necessarie per realizzare un progetto dall’A alla Z, e tantomeno la comprensione di cosa ci voleva per fare un film. Dall’altro lato, invece, c’era tanta voglia di fare che ho percepito dalla gente locale. Loro non hanno un cinema nazionale e sognano di poter crearlo un giorno. È stata un’esperienza molto importante per me di poter contribuire nel mio piccolo alla realizzazione di questo sogno collettivo.
Un altro esempio che posso citare è la mia recente produzione in Giordania, che si avvale dei paesaggi molto suggestivi e il potenziale narrativo enorme, però, il cinema indipendente giordano non è sviluppato abbastanza. È un paese povero e molto viziato dalle produzioni estere con degli budget enormi. Qui ho trovato faticoso a spiegare che esisteva un altro tipo di cinema, e che, pur non spendendo milioni di dollari, si riusciva a creare delle belle storie sullo schermo. Dall’altro canto, ho potuto fare certe scene incredibili, che sarebbero difficilmente realizzabili in Europa, essendo molto più costose. Anche le condizioni climatiche possono rendere le riprese più complesse del previsto. Questo fatto non era da sottovalutare, e l’avevo scoperto girando tante scene nel mare d’inverno a Saint Martin, e poi nel deserto d’estate in Giordania.
Uno degli aspetti più positivi di queste esperienze è l’enorme bagaglio culturale che mi sono portata a casa al mio rientro: la comprensione di varie mentalità, diversi modi di lavorare, pensare, sentire e creare. Nulla di ciò mi pesa. Nulla di ciò ha un prezzo.
Quali sono le sette lingue che padroneggi e come ti sono d’aiuto sui set di vari paesi?
Parlo (in ordine di livello di padronanza) ucraino, russo, italiano, inglese, spagnolo, francese, giapponese e ora studio l’arabo. Credo che parlare con le persone nella loro lingua sia estremamente importante perché è la chiave ai loro cuori. Anche se il livello non è altissimo, quello che conta è lo sforzo, l’intento e la volontà di capire l’altro, di aprirsi al dialogo nella maniera più comoda e sicura per l’altra persona. È una cosa psicologica, ma, nel contesto lavorativo, funziona impeccabilmente. A parte questo, molti paesi, soprattutto in Europa, non usano l’inglese come lingua di lavoro, e, quindi, senza conoscenza di altre lingue è parecchio difficile stare sul set.
Come nasce la tua società di produzione cinematografica, PhD Films? Dove è registrata e che film ha prodotto?
Dopo la mia laurea magistrale, avevo ottenuto un posto di lavoro a Roma in una delle più prestigiose case di produzione e distribuzione cinematografica italiane. Però, a distanza di alcuni mesi, mi ero resa conto che il contesto lavorativo seguiva un modello archaico, basato sull’autorità e l’obbedienza, e non mi faceva affatto felice un ambiente di lavoro tossico. Avevo lasciato la società senza alcun rimpianto, considerata “pazza” dalla maggior parte dei miei colleghi universitari che già faticavano a trovare un impiego in generale – figuriamoci uno nel proprio ambito di l specializzazione.
Non mi sono mai pentita della mia scelta e da allora non ho mai più cercato un lavoro dipendente in Italia o altrove. Mi sono creata un mio piccolo universo, chiamato PhD Films, il marchio con il quale ho prodotto praticamente tutti i miei film. La società prende il nome dal dottorato che non ho mai fatto, ma è anche un’allusione alla parola “psychedelic”. È stata fondata a Roma nel 2016 grazie ad un finanziamento del Ministero del Lavoro e Politiche Sociali, mirato a stimolare l’occupazione nelle regioni centro-sud dell’Italia. Ad oggi ho realizzato più di 30 progetti indipendenti (cortometraggi, video musicali, videoarte) in 14 paesi diversi, fra cui l’Inghilterra, l’India, l’Albania, la Francia, la Giordania, il Saint Martin e il Vietnam. Nel 2018 PhD Films era entrata nei “100 migliori progetti creativi della Regione Lazio”, e nel 2024 ho aperto una società a responsabilità limitata in West End – al cuore di Londra, per poter portare la produzione del cinema di genere indipendente ad un livello successivo.
Hai già debuttato come regista di un lungometraggio? Su quale argomento è o sarà questo tuo film e in quale paese è stato/ sarà girato?
Ancora no, anche se ho già quattro sceneggiature scritte, pronte per essere girate. Sono un po’ superstiziosa, quindi, sarà una sopresa. L’unica cosa che posso anticipare è che sarà un film di terrore psicologico, ambientato in un sogno condiviso girato in Italia.
Qual è il progetto su cui stai lavorando adesso? Credi che rispecchi l’attualità?
Potrei dire che un marchio distintivo delle mie opere sta nella combinazione non convenzionale dell’antico e moderno, la rivisitazione dei miti e archetipi dell’inconscio collettivo in un mondo contemporaneo. Apprezzo molto un’estetica radicale e sovversiva, sia nella narrazione che nello stile visivo.
Quasi sempre lavoro su più cose allo stesso tempo. Mi piace questo approccio, perché mi permette di non attaccarmi troppo ad un singolo progetto e avere quelle pause necessarie per lasciar decantare le idee e svuotare la mente. In questo momento sto lavorando su un progetto non esattamente cinematografico, ma molto visionario – Sanctorum – un centro culturale e spirituale, situato a Roma. Sarà un posto unico e trascendentale che rispecchierà le mie esperienze creative, i miei viaggi, il mélange di culture e la spiritualità.
Con quali cineasti internazionali vorresti lavorare e perché?
Come ho già detto, stimo tantissimo David Lynch, Gabriele Salvatores e Lars von Trier. Mi affascinano i loro stili e approcci diversi, molto personali e, allo stesso tempo, universali, che conquistano il grande pubblico. Purtroppo, quest’anno ci ha portato via il mitico David Lynch… Invece, con Terry Gilliam, un altro regista cult, ho avuto una conversazione qualche anno fa durante una retrospettiva dei suoi film al Garden Cinema di Londra. Gli avevo proposto di dirigere una delle mie sceneggiature, perché credevo che, con il suo metodo visionario, sarebbe riuscito a rendere le mie idee in un modo straordinario. Invece, dopo qualche mese ho avuto un sogno, in cui Gilliam mi diceva che non avevo bisogno di lui per fare il mio film, avevo già tutto quello che mi serviva, e me la sarei potuta cavare benissimo anche senza di lui. Un sogno molto curioso, forse, profetico. Resta a ricordare due grandi attori, con cui sogno di lavorare un giorno: Antonio Banderas e Willem Dafoe. Penso che non ci sia alcun bisogno di spiegare il perché – basta guardare qualche loro film.
Auguriamo a Thea Marti ulteriori successi creativi e invitiamo i nostri lettori a vedere i suoi film.
Olga Matsyna



















