“SUPERFUXIA” è l’opera prima di SÈMIÈL, frutto di quattro anni di lavoro e sperimentazione tra Bologna, Pisa e Livorno. Questo progetto musicale affronta tematiche multiple e innovative, offrendo un’esperienza sonora unica e sorprendente.
“SUPERFUXIA” è un mosaico musicale che combina culture e soluzioni diverse, creando un sound design avveniristico e inclusivo. L’album rappresenta un manifesto della creatività e della libertà artistica di SÈMIÈL, che ha saputo fondere elementi disparati in un’opera coerente e visionaria.
Con “SUPERFUXIA”, SÈMIÈL si presenta come una voce nuova e originale nel panorama musicale italiano. L’album è un invito a scoprire nuovi mondi sonori e a riflettere sulle tematiche trattate.
Nell’intervista che segue, l’artista si racconta insieme al percorso che l’ha portato a produrre l’album.
1- Quanto hanno influenzato sulla produzione le varie città tra cui Superfuxia è nato?
Molto. Di fatto Superfuxia affronta diversi ambienti e diversi umori proprio grazie alla varietà delle culture musicali che ho conosciuto. Dal citypop giapponese, al surf labronico, dalla techno adriatica a quella tirrenica, mantenendo però il filo conduttore del mio stile di scrittura che mi accompagna dai bei tempi nefasti della scena punk. In produzione Andrea Pachetti è riuscito a capirmi e a farmi capire come mettere tutto insieme, il che è tutto dire vista la mia natura pindarica.
2- Cosa rappresenta per te questo disco?
Un insieme di emozioni, di situazioni e di scelte. Un salto carpiato nel vuoto coordinato da molte persone che lo hanno creduto realizzabile e lo hanno realizzato insieme a me. Per tante persone il vuoto è un non-luogo in cui si cade all’infinito, nero, oscuro. Posso dire che ne sono uscito dall’altra parte e no, non è un buco nero. L’ho percorso con concentrazione e alla maggior velocità possibile. L’ho visto superfuxia.
3- L’album viene da 4 anni di lavoro. Ad oggi senti che ancora ti rappresenta o già senti l’esigenza di lavorare su altro ancor più vicino alle tue corde odierne?
Mi rappresenta ancora e quando ci penso mi sento risolto, anche se nel momento in cui è stato pubblicato mi è venuto istintivo pensare di chiudere il libro e aprire il nuovo. Al momento sono alle prese con tutto l’ecosistema organizzativo e promozionale del tour e non ho molti spazi-bolla per scrivere, però ho tante idee da vagliare.

4- Come mai sei passato dalla scrittura in inglese a quella in italiano?
A volte ce ne andiamo per farci venire la voglia di tornare. Dopo mille mirabolanti avventure e qualche disco in inglese ho sentito la necessità di tornare per approfondire la mia cultura, perché la cultura italiana è meravigliosa ed esistono centinaia di luoghi che non ho mai visto e in cui non ho mai suonato. Ad esempio sono stato nel cuore di Tokyo, ma non ho mai visto il Colosseo e forse era il momento di recuperare questa distanza paradossale per certi versi.
5- A chi dedichi questo disco?
A chi si prenderà mezz’ora per ascoltarlo tutto. Agli amici, alla squadra di produzione, a chi sfiduciandomi, mi ha dato modo di circondarmi di persone che invece si fidano e con cui abbiamo creato questo. E a me stesso per aver deciso di scriverlo.




















