La scena letteraria italiana accoglie una nuova, potente voce: Rosaria Scialpi, autrice sensibile e visionaria, presenta il suo ultimo lavoro, “La faglia empirea”, un romanzo che sta già suscitando interesse tra lettori e critici grazie alla sua combinazione unica di simbolismo, introspezione psicologica e richiami mitologici. In attesa dell’intervista esclusiva in cui l’autrice svelerà genesi, temi e segreti della sua opera, proponiamo un approfondimento introduttivo per comprendere meglio il mondo narrativo che Scialpi ha costruito.
Per addentrarci ulteriormente nei corridoi sotterranei della sua poetica e comprendere il coraggio dietro la pubblicazione de “La Faglia Empirea“, ho avuto l’opportunità di dialogare in esclusiva con Rosaria Scialpi. Dalle sfide della scrittura in un’epoca di frammentazione, al ruolo del mito come “griglia” per riavvolgere il nastro del vissuto, l’autrice si è aperta raccontando il processo creativo, le ispirazioni e la sua visione sulla funzione salvifica – o meno – della poesia.
Preparatevi ad andare oltre la pagina: l’intervista esclusiva a Rosaria Scialpi sta per svelare i segreti racchiusi in quella crepa, in quello squarcio che è “La Faglia Empirea“.
Rosaria, «La faglia empirea» evoca uno squarcio nel cielo: quando e come è nata questa immagine per te, e che viaggio interiore rappresenta in questa tua odissea personale? Ebbene, questa immagine nasce e si nutre dalla e della visione di un documentario su Bosch, in particolare del suo Trittico del Giardino delle delizie. Non so bene spiegare (e spiegarmi) quale sia stato con esattezza l’elemento che si è fatto motore propulsore; so tuttavia con certezza che è nata in me, in quel preciso istante, la necessità di trasporre in parola la sensazione avvertita, quel senso di smarrimento che aveva pervaso il mio corpo in quel momento. Una urgenza che si è tramutata in poesia. Nella poesia che dà il titolo alla silloge, dunque, non si possono rintracciare elementi del trittico ligneo: non ci sono. Ciò che è possibile scorgervi è invece l’insieme di turbinose sensazioni scaturite da quella visione, il risveglio di alcuni sentimenti accantonati e ora ridestati. L’immagine dello squarcio nel cielo che non si può in alcun modo ricucire è parte integrante di quelle sensazioni ma soprattutto della personale odissea che ho cercato di riportare in versi. In fondo, la vita quotidiana e la scrittura sono un viaggio che conduco alla ricerca costante di nuova linfa, di nuove forme di conoscenza e non potrebbe, per me, essere altrimenti. Ma è anche un viaggio fra le età del mio essere, fra le pieghe di dolorose scoperte. Come per Odisseo, questo è un viaggio su un mare in tempesta, fra territori inesplorati e impervi, in cui bisogna imparare a combattere contro i Lestrigoni, cercando, fra l’altro, di non diventare uno di loro.
Come usi il mito come vascello per collegare epoche e vissuti quotidiani, intrecciando archetipi antichi con la realtà di oggi? Credo che sia una caratteristica insita nel mito stesso. Il mito è a-temporale. Non intendo assolutamente dire che non risenta del periodo e del contesto storico-sociale in cui ha avuto genesi, ma che, grazie agli archetipi di cui è costellato, riesce sempre a parlare all’umano in maniera tale da penetrarne le interiora, trova cioè modo di essere sempre attuale, un po’ come la fiaba. Servirsi di esso, dunque, permette di parlare all’umano di sé stesso senza dover ricorrere a particolari stratagemmi e di risvegliare un moto interiore difficilmente ottenibile altrimenti, almeno a mio avviso.
La silloge si articola in nove sezioni: come hai strutturato questo piccolo universo poetico, e quali riferimenti artistici – dalla cultura alta a quella popolare – ti hanno guidata? Ho sempre avuto la tendenza a strutturare le mie sillogi in sezioni. La prima – Lembi di verità – in tre, seguendo un po’ la ripartizione dantesca della Commedia. La faglia empirea, invece, è suddivisa in ben nove sezioni, che, volendo, si possono intrepretare anche come il tre che si ripete tre volte, come tre sono anche gli anni che intercorrono fra la scrittura dei due libri. Nella strutturazione delle sezioni, inoltre, ho cercato di tessere una tela di rimandi e collegamenti perché La faglia empirea è un libro con una sua organicità e che va letto nella sua interezza per comprenderlo appieno. Fra i miei riferimenti culturali diretti ci sono sicuramente Montale (si veda Recidere la pianta moribonda), De André (Nina all’altalena), Pavese (Ariadne), Saffo (Il volto della notte) ed Edgar Lee Masters (L’apocalisse delle lucciole). A essi se ne aggiungono sicuramente molti altri, così come affermo anche nella sezione Commiato, più precisamente nei versi di Autoritratto di una lettrice. A ciò vanno aggiunte sicuramente alcune canzoni che ho riportato nella playlist della silloge e disponibile su Spotify cercandone il titolo. E infine il mito, immancabile fonte di ispirazione.
Puglia, Taranto e il Mediterraneo emergono come veri protagonisti: in che modo questi luoghi hanno plasmato il tuo immaginario, e quanto del tuo vissuto tarantino è entrato nei versi? Sono elementi che fanno parte di me, luoghi fisici e coordinate dell’anima. Sono spazi di esplorazione personale in un tramutarsi costante di ricordo e immagine tangibile. Pertanto, l’esplorazione di Taranto, della Puglia e del Mediterraneo mediante la lettura di questa silloge non solo permette di ritrovarsi fra i vicoli e le risacche marine della mia città o in gita al museo o ancora di scrutare i cieli pugliesi e di imbattersi in un solingo albero della Calabria; quello che accade è invece l’avvicendarsi di dato fisico e percezione, di immagine fissa e trasmigrazione del pensiero. Credo, a tal proposito, che non si possa mai davvero prescindere dal proprio vissuto quando si scrive, anche quando, come ho tentato di fare con questo libro, si cerca di non dare eccessivo spazio al dato biografico. La penna tradisce sempre ciò che la mente vorrebbe celare.
Parli di poesia come atto di resistenza contro l’oblio e la “morte del poeta”: che forma assume questa resistenza nel tuo quotidiano e nel dialogo con i lettori? Rispetto ai secoli passati, è evidente che ci sia un’inversione di rotta e che la poesia non attiri più un così ampio pubblico. La poesia fatica, infatti, a trovare il suo spazio in un mondo in costante mutamento, in preda agli eccessi derivanti dall’iper-dinamismo e dall’iper-consumismo che tutto obliano nella loro corsa cieca e incessante. La poesia, al contrario, ci costringe a fermarci, a riflettere e soprattutto a fare i conti con noi stessi e questo, in tempi come i nostri, fa paura, è respingente. Fare poesia oggi è dunque un atto di fede nella parola poetica e una forma di resistenza contro la conclamata morte del poeta.
Che ne pensi della poesia italiana contemporanea, con i suoi 3 milioni di aspiranti poeti ma pochi lettori: c’è spazio per una parola autentica e viscerale come la tua? Viviamo in un Paese di troppi poetanti e pochi poeti, soprattutto se, come ci dicono le stime, i lettori sono davvero pochi – ancor meno sono coloro che leggono poesia –, mentre gli editori continuano a pubblicare senza sosta, il più delle volte perché spinti dalla volontà di farsi beffe degli aspiranti scrittori per mezzo dei circuiti a pagamento. Tendenza, questa, che io trovo aberrante. Per non parlare poi di chi si ostina a pensare di spacciare per poesia quei quattro versi scritti mediante il ricorso all’intelligenza artificiale (parto dal presupposto che ci sia già un cortocircuito linguistico nella definizione!). Se all’arte si sottrae, infatti, la sua radice primaria, la sua costituzione ontologica, e cioè l’uomo e la sua umanità, allora non puoi più definirla tale. In fondo, non ce lo prescrive mica il medico di dover pubblicare!Tuttavia, credo proprio in un simile contesto, e lo dico a prescindere da me, si generi davvero l’esigenza di scoprire voci autentiche, che si riconoscano immediatamente anche solo leggendo un singolo verso, che lascino un segno nei fruitori della loro opera, un graffio indelebile.
Nata a Taranto, con studi in Lettere e un cammino che unisce poesia, saggi e divulgazione mitica: quali continuità vedi dal tuo esordio a oggi? Dal mio esordio nel 2022 a oggi molto è cambiato. Anzitutto io. Di conseguenza è cambiato il mio modo di entrare in quella dialettica dialogica con i libri a cui faccio sempre riferimento. La mia scrittura – poiché parte di me – è mutata insieme a me. Credo che, in fondo, l’importante sia cambiare pur rimanendo fedeli a noi stessi ed è anche quello che affermo in Logorio (La faglia empirea, p. 72). Tutto ciò che faccio ha però un unico punto comune: scandagliare il mio animo.
Il tuo podcast sui miti classici e i progetti social influenzano la tua scrittura poetica, magari unendo parola e immagine come nelle presentazioni recenti? No, non credo che i progetti come il podcast o la divulgazione culturale via social influenzino la mia scrittura poetica, semmai il contrario. È spesso la poesia a essere motore del mio agire. Capita, quindi, che scrivendo versi mi ritrovi a nutrire una irrefrenabile curiosità (nell’accezione latina del termine, quindi, come direbbe Dante, sete di canoscenza) verso un determinato argomento e che poi, nel tentativo di saziarla, io mi addentri in lunghe ricerche. Ecco, il risultato di quelle ricerche è ciò che poi spesso porto sui social, ciò che condivido, sempre nella speranza di un confronto arricchente per entrambe le parti. Sarebbe fra l’altro ipocrita negare che i social network non giochino il loro ruolo, oggi, nel trovare un pubblico attento e interessato di lettori. Per quanto il contatto umano rimanga insostituibile, l’accorciarsi delle distanze ci permette oggi di raggiungere sempre più persone (la parola utenti mi genera ribrezzo!), soprattutto quando, come me, si vive in un meridione che è ancora periferia d’Italia. Riguardo all’idea di unire parola poetica e immagine, come accaduto per la presentazione del 28 novembre, in realtà confesso che essa nasce dal mio rapporto viscerale con la poesia e con la scrittura in generale. Il mio è un panorama immaginifico in cui il confine fra immagine e parola è così labile e sfumato da essere quasi impercettibile. Quindi, sì, credo proprio che riproporrò qualcosa di simile, magari anche tramite i social, superando così le barriere territoriali oppure in presenza ma rivolgendomi a un pubblico di più giovani (adolescenti e bambini). Ammetto che quest’ultima idea titilla molto il mio interesse ultimamente!
Se dovessi scegliere un verso o un’immagine-simbolo de «La faglia empirea» – senza citarlo –, quale racchiude lo spirito del libro per te? La corda sospesa nel vuoto.
Dopo questa raccolta, quali domande aperte ti porti dietro sul mito, sulla poesia o sulla tua ricerca personale, e verso quali progetti stai andando ora? Sono in costante formazione. Ogni giorno aggiungo un tassello nuovo e ciò mi rende sempre molto felice. Al momento ho diversi progetti che cercano di trovare la propria casa. A gennaio dovrebbe ripartire il podcast, ma con una nuova veste. Parlerò sempre infatti di mitologia e delle versioni meno note del mito, ma lo farò avendo come ospiti esperti della materia con cui mi confronterò in diretta. Nell’ambito della scrittura, invece, è probabile che mi affacci ad altri panorami, penso in particolare al teatro e alla saggistica divulgativa e in entrambi i casi le figure femminili del mito ne sarebbero protagoniste. Sto anche valutando di trasformare la mia tesi di laurea in Letteratura inglese e con una specializzazione nell’ambito dei gender e postcolonial studies in un saggio che potrebbe effettivamente rappresentare una novità nello scenario editoriale italiano. Continua inoltre il mio corso di Storia delle donne d’Italia – Dalle origini all’Ottocento e che mi vedrà impegnata fino a febbraio e dal quale sto nutrendo giovamento poiché mi sta suggerendo nuovi scenari da esplorare, anche con la scrittura. Chissà…insomma, c’è qualcosa che bolle in pentola, ma non è ancora cotto a puntino.
Eleonora Francescucci















