Il Natale è quel periodo magico dell’anno in cui tutto sembra possibile, anche imbattersi in un fumettista affermato tra le luci e i profumi di un mercatino. È successo davvero domenica 28 dicembre, ormai posso dirlo dello scorso anno, al Mercatino di Natale di Fonte Nuova, dove tra bancarelle colorate e un allegro via vai di visitatori ho incontrato il maestro Valerio Piccioni.
Per chi ancora non lo conoscesse, Piccioni è una firma prestigiosa del fumetto italiano: il suo tratto ha dato vita a tavole di “Dylan Dog” e ha impreziosito con splendide copertine la serie “Samuel Stern“. Ma il suo talento ha spaziato anche in altre direzioni, collaborando con serie Bonelli come “Julia” e “Zagor – Le origini“. Il suo percorso è iniziato con storie brevi su “L’intrepido” e “Max Living“, fino a consolidarsi in una carriera ricca di sfumature e di intuizioni visive.
E così, in un’atmosfera sospesa tra lucine e fiocchi di neve, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di scambiare due parole con lui. Ne è nata un’intervista intima e ricca di spunti, dove il maestro Piccioni mi ha raccontato il suo universo creativo, tra aneddoti, passioni e il piacere di disegnare storie che continuano a far sognare.
Valerio Piccioni, come ha scoperto il fascino del fumetto durante la giovinezza e quali maestri del disegno l’hanno spinta a intraprendere questa professione? Tutta colpa di mio padre che portò a casa un fumetto di Capitan America della Marvel-Corno (il numero 3, per la precisione: “Il destino supremo”): un’esplosione di azione e colori! Da allora, sono diventato un lettore di fumetti onnivoro: qualsiasi storia a fumetti era un’emozione Nell’attesa del numero successivo, copiavo tutti i disegni che mi affascinavano! E’ difficile dire quali maestri del fumetto mi hanno spinto ad intraprendere questa professione. Ho sempre avuto (…e li ho tuttora!) periodi di “innamoramento” per diversi autori: da Magnus a John Buscema, da Pratt a Toth, da Milazzo a Watterson e via dicendo…
Quali esperienze formative, come corsi o autoproduzioni, hanno segnato i suoi primi passi nel mondo del fumetto italiano? Purtroppo non ho fatto scuole di fumetto ma ho avuto la fortuna di poter lavorare insieme ad uno dei maestri della scuola argentina, Enio Legisamon, dal quale ho imparato il “mestiere”.
Come è avvenuta la sua prima collaborazione con Sergio Bonelli Editore e quali ostacoli ha superato per affermarsi? La mia prima collaborazione in Bonelli, fu fare delle matite, per le chine di Mantero, di un numero di Zona X. Faccio un passo indietro: all’epoca (nella prima metà degli anni ’90) ero in contatto con alcuni insegnanti della Scuola Romana di Fumetto, i quali mi dissero che Berardi (creatore e sceneggiatore di Ken Parker) stava cercando disegnatori per un nuovo progetto editoriale per la Bonelli. Presentai delle prove che andarono bene, tanto che Berardi mi chiese (forse per testarmi) di aiutare Mantero (suo collaboratore) nella realizzazione di questa storia che sarebbe uscita sulla testata “Zona X” per la Sergio Bonelli Editore. Le cose andarono bene e Berardi mi fece entrare nello staff di disegnatori del suo nuovo personaggio “Julia”. Debbo onestamente dire (forse perché sono stato fortunato) che ostacoli particolarmente difficili da superare, non ne ho trovati.
Ripensando al suo debutto, quali aspetti di quel periodo considera oggi i più formativi per la sua crescita artistica? Senz’altro il periodo nel quale lavorai con Enio: gran disegnatore e grandissima persona!
Come ha adattato il suo stile alle diverse esigenze narrative di azione fantascientifica e horror sovrannaturale? Lavorando per un grande editore come la Sergio Bonelli Editore, che pubblica soprattutto fumetto di avventura, mi sono “formato” su uno stile realistico e poco caricaturato. Per il resto, mi adeguo allo stile narrativo richiesto dal personaggio.
Quali innovazioni tecniche, ha introdotto nelle sue tavole per distinguersi nel panorama bonelliano? Distinguermi non è mai stata una mia priorità. Per me, l’importante è sempre stato “tradurre” bene la sceneggiatura, rendere “leggibile” l’azione e gradevole il disegno. Per quanto riguarda le innovazioni, è difficile introdurne in un medium vecchio più di un secolo, come il fumetto: è già stato fatto “quasi” tutto!…
In che modo il dialogo con gli sceneggiatori ha modellato le sue interpretazioni visive delle sceneggiature? Ho sempre avuto un buon dialogo con gli sceneggiatori con cui ho lavorato. E’ importante avere la stessa visione su come deve svilupparsi la storia.
Quali eventi fieristici o premi hanno rappresentato pietre miliari nella sua visibilità come autore? In realtà non ho mai pensato più di tanto alla visibilità: spero che venga apprezzato il mio lavoro e questo già è molto!
Come è cambiato, secondo lei, il ruolo del disegnatore nel fumetto italiano dagli anni del suo debutto ad oggi? Il fumetto è cambiato, i lettori sono cambiati. Nel periodo dei miei esordi, il fumetto per eccellenza in Italia era quello d’avventura alla Bonelli: l’importante era il personaggio, non l’autore. Oggi, con l’avvento delle “Graphic Novel”, il disegnatore è spesso anche l’autore dei testi ed in alcuni casi, diventa anche personaggio di spessore internazionale: è il caso di autori di punta come Gipi, Zerocalcare o Leo Ortolani.
Quali momenti di crisi o trionfi definiscono, per lei, il bilancio della sua carriera fumettistica? Devo dire che non penso di aver avuto grandi crisi o trionfi: mi sono sempre reputato un artigiano del fumetto.
Se potesse rivisitare una sua vecchia storia con le competenze di oggi, cosa modificherebbe e perché? Lo stile cambia con gli anni. Cambiano il gusto e le competenze rispetto ai primi lavori. Istintivamente avrei voglia di cambiare tutto… ma la nostra carriera è un percorso di crescita e quindi, forse cambierei solo alcune cose.
Quali direzioni creative sta esplorando per il futuro, forse verso graphic novel o collaborazioni estere? Il bello di questa professione e che ti mette di fronte sempre a nuove sfide… chissà quali mi attendono! Sono curioso di scoprirlo.
Che messaggio indirizzerebbe a un’aspirante fumettista che ambisce a un cammino simile al suo? Il messaggio che gli indirizzerei è: caro aspirante fumettista, valuta se la tua voglia di far fumetti è realmente una passione e non una “cotta” momentanea! Il momento che inizierai a lavorare in questo campo, il disegno non sarà più puro divertimento e gioia di esplorare nuove tecniche e stili: sarà lavoro!… e soprattutto, non seguire le mie orme! Scherzo, ovviamente! Ti auguro tutte le fortune possibili!
Eleonora Francescucci















