Manuela Boccanera è una delle voci più interessanti del panorama artistico indipendente: attrice, sceneggiatrice e speaker, capace di passare dal teatro al cinema con la stessa intensità con cui scolpisce personaggi complessi e autentici. Volto delle produzioni di Vincenzo Totaro e collaboratrice di registi come Pupi Avati e Luigi Magni, ha conquistato premi come miglior attrice protagonista e si è imposta come talento versatile, determinato e in continua evoluzione
In che modo la tua formazione e le tue prime esperienze artistiche hanno contribuito a definire il tuo percorso come artista poliedrica?
Io dico sempre di aver avuto un percorso un po’ “sui generis”, nel senso che ho intrapreso la mia carriera artistica piuttosto tardi rispetto a quella che è l’età in cui solitamente ci si forma e si muovono i primi passi. Questo non perché non avessi chiare dentro di me le mie passioni: fin da bambina desideravo fare l’attrice, ma non ci ho creduto a sufficienza. Quel mondo mi sembrava lontanissimo, irraggiungibile, quasi ridicolo anche solo da immaginare. Nella mia famiglia o tra amici e conoscenti non c’era nessuno che avesse intrapreso un percorso artistico, in qualunque ambito. Mancavano totalmente modelli che rendessero quel sogno più accessibile.
Tornando alla tua domanda, il tentativo di essere un’artista poliedrica nasce da una parte dallo “spirito di sopravvivenza”: cimentarmi in diversi ambiti – teatro, doppiaggio, radio, cinema – mi ha permesso di avere più sbocchi lavorativi. Dall’altra parte, nasce dal mio carattere curioso e intraprendente: sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Se mi sento ferma, se entro in una fase stagnante, mi sembra di morire.
Che ruolo ha avuto il teatro nella tua crescita professionale e quanto hanno inciso le collaborazioni con registi teatrali di rilievo?
Io nasco come attrice teatrale. Ho lavorato, tra gli altri, con Claudio Boccaccini, Giuliano Vasilicò e Gian Franco Mazzoni. Il teatro per me è stato fondamentale: è stato ossigeno, vita, la prima forma artistica che mi ha consentito di esprimermi per quella che sono davvero. Non è un caso che, qualche mese prima di iniziare a fare teatro, mi fosse stato diagnosticato un polipo alle corde vocali. Avrei dovuto operarmi, ma poi il polipo è regredito improvvisamente proprio quando ho iniziato a recitare.
Il teatro è stato anche un banco di prova. Dentro di me sentivo di avere attitudini e capacità, ma poi bisognava dimostrarlo, prima di tutto a me stessa.
Come si è sviluppato il tuo lavoro tra televisione e cinema e quali esperienze ritieni più significative?
Ho avuto esperienze con registi di rilievo come Andrea Costantini (Gente di mare 2), Luigi Perelli (Un caso di coscienza 3), Pupi Avati (Un matrimonio), Luigi Magni (La carbonara), anche se in ruoli marginali. Sono comunque esperienze che hanno arricchito il mio bagaglio artistico. Parallelamente, ho lavorato come coprotagonista in lungometraggi indipendenti.
Che importanza hanno avuto per te i progetti cinematografici indipendenti nel consolidamento della tua identità artistica?
Direi che hanno avuto un’importanza fondamentale. Il cinema indipendente, quello di qualità intendo, è una risorsa alla quale è necessario prestare la giusta attenzione. Per diversi anni ho avuto il piacere di collaborare come giurata all’interno del Siponthum Arthouse International Film Festival fondato dal regista Vincenzo Totaro, un festival di cinema d’autore indipendente con sede a Manfredonia, un punto di riferimento per tutti quegli autori abbastanza coraggiosi che intendono percorrere strade nuove, non convenzionali o in grado di rielaborare a modo proprio le lezioni dei grandi maestri del passato. Beh, in quegli anni ho avuto la possibilità di visionare film provenienti da tutto il mondo davvero pregevoli, realizzati da autori e registi sconosciuti e con budget irrisori.
Un grazie infinito Lelio per la tua professionalità e un saluto a tutti i vostri lettori , Manuela

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