Le umane preghiere è l’ultima tappa del viaggio del progetto Pensiero Nomade, il progetto portato avanti dal musicista siciliano Salvo Lazzara, inizialmente dedito alla new wave e alla dark wave elettronica. Alla fine degli anni ’90 Salvo si è avvicinato al progressive rock, con la storica band dei Germinale, con cui ha proseguito dagli anni 2000 sperimentando con Pensiero Nomade in ambito jazzrock, trovando una miscela originale e personale tra vari generi.

Nell’intervista che segue entriamo nel vivo del progetto.
- Le umane preghiere viene definito come una sorta di “viaggio di ritorno” che riscopre le strutture e gli strumenti della tradizione occidentale, mantenendo però l’approccio etnico delle percussioni del lavoro precedente. Inoltre, hai menzionato un’intenzione volutamente cinematica per questi arrangiamenti. Quale “paesaggio” o “immaginario visivo” speri si stampi nella mente dell’ascoltatore durante questo specifico ritorno?
Diciamo che più che un paesaggio sonoro o visivo particolare, vorrei che l’ascoltatore si sentisse più predisposto al viaggio di per sé, al mettersi in gioco, a oltrepassare i confini, non necessariamente territoriali ma anche del gusto musicale. Siamo continuamente invitati a “rientrare nei ranghi”, nelle etichette, negli steccati, per poter essere meglio compresi (o catalogati). Io invece vorrei spingere chi mi ascolta a spostarsi verso i bordi della mappa che gli altri hanno disegnato per noi, sia nella musica che nella vita.
- Nelle tue parole, descrivi le umane preghiere come “bugie raccontate per appartenenza, simulacri di benedizioni sperate e mai meritate”. È un’immagine forte, che evoca un profondo disincanto. Questo album nasce dall’esigenza di denunciare questa illusione o, al contrario, vuole essere un modo per trovare conforto e accettazione di fronte a un “dio assente o distratto”?
In realtà è la presa di coscienza del fatto che è sempre più difficile far entrare nella nostra vita una dimensione di spiritualità, sia pure vagamente intesa. Ad essere realmente distratto forse non è un dio qualunque (ognuno se vuole ha il suo) ma chi lo cerca, chi lo invoca per ottenere qualcosa, perdendo di vista lo scopo reale della preghiera che è il mettersi in contatto con la nostra dimensione del sacro, non esterna ma personale, legata alla propria esperienza. Per me, ad esempio, è nella musica che il sacro si manifesta. In questo senso, infatti, la preghiera che richiamo nel testo è legata a una qualche forma di ricompensa cercata, o alla paura della riprovazione.
- Il tuo progetto si chiama Pensiero Nomade e si basa sull’idea di sviluppare una costante ricerca musicale in movimento. Con questo nono capitolo discografico, senti di aver trovato una terra in cui fermarsi o il “nomadismo” resta per te l’unica vera condizione possibile per continuare a creare?
Il nomadismo è l’unica condizione possibile per capire il mondo, e quindi per compiere un gesto creativo. Non è possibile, almeno non lo è per me, creare a partire da un posizionamento preciso, stabile e immutabile (in termini di cultura di riferimento, di gusti musicali, di approcci alla composizione). Non si può fare qualcosa di nuovo rimanendo dentro a vecchi confini.
- La tua storia musicale è incredibilmente ricca: sei partito dalla new wave e dalla dark wave elettronica, sei passato per il progressive rock con i Germinale, fino ad approdare al jazz-rock e alle contaminazioni ECM. In che modo l’oscurità degli esordi e la complessità del progressive risuonano ancora oggi, in modo sotterraneo, nelle tracce di questo nuovo album?
Partirei dal progressive, che se vogliamo rimane come sottotraccia dal punto di vista compositivo; l’amore per i poliritmi, l’uso di certa strumentazione (penso alla touch guitar) per me sono la manifestazione di qualcosa che è rimasto di quell’esperienza. Le atmosfere dark sono invece un’ispirazione sotterranea, se vuoi meno visibile, una suggestione letteraria, che emerge nell’uso dell’elettronica, dei campionamenti. Mentre ci sono pochi gruppi progressive che ho ancora voglia di ascoltare, non smetto mai di accostarmi alla new wave e alla dark wave; sarà perché hanno segnato la mia adolescenza e la prima giovinezza.
- In una società contemporanea dominata dalla velocità e dalla distrazione costante, tu chiedi all’ascoltatore un’esperienza di totale “abbandono al flusso sonoro e all’immaginazione”. Non trovi che questa richiesta sia, a tuo modo, un atto di ribellione politica e culturale? Come si educa oggi un pubblico a ritrovare il tempo per l’ascolto serale e l’attesa?
È assolutamente un atto di insurrezione sonora. Essere consapevoli che c’è un “mercato” musicale che spinge verso ascolti veloci, distratti, verso produzioni buone per le playlist, insomma verso il junkfood musicale mi sconforta. Ma allo stesso tempo mi dà la certezza di dover stare “da un’altra parte”. Del resto, come diceva uno famoso, “vendere o no non passa fra i mie rischi”.
- Sebbene tu sia il compositore principale, il produttore artistico e l’anima polistrumentista del progetto, nell’album figurano musicisti importanti come Giorgio Finetti, Davide Guidoni e Marc Papeghin. Come si concilia la dimensione introspettiva e solitaria della tua scrittura con il momento in cui questi “pensieri” vengono condivisi e rimodellati insieme agli altri membri della band?
Forse è la parte più interessante del processo: c’è un momento in cui abbandoni la dimensione solitaria della composizione e ti esponi alla contaminazione degli altri. È un rischio, puoi essere frainteso, oppure puoi venire condotto in luoghi musicali che non volevi frequentare. A volte invece puoi scoprire paesaggi sonori che non sapevi esistessero. E questa è la situazione più felice. Finora devo dire di essere stato molto fortunato negli incontri!
- Dove si muove adesso il tuo pensiero? Quali sono i tuoi progetti a breve e lungo termine?
Difficile dirlo. Sono una persona molto curiosa e irrequieta in musica. Nel breve periodo vorrei far conoscere Le umane preghiere a più gente possibile. A lungo è più complicato da decifrare: di recente ho scoperto la bellezza della musica francese contemporanea, non escludo un passaggio…



















