È fuori da venerdì 10 luglio per RRC Music Ndeko, il primo singolo di Micol Touadi, brano che consacra il nuovo progetto discografico dell’artista, con cui abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere.
Lavorare con artisti così importanti è stato un privilegio enorme. Mi ha insegnato tantissimo, sia artisticamente che umanamente.
Dentro di me c’è sempre stata l’esigenza di raccontare una storia che nessun altro poteva raccontare al posto mio. Ho capito che aspettare ancora avrebbe significato tradire una parte di me. Ndeko è il primo passo di un percorso molto personale, nato dall’esigenza di trasformare le mie esperienze in qualcosa che potesse appartenere anche agli altri.
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In realtà quel fratello siamo tutti noi. È quella parte fragile che spesso nascondiamo perché abbiamo paura di mostrarci vulnerabili. È la persona che sta attraversando un momento difficile e ha bisogno di sentirsi dire: “Continua, non sei solo.” Ho scritto questa canzone pensando a chi ha perso la speranza, ma anche alla bambina che sono stata io. In fondo Ndeko è un abbraccio: un invito a ricordarci che, anche quando ci sentiamo soli, apparteniamo sempre a qualcuno.
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Conservatorio, ma in Ndeko scegli le sonorità afrobeat e la lingua francese. Come si fondono queste diverse anime culturali e musicali nella tua identità artistica?
Non le vivo come mondi separati. Sono tutte parti della mia identità. Il jazz mi ha insegnato la libertà e l’ascolto, la musica afro appartiene alle mie radici e mi riporta a casa, mentre il francese è la lingua con cui esprimo certe emozioni intime in maniera più istintiva. Credo che nel mondo moderno di oggi non abbia più senso scegliere una sola appartenenza: io sono l’incontro di tutte queste influenze, e la mia musica vuole raccontarlo con naturalezza.
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Credo che oggi siamo continuamente distratti e spesso ci viene insegnato a evitare il dolore invece che ad attraversarlo. La musica non pu risolvere i problemi, ma pu creare uno spazio in cui sentirsi ascoltati e meno soli, almeno per me é stato così. Quando una canzone riesce a dare un nome a qualcosa che proviamo, succede qualcosa di potente: ci riconosciamo. Per me è questo il ruolo dell’arte, ricordarci che la fragilità non è una debolezza, ma un luogo da cui pu nascere una trasformazione, ancor meglio un’evoluzione.
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Lavoro insieme ad Alessandro Trani e ad Alessandro Pollio ormai da anni, la nostra forza é che ci conosciamo benissimo artisticamente e personalmente e non abbiamo bisogno di troppe parole per comprendere dove indirizzare il brano. É così che abbiamo costruito il suono di Ndeko cercando un equilibrio tra essenzialità ed emozione.
Avevamo già collaborato con Bassi Maestro ad un nostro precedente progetto ed è stato un valore aggiunto enorme: ha saputo rispettare l’identità del brano senza snaturarla, valorizzandone ogni dettaglio. È stato un lavoro di squadra in cui ognuno ha messo la propria sensibilità al servizio della canzone.
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Innanzitutto gli artisti con cui lavoro sono per me amici ma soprattutto fonte di ispirazione e sono i primi ad apprezzare la mia musica, senza dover mai rinunciare ad essere me stessa.
Per me non sono due identità in conflitto, ma due esperienze che si arricchiscono a vicenda.
Fare la corista significa imparare ogni sera da artisti straordinari, vivere il palco da vicino e crescere come musicista. Quando porto la mia musica racconto qualcosa di profondamente mio. Porto con me e al mio pubblico tutto quello che ho imparato in questi anni, ma senza smettere di parlare con la mia voce il mio vissuto. Credo che entrambe le esperienze mi rendano un’artista completa.



















