Una lettera di assunzione in banca. Una famiglia sulle spalle. E un sogno televisivo che, nel 1978, sembrava una follia. Quarantotto anni dopo, quell’atto di pura incoscienza si chiama Gruppo Sciscione: un impero editoriale partito dalle frequenze regionali e arrivato ai grandi set del cinema nazionale al Tecnopolo Tiburtino.
Oggi Gianfranco Sciscione ha 76 anni e ripercorre una parabola industriale fatta di azzardi finanziari come l’acquisto di Quarta Rete, 15 anni di calvario giudiziario affrontati a testa alta per difendere un contratto, e una scommessa ostinata sul territorio contro la dittatura degli algoritmi. In questa intervista senza filtri, il capitano d’industria che ha asfaltato l’«Autostrada dell’Etere» racconta il prezzo del successo e la scelta di non negoziare mai sul futuro dei giovani. È da quel primo «no» a un posto sicuro che comincia il racconto di una vita costruita controcorrente.
Dottor Sciscione, nel 1978 mentre fondava Telemonte Giove, suo padre sognava per lei posto fisso in banca, guardando indietro quanta parte del suo successo nasce proprio dall’urgenza intima di dimostrare a chi le voleva bene che quel no al posto sicuro era in realtà la sua unica strada verso la libertà? Sì esattamente, il 16 marzo 1978, il giorno del rapimento di Moro, io fondavo la mia prima società televisiva chiamata già dall’epoca Telemontegiove. Quest’attività non è iniziata nel 1978 con la costituzione della società, ma bensì due anni prima, mentre tutti facevamo un altro lavoro, mettevamo le basi per realizzare questo sogno. In quel periodo chi voleva fare questo tipo di attività era considerato come un pirata, mio padre essendo un carabiniere, sempre ligio al dovere e rispettoso delle leggi, quando vide che mi licenziai per iniziare questa avventura, si prodigò per farmi avere un posto presso la Banca Popolare di Terracina. Ancora oggi ricordo, con la leggerezza dell’epoca, strappai la lettera di assunzione davanti al viso di mia madre la quale mi disse «con due figli sulle spalle e un terzo in arrivo, io non sapevo di aver partorito un figlio pazzo, se ti arresteranno come dice tuo padre che fine faranno i tuoi figli?» A quella domanda, le risposi in modo da conquistarla «come hai mantenuto me, manterrai anche loro» e da allora è iniziata la nostra attività.
Il suo percorso parte da Terracina, è da una televisione profondamente legata al territorio per arrivare a una presenza nazionale, crede che l’identità locale nell’epoca della comunicazione globale sia diventata un limite oppure possa essere addirittura un vantaggio competitivo? Sicuramente è un vantaggio. Sulla tv nazionale oggi ci sono numerosi grandi network come Rai, Mediaset e La7 che trasmettono notizie. Il nostro network, in modo particolare quello locale è molto forte perché è radicato nei territori, in ogni regione abbiamo messo la televisione privata che si appoggia a quella nazionale, dando ampio spazio e voce ai territori che occupiamo con le Tv regionali.
La sua storia è fatta di intuizioni che viste oggi sembrano quasi naturali, l’espansione territoriale, l’acquisizione di Quarta Rete, il passaggio al digitale, la nascita dei nuovi canali, ma ogni intuizione nel momento in cui viene presa contiene una dose di rischio, qual è stata quella che ha richiesto più coraggio e quale invece col senno di poi avrebbe affrontato diversamente? La decisione che ho preso con più coraggio è stata quando acquistai il marchio Quarta Rete, lì oltre a non aver disponibilità economiche per comprarlo, c’erano centinaia di milioni da dare che ho pagato tutto con il lavoro. Chiaramente è stato un azzardo, però quell’azzardo poi ci ha dato la possibilità di crescere. Quel canale bello, pulito su Roma ci ha dato tanta forza e ci ha fatto cominciare a credere che c’era un futuro anche per noi. Tante emittenti che sono rimaste sul territorio , per esempio nella mia zona Latina e anche Frosinone, ad oggi solo una ha resistito, il resto hanno chiuso tutte, perché in quel momento che bisognava allargare il più possibile il bacino di utenza non lo hanno fatto e non sono durate.
Dagli studi del Tecnopolo Tiburtino fino alle collaborazioni per Colosal come Tolotolo di Zalone, investire nel cinema per un editore televisivo è una scelta di diversificazione finanziaria o la risposta all’esigenza di presidiare l’intera filiera del contenuto? E’ solo una questione finanziaria perché noi da “Tolotolo” a Lillo e Greg e tanti altri che sono venuti nei nostri studi del Tecnopolo Tiburtino, hanno potuto registrare con la massima tecnologia allo scopo di affittarle alle major ed essere più appetibili sul mercato. Molti si sono rivolti a noi, rispetto alle altre case o studi, perché la nostra politica di offrire qualità alta a prezzi ragionevoli è stata la mossa vincente.
Lei ha fondato un’azienda capace di attraversare quasi 50 anni di trasformazioni, a un certo punto però un imprenditore non deve soltanto far crescere ciò che ha costruito, deve anche capire cosa non può permettersi di perdere, quali sono i valori del gruppo Sciscione che considera non negoziabili anche davanti alle logiche del mercato? Non negoziabile è la nostra preparazione dei nostri ragazzi, perché da noi vengono fermati e poi tutti sono stati regolarmente assunti con contratto nazionale. Questa è la forza, aver creato nelle nelle nostre televisioni tanti giovani che anche appena usciti dalla scuola e ai quali piaceva questo lavoro, dai cameraman, ai registi, ai fonici, dopo aver constatato la preparazione, gli abbiamo insegnato questo lavoro e oggi questi dipendenti sono il nostro punto di forza perché credono come noi nel futuro di questa azienda.
Ha costruito la sua esperienza quando la televisione era soprattutto un luogo fisico, un appuntamento, quasi un’abitudine familiare, oggi il pubblico è frammentato tra piattaforme, social streaming e algoritmi, secondo lei cosa resta della televisione tradizionale quando non è più il mezzo a scegliere cosa guardiamo, ma un algoritmo a decidere cosa mostrarci? Purtroppo questo è il momento in cui viviamo, l’algoritmo di cui tanti parlano non sono dati veri, sono dati forniti dall’intelligenza artificiale. Come ho già detto la cosa importante è rimanere attaccati al territorio, perché nonostante gli algoritmi ci accorgiamo che la gente ha bisogno di informazione locale. Quella nazionale la fanno tutti e sono tutti bravi, chiaramente diamo a noi anche questo tipo di informazioni, ma per quelle locali ci siamo noi e ci resteremo. Poi ci sono anche i social, anche se lasciano sempre quel puntino di dubbio, cosa che con la televisione non succede, perché quando arriva la notizia all’emittente è certa.
Si parla molto dei successi degli imprenditori, molto meno degli errori che gli hanno resi possibili, c’è stato un errore che ha vissuto come una sconfitta e che oggi considera invece una delle sue elezioni imprenditoriali più preziose? Si, c’è stata una diatriba con gli ex soci della Quarta Rete. Avevamo fatto determinati accordi che alla scadenza dei quali, loro volevano cambiare le carte in tavola, se avessi accettato non avrei subito processi durati quindici anni. Processi che sono stati umilianti per la mia persona e per tutta la mia famiglia, tutto ciò per aver rispettato la legge e un contratto. Purtroppo un PM non ha voluto sentirci, siamo stati rinviati a giudizio e dopo quindici anni di questa lotta fatta in tribunale è uscita la verità: noi volevamo rispettare la legge e tutti i passi che abbiamo fatto erano stati fatti secondo le disposizioni dell’epoca. In quei momenti pensai pure che se avessi accettato la loro proposta forse non avrei subito tutto questo, ma dopo quindici anni posso affermare di aver fatto bene perché ho rispettato la legge.
Lei ha raccontato anche in altre interviste di aver dato opportunità a persone che avevano soprattutto entusiasmo e voglia di fare, oggi quando incontra un giovane senza esperienza ma con grandi ambizioni che cosa osserva per capire se davanti è semplicemente un ragazzo motivato oppure qualcuno che potrebbe davvero diventare un talento? Io non ho questa grossa esperienza dei tecnici perché mi affido alle persone preposte. Faccio un esempio: un ragazzo che fece il corso negli studi di Roma, avendo valutato che sapeva far bene il suo lavoro, decisi di assumerlo. Il giorno che venne a firmare il contratto vidi il cognome e gli chiesi se conosceva un certo Antonio, e da li scoprii che era il figlio di un mio amico. Quando il padre venne a ringraziarmi, io gli dissi che non mi doveva ringraziare in quanto il figlio era stato assunto perchè era un bravo ragazzo, lavoratore e capace e che si era meritato quel posto e io non sono mai intervenuto ad oggi dopo diversi anni lo confermo. Questa è la risposta più chiara che potrei dare.
Il suo racconto è anche quello di un imprenditore che ha scelto di costruire in Italia, in un momento storico in cui molti giovani talenti guardano all’estero, cosa pensa che l’Italia deve cambiare concretamente per convincerli non soltanto a restare ma a tornare? Su questa domanda entriamo su un progetto che non mi sono mai posto. Ho fatto dei tentativi all’estero, ma ho visto che non era possibile per quanto mi riguarda, quindi ho preferito come si dice investire e lavorare sul nostro territorio perché chi vuole, chi ha la forza e chi ci crede ci può riuscire. Sembra tutto facile all’estero, sicuramente non voglio discutere chi prende quella strada, ma la strada in Italia se uno vuole veramente fare le cose le può fare.
Lei ha scritto un libro che parla di un sogno, ma dopo averlo realizzato quel sogno è rimasto lo stesso oppure si è trasformato e soprattutto oggi Gianfranco Sciscione che cosa sogna che non abbia ancora costruito? Io sono come si dice al tramonto della mia vita e della mia attività perché in questo momento ho 76 anni. Non ho mai smesso di lavorare e per quanto mi riguarda quello che ho realizzato, l’ho realizzato con un sogno, ma con la voglia vera di farlo, ancora da realizzare? Non lo so, io personalmente mi sono fermato, stanno proseguendo i miei figli che hanno preso questa strada per poter continuare quel tracciato che cinquant’anni fa misi la prima bandierina per fare un’autostrada, l’autostrada dell’Etere e giorno dopo giorno l’asfaltavamo, ancora non è finita, questo lo capisco, però c’è tanto ancora da fare se ci si crede, perché bisogna adeguarsi ai tempi.
Nel raccontare la propria storia c’è sempre il rischio che il pubblico veda soltanto il risultato finale, le aziende, i canali, le produzioni, il successo, qual è la parte della sua vita che vorrebbe che i lettori comprendessero davvero e che secondo lei dall’esterno è più difficile vedere? Il sacrificio, il sacrificio dei momenti più tristi, il sacrificio specialmente di quei quindici anni che per aver rispettato lo Stato e le leggi italiane, in quel momento una parte della Procura di Roma non era convinta e quindi mi rinviò a giudizio. In quel periodo mi chiesi del perché continuare a combattere, a lavorare, a pagare le tasse e creare posti di lavoro poi il Tribunale ristabilì tutta la verità. Questo è il sacrificio che ho fatto in quei quindici anni purtroppo tristi, perché per il resto erano cose normali, era l’El Dorado dell’epoca e io ho fatto parte di quel momento.
Se dovesse lasciare una sola frase come eredità a chi continuerà il suo percorso, quale sarebbe e perché proprio quella? Quello che ho sempre detto e quello che ho preso in prestito da Vittorio Alfieri, volli sempre volli, fortissimamente volli, crederci sempre, questo lo aggiungo io e non mollare mai se al progetto uno ci crede, alla fine i risultati ci sono.
Agostino Fraccascia
















