Roma, 30 novembre 2025 — Ci sono presentazioni che somigliano a un approdo, e altre che somigliano a un varco.
Quella del 28 novembre alla libreria La Feltrinelli Libri e Musica di Largo Argentina è stata entrambe le cose: un luogo in cui arrivare, e un punto da cui
ripartire inevitabilmente diversi. Perché Restituzione, la nuova silloge poetica di Ilaria Palomba edita da Interno Libri, non è un libro che si sfoglia: è un’esperienza che si attraversa. E una volta attraversata, resta addosso come un marchio di luce.
La sala, gremita fino all’ultimo posto, è stata il primo segnale di questa attesa viva, quasi fisica, verso un’autrice che negli ultimi anni ha saputo imporsi con una voce atavica e modernissima allo stesso tempo, capace di unire mito, psiche e abisso umano in un unico respiro narrativo.
Un cortometraggio come soglia
A introdurre la serata, la proiezione del cortometraggio di Iolanda La Carrubba, a cura di Olivia Cinnamon Balzar. Immagini di natura, silenzio e metamorfosi accompagnano lo spettatore dentro l’immaginario della silloge: un mondo fatto di ferite che non chiedono consolazione, ma comprensione. Guardando quelle immagini, si avverte subito che Restituzione non è una raccolta poetica: è un’emanazione del corpo poetico dell’autrice.
Le parole di Marco Colletti: una monaca estatica che tesse senso
Il poeta e critico Marco Colletti apre l’incontro con parole che sembrano esse stesse un atto poetico: «Ilaria Palomba ha la postura di una donna medievale: è una monaca estatica che tesse arazzi di senso per liberarsi — e liberarci — dal proprio castello interiore».
Un’immagine potentissima, che restituisce la natura liturgica della sua scrittura. Colletti sottolinea la ricchezza linguistica dell’autrice, capace di piegare il greco e il latino fino a creare neologismi come scombuiare e corpo labente, dando vita a un ritmo «polifonico, barocco, destrutturato». Una lingua che non spiega: vibra.
Anna Segre: il buio come luogo del vero
La psicoterapeuta e scrittrice Anna Segre legge la silloge come un viaggio nell’inconscio. Le sue parole illuminano gli strati più nascosti del testo: «Il vero risiede nel buio».
In Restituzione il buio non è mai sottrazione, ma luogo di verità.
Ripetizioni come cecità, sparizione, assenza, mancanza non sono ossessioni, ma segnature psichiche che rimandano a una ferita originaria, a un rapporto complesso con la figura materna. Segre definisce i versi di Palomba «cocktail poetici sinestesici, ipnotici e ritmati», capaci di innescare nello spettatore una sorta di trance emotiva.
Il mio sguardo: una poesia che non si legge, si vive
Quando ho preso la parola, ciò che ho sentito necessario dire è questo:
“Restituzione” è un libro che ti chiede di essere vissuto, non letto.
Ci porta dove nessuno vorrebbe andare: nella fenditura più remota dell’anima, là dove il dolore non è più una ferita ma una forma primordiale di conoscenza. La poesia di Ilaria Palomba non tenta di lenire ciò che fa male: ci chiede di entrarci, di stare, di ascoltare il respiro del buio fino a riconoscerlo come parte di noi.
È un’opera che diventa rito, immersione, liturgia.
Un corpo vivo che sanguina, si spacca e poi si ricompone.
Una poesia che non ci offre risposte, ma metamorfosi.
La voce dell’autrice: dalla discesa alla spoliazione verso l’impersonale
Ilaria Palomba, intensa e misurata, ha raccontato il percorso delle sette sezioni che compongono la silloge — Alluvione, Catabasi, Ascesi, Memoria, Dissolvenza, Restituzione, Mistica — come una discesa negli abissi del sé e insieme una risalita.
«Nella sezione mistica c’è una resa totale» ha spiegato.
«La guarigione, per me, è uscire dalla prospettiva soggettiva e approdare all’impersonale».
È qui che entra in gioco Simone Weil, la filosofa che ha ispirato la visione dell’autrice: l’impersonale come via di liberazione dal giogo dell’io, dalla tirannia della ferita identitaria.
Una poesia che guarisce
Restituzione è esattamente questo: una poesia che non teme l’oscurità perché sa che solo attraversandola si può arrivare alla luce. Una poesia che si appropria del dolore non per subirlo, ma per trasformarlo. Una poesia che, mentre leggi, ti abita e ti restituisce a te stesso.
La lunga fila per le firme e le domande del pubblico hanno chiuso una serata preziosa, fatta di ascolto, risonanza e condivisione.
Una di quelle serate in cui si comprende davvero che la poesia non è un genere: è un destino.




















