Roma, fine estate 1992. Un quartiere popolare tra Monteverde e il Trastevere vero, dove i portoni hanno il citofono rotto e i panni stesi attraversano i vicoli come bandiere di una guerra persa. In una piazzetta con una fontana che non getta più acqua da tre anni, cinque ragazzi sono seduti su uno scalino di travertino scrostato.
Loro sono l’Armata Brancaleone: quattro maschi, una femmina, tutti tra i 19 e i 23 anni. Nessuno di loro ha un lavoro vero. Qualcuno studia ancora, qualcuno ha mollato, qualcuno non ha mai cominciato. Al centro, come un re senza corona, siede lui: il Pippardino.
Il Pippardino – nome di battaglia, nessuno ricorda più il vero – ha 21 anni, occhi svegli ma persi, un ciuffo che gli cade sempre sull’occhio sinistro, e una maglietta dei Pixies che ha comprato a Piazza Navona da un banco abusivo. Fuma Nazionali senza filtro. Ha l’aria di chi aspetta qualcosa che non arriva mai, ma non sa nemmeno bene cosa.
Pippardino – Ma io nun ce la faccio più. Giuro su Dio, Giuda e la Madonna de Noantri, nun ce la faccio più.
Er Caciotta – A fa che?
Pippardino – A capì. Nun capisco più un cazzo. Il mondo sta andando a rotoli, e io me ne sto qui, sullo scalino, come un pirla qualunque.
Er Caciotta – soprannome dovuto alla sua passione per il formaggio e a una certa rotondità – si gratta la pancia sotto la canottiera.
Er Caciotta – Eh, ma da che mondo è mondo, se sta sempre a rotoli. Sei te che te ne sei accorto solo mo.
Pippardino – No, nun è vero. Prima era diverso. Prima, anche se tutto faceva schifo, almeno capivi che schifo era. Adesso… adesso c’ha ‘na confusione. L’ha chiamata “globalizzazione” il Corriere della Sera, ma a me sembra che sia tutto ‘na giostra senza cavalli.
La Lola – unica ragazza del gruppo, capelli tinti di nero, piercing al naso, eterna arrabbiata con la madre – alza gli occhi al cielo.
Lola – A’ Pippardino, te devi smette de leggerli sti articoli. Te fanno male. Sei sempre più depresso.
Pippardino – E che devo legge? Topolino? Anche Topolino mo è diventato politically correct. Paperino manco può più dare na sberla a Qui Quo Qua.
Er Cinese – detto così non per razzismo ma perché i suoi genitori sono di Shanghai e lui è nato a Roma, parla romanesco perfetto e si offende se qualcuno lo scambia per un turista – ride.
Er Cinese – Ma te sei un caso clinico. Te l’ho detto, devi fa’ il provato dalla dottoressa Mengoni. Quella che curava mi’ nonno. Dice che con le erbe e ‘n po’ di training autogeno…
Pippardino – Le erbe?! Ma che so’ er farmacista de ‘na volta? Io nun ce credo nelle erbe. Io ce credo nel caos. E il caos sta vincendo.
Arriva l’ultimo del gruppo, il più silenzioso: Er Muto, detto così non perché non parli, ma perché parla talmente piano che nessuno lo sente mai. Si siede accanto agli altri, accende una sigaretta, annuisce. Il suo contributo.
Er Caciotta – Pensa che mio padre, stamattina, me fa: “Ma te quando te trovi un lavoro?” E io je dico: “Papà, ma che lavoro? So’ finite le fabbriche, so’ finite le botteghe, ora c’è solo la televisione e i supermercati”. E lui me guarda come se je avessi detto che la Madonna è una squillo.
Lola – Tuo padre fa ancora il metalmeccanico?
Er Caciotta – Sì, ma lo mettono in cassa integrazione a giorni. Trent’anni di lavoro, e ‘sta gente lo butta via come un fazzoletto usato.
Pippardino – Ecco, vedi? Questo è quello che dico io. Il mondo sta cambiando, ma noi nun ce stiamo dentro. Siamo come quelli che giocano a carte ma le regole le cambiano mentre giochi. E noi restamo lì co’ ‘na mano de settebello e ‘na scala reale che nun serve più a niente.
Er Cinese – Ma te che vorresti fa’? Rivoluzione? Tanto lo sai come finisce: arrivano i carabinieri, te menano, poi tua madre deve venire a prenderti in caserma e te fa la ramanzina.
Pippardino – No, io nun voglio fa’ la rivoluzione. Voglio solo capì. Capì perché ‘sto cazzo di mondo va sempre più veloce e io sto fermo. Capì perché mia nonna, che ha visto la guerra, dice che “ai miei tempi si stava meglio” e io je do ragione. Capì perché me sento come ‘n pesce in un acquario che è diventato troppo piccolo, ma loro continuano a mettere acqua.
La Lola lo guarda. Per una volta, non è arrabbiata.
Lola – Sei sempre stato ‘n po’ pesce, tu. Da quando te conosco. Il Pippardino. Sei quello che nuota contromano.
Pippardino – Eh, ma me sto stancando. Nuotà contromano è faticoso. E poi gli altri pesci te guardano male, perché te sei diverso.
Er Muto (sussurrando, nessuno capisce) – Forse il problema non sei te.
Tutti si voltano. Nessuno ha sentito. Ma il Pippardino, chissà come, intuisce.
Pippardino – Forse. Forse ‘sto cazzo de problema non so’ io. Forse è il mondo che è malato. Ma quando sei tu l’unico che tossisce in una stanza piena di gente che sta bene, la colpa sembra sempre tua.
Silenzio. La fontana, sebbene senz’acqua, fa un rumore di goccia immaginaria. O forse è il cuore di Roma che batte ancora, stanco ma testardo.
Er Caciotta – E mo’ che facciamo? Andiamo a bere qualcosa?
Pippardino – Sempre. Ma nun bere per dimenticare. Bevi per ricordà. Perché se dimentichiamo, ‘sti pezzi de merda hanno vinto.
Si alzano tutti. L’Armata Brancaleone si muove verso un bar in fondo alla piazza, quello con le sedie di plastica rotta e il bancone di formica. Il Pippardino è l’ultimo. Si volta, guarda la fontana secca, la piazzetta vuota, il cielo di Roma che è un po’ marrone e un po’ azzurro.
Pippardino (tra sé) – Ma che ce stanno a fa’ qui? Che ce stamo a fa’? Forse… forse l’unica rivoluzione è restà. Restà e nun mollà. Pure quando nun capisci un cazzo.
Fa una lunga boccata, butta il mozzicone nella fontana secca, e raggiunge gli altri.
Dietro di lui, Roma 1992 sospira. È un anno difficile. Tangentopoli esplode, la DC muore, Berlusconi sta per scendere in campo. Loro non lo sanno ancora. Sanno solo che il futuro è una nebbia e loro sono cinque ragazzi su uno scalino, con un amico che si fa chiamare Pippardino e che forse, senza saperlo, è il più lucido di tutti.
Fine della prima scena. L’Armata Brancaleone è in marcia. E il Pippardino, contro ogni previsione, non ha ancora smesso di nuotare.



















