Il bar si chiama “Da Giuseppina”, ma Giuseppina è morta nel ’78 e nessuno ha mai cambiato l’insegna. Dentro c’è una luce al neon che fa sembrare tutti malati di ittero, un jukebox che funziona solo se gli dai un pugno sul lato destro, e un biliardo senza le palle numero 6 e numero 9. L’Armata Brancaleone occupa il tavolo vicino alla porta, quello dove la tovaglia di plastica ha una macchia a forma di America Latina.
Il Pippardino beve una Cokespremuta – così la chiama lui: Coca Cola con una fetta di limone che galleggia come un naufrago disperato. Sorseggia lentamente, come se quella bevanda dovesse durare per sempre.
Er Caciotta – Allora, che se magna? Io ho fame come ‘na lupa.
Lola – Se magna l’aria fritta, perché io ho settecento lire in tasca.
Er Cinese – Io ho millecinquecento. Ma devo anche pagà la scheda telefonica per chiamà mi’ madre che s’è rotta ‘na gamba.
Pippardino – Io ho duemila lire. Ma le tengo per le Nazionali. La fame è ‘n’illusione borghese.
Er Muto (mormorando verso il tavolo) – Io ho tremila. Ma me li presta nessuno?
Nessuno sente. Il Pippardino, però, gli lancia un’occhiata e annuisce. C’è un’intesa silenziosa tra i due, fatta di sguardi e mezze parole.
Er Caciotta – Comunque, stamattina mi’ padre ha acceso la televisione. C’era quel tale, Berlusconi. Parlava de ‘na “discesa in campo”. Ma che è, uno che scende in campo co’ la divisa? Allora ero io che giocavo a pallone all’oratorio.
Lola – Quello è un venditore de fumo. Ha le televendite, le ragazze immagine, le ville a Milano. E mo’ se vuole fa’ er padrone de Roma?
Pippardino – Lascialo perde. È ‘n altro pesce. Ma lui nuota co’ la corrente. E la corrente je porta i soldi. Noi invece stamo qua a grattacce le palle sur bordo.
Er Cinese – A me quello me fa paura. Perché è simpatico. Quelli simpatici sono i più pericolosi. Te pensi che sia un amico, poi te ritrovi senza casa e con ‘n abbonamento a Mediaset.
Il jukebox qualcuno l’ha preso a pugni e adesso parte “L’ultimo uomo” degli 883. La canzone giusta. Il Pippardino la ascolta con gli occhi persi.
Pippardino – Sentite ‘sta canzone. Parla de uno che aspetta. Ma che aspetta? L’amore? La morte? ‘N aumento? Non lo sa nemmeno lui. Siamo tutti così. Aspettiamo qualcosa che non sappiamo descrivere.
Lola – E te che aspetti, Pippardino?
Pippardino – Non lo so. Forse ‘n segno. Uno de quelli che te fa dire: “Ah, ecco, era per questo che stavo qui”. Però ‘sti segni, mo, nun se vedono più. Prima c’erano i santini, le madonne che piangevano, le voci dal cielo. Adesso c’è solo il telecomando e la pubblicità della Dash.
Er Caciotta – E tu credi ancora ‘sti miracoli?
Pippardino – Io credo nel caos, te l’ho detto. E il caos a volte fa miracoli. Per sbaglio. Come quando perdi il portafoglio e poi lo trovi nel frigo. Quello è un miracolo laico.
Entra un personaggio nuovo. Si chiama Er Sciamano – soprannome perché vende incensi, braccialetti di cuoio e “energie positive” a Ponte Milvio. Ha 27 anni, lunghi capelli biondo sporco, un girocollo con una pietra viola, e l’aria di chi ha appena fumato qualcosa che non dovrebbe.
Er Sciamano – Oh, l’Armata! Tutti qui? Manco ve vedeva da settimane.
Pippardino – Eh, siamo stati in trincea.
Er Sciamano – Quale trincea? Quella esistenziale o quella del sottopasso?
Pippardino – Tutte e due. La guerra è ovunque.
Er Sciamano si siede, si accende una sigaretta aromatica che profuma di incenso bruciato, e guarda il gruppo con aria sapiente.
Er Sciamano – Io ‘sto mese ho fatto un sacco di soldi. La gente ha paura. E quando la gente ha paura, compra le mie pietre. “Portafortuna contro il 2000”. Perché secondo alcuni, quando arriva l’anno 2000, i computer impazziscono e gli aerei cadono.
Lola – Ma sei scemo? Manca ancora otto anni.
Er Sciamano – La paura non aspetta. La paura è come la sifilide: te la porti appresso senza saperlo.
Er Caciotta – E te nun te senti in colpa a rubà i soldi a chi ha paura?
Er Sciamano – Colpa? Io do speranza. La speranza costa. Mica te la regalano. Pensa al Pippardino: lui spera in ‘n segno. Io je vendo ‘n segno. C’è differenza?
Il Pippardino lo fulmina con lo sguardo.
Pippardino – La differenza è che io nun voglio comprà ‘n cazzo. Voglio capì. E capire è gratis, ma fa male. Come ‘n dente che ti pulsa.
Er Sciamano – E allora capiscite ‘sta roba: il futuro è adesso. Non arriverà mai. È sempre adesso. E adesso cosa c’è? ‘Na piazzetta, ‘n bar con le sedie rotte, e cinque disperati che parlano del nulla. Questo è il futuro. Godetevelo.
Er Sciamano si alza, fa una piroetta, e se ne va senza pagare il caffè che aveva ordinato. Nessuno lo insegue. Tanto non vale la pena.
Lola – Quello è più pirla de noi. E campa pure meglio.
Pippardino – Perché la pirla ggente campa sempre meglio. I furbi se magnano i disperati. E noi semo i disperati.
Silenzio. Il jukebox adesso ha smesso. Si sente solo il fruscio del traffico lontano e una vespa che passa col tubo scoppiato.
Er Caciotta – Secondo me, dovremmo fa’ qualcosa. Qualcosa de vero. Rubà ‘n bancomat? Organizzà ‘n concerto? Scrivere un libro?
Pippardino – Un libro? Ma chi ce lo pubblica? La Mondadori? Quella è di Berlusconi. Forse potremmo farlo noi. Fotocopie. ‘Na stampa abusiva. Come i volantini del Partito.
Er Cinese – E che ce scriviamo?
Pippardino – La verità. Quella che nessuno dice. Che Roma è ‘na città che sta morendo, ma nessuno lo ammette perché tanto i turisti continuano a venì a fa’ le foto al Colosseo. Che i giovani nun c’hanno futuro, ma i vecchi continuano a dire “ai miei tempi”. Che la televisione ci sta trasformando in marionette, e noi applaudiamo.
Lola – Già. Ma tanto chi se li legge ‘sti fogli?
Pippardino – Nessuno. O forse sì. Forse qualcuno come noi. Che si sente perso e cerca un’altra voce. Anche fosse solo per scoprì che nun è solo.
Er Muto alza la testa. E per una volta, tutti lo ascoltano. Forse perché ha alzato la voce. O forse perché ha detto qualcosa di così semplice che merita attenzione.
Er Muto – Io lo leggerei.
Silenzio. Poi il Pippardino sorride. È il suo primo sorriso della giornata.
Pippardino – E allora cominciamo stasera. Qui. Con ‘n bicchiere de vino e una macchina da scrivere. Chi ce l’ha una macchina da scrivere?
Er Caciotta – Mi’ nonno. Una Olivetti. Funziona ancora. La tiene in cameretta, accanto al letto. Dice che scrive le lettere al sindaco.
Pippardino – Portamela domani.
Lola – Ma se non sai nemmeno scrivere, Pippardino.
Pippardino – Scriverò come parlo. Sarà il mio stile. Lo chiamerò “realismo sporco”. Come Bukowski, ma co’ le bestemmie in romanesco.
Ridono. Per la prima volta, la risata non è amara. È quasi leggera. Come se quella cazzata del foglio fotocopiato potesse davvero essere qualcosa.
Pippardino (tra sé) – Forse è questo il segno. Non un lampo dal cielo. Non una madonna che piange. Ma un gruppo di coglioni che decide di scrivere due righe su un foglio. Perché il mondo è già andato a puttane, ma almeno possiamo lasciargli ‘na recensione su TripAdvisor.
Fuori, Roma 1992 si prepara per un’altra sera. Le saracinesche si abbassano, i motorini sfrecciano, qualcuno urla “Forza Roma” da una finestra. L’Armata Brancaleone esce dal bar. Non hanno soldi, non hanno un piano, non hanno niente. Hanno solo una promessa fatta tra una Coca e una Nazionale.
E a volte, in un mondo che non capisci più, una promessa stupida è l’unica cosa che ti tiene in piedi.
Fine della seconda scena. L’Armata Brancaleone ha una missione: scrivere un foglio. E il Pippardino, per la prima volta, non nuota più contromano. Nuota verso qualcosa. Anche se non sa cosa.



















