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Il Pippardino e l’armata Brancaleone

Scena terza: "La Olivetti che scrive la verità"

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
6 Aprile 2026
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Il Pippardino e l’armata Brancaleone
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Scena terza: “La Olivetti che scrive la verità”

Il giorno dopo. Domenica pomeriggio. La camera del nonno di Er Caciotta è un museo del Novecento: un letto di ottone, una Madonna di Lourdes con la luce rossa, un quadro di Papa Giovanni XXIII, e nell’angolo, come un altare laico, una scrivania di legno scuro con sopra una Olivetti Lettera 32 color verde petrolio. Il nonno – Ottavio, 78 anni, ex partigiano, ex operaio, ex tutto – è uscito a prendere il giornale. Hanno mezz’ora prima che torni.

L’Armata Brancaleone è stipata in quella stanza che profuma di naftalina e ricordi. Er Caciotta sta seduto sul letto, Lola è accovacciata per terra, Er Cinese fuma appoggiato al davanzale, Er Muto è in un angolo a far l’ombra. E il Pippardino è davanti alla Olivetti, le mani sui tasti, come un pianista prima del concerto.

Pippardino – Allora. Che scriviamo?

Lola – Il titolo. Prima il titolo.

Er Caciotta – “Il Grido della Marmotta”. No, facciamo “La Zanzara”. Quello che rompe i coglioni.

Er Cinese – Ma che è, un giornale di insetti? Facciamo “Contromano”. Come dicevi te.

Pippardino – “Contromano” è troppo triste. Sembra l’autobiografia de ‘n suicida. Noi semo vivi. O quasi.

Pensa. Poi scrive sulla tastiera, con un dito solo, lentissimo.

Pippardino (legge ad alta voce mentre scrive) – “Il Pippardino. Foglio di resistenza esistenziale. Anno zero, numero zero.”

Lola – Ma chi cazzo è il Pippardino? Sei te, ma nessuno lo sa.

Pippardino – Appunto. Sarà il nostro nome collettivo. Come i “Pentagon” o i “Rolling Stones”. Ma più disperato.

Er Muto (bisbiglia, ma stavolta tutti fanno silenzio per sentirlo) – E se lo chiamassimo “Nun se capisce più un cazzo”?

Silenzio. Poi una risata liberatoria.

Pippardino – Perfetto. Quello è il titolo. “Nun se capisce più un cazzo – giornale di strada per disperati con la faccia tosta”.

Inizia a scrivere. Le dita sono impacciate, i tasti si incastrano, ma lui va avanti come un soldato in trincea.

Pippardino – Primo articolo: “Perché la DC è morta e a nessuno frega niente”.

Er Caciotta – A me frega. Mio padre ci votava. Dice che almeno ‘na volta c’era lavoro.

Pippardino – E dov’è finito sto lavoro? Nei buchi neri della finanza. Lo dicevano anche i comunisti, ma quelli nun se li filava nessuno perché avevano la faccia cattiva.

Lola – I comunisti ce l’avevano la faccia cattiva perché avevano fame. La fame rende cattivi.

Er Cinese – E noi che abbiamo? Fame pure noi. Ma semo buoni. O rincoglioniti.

Pippardino – Siamo buoni perché non abbiamo ancora capito chi è il nemico. Forse non c’è un nemico. Forse il nemico siamo noi quando stiamo zitti.

Continua a scrivere. Le parole escono sghembe, con errori di ortografia, ma vere.

Pippardino – “Noi, l’Armata Brancaleone, dichiariamo che Roma non è più la capitale. È un parcheggio a cielo aperto. I politici rubano, i giornalisti tacciono, i preti benedicono le armi. E noi? Noi stiamo sugli scalini a guardare.”

Lola – Aggiungi: “Le ragazze come me non hanno futuro. O fanno la valigia e vanno al Nord, o restano e diventano commesse da UPIM fino a quando non trovano uno che le mantiene”.

Pippardino – Aggiunto.

Er Cinese si schiarisce la voce.

Er Cinese – E scrivi anche: “Io sono cinese e romano. Mio padre ha lavato i piatti per vent’anni. Mia madre cuce bottoni. Mi hanno chiamato ‘Er Cinese’ come se fossi una merce. Ma io sono nato qui, al San Camillo. E ho diritto a rompere i coglioni come tutti”.

Pippardino – È già scritto. Nel cuore.

La Olivetti fa “ding” a fine riga. È un suono antico, quasi commovente.

Er Caciotta – Mio nonno quando scriveva le lettere al sindaco faceva sempre ‘sto rumore. Poi aspettava la risposta che non arrivava mai.

Pippardino – Noi non aspettiamo risposta. Noi siamo la risposta.

La porta si apre. È il nonno Ottavio. Ha un giornale sotto il braccio, gli occhialini sulla punta del naso, e un’aria severa che si scioglie appena vede il gruppo.

Nonno Ottavio – Ma che state a fa’ nella mia stanza? E chi ve lo ha permesso?

Er Caciotta – Nonno, stamo a scrive ‘n giornale.

Nonno Ottavio – Un giornale? Con la mia Olivetti? E chi ve lo pubblica? Il Partito?

Pippardino – Nessuno. Lo facciamo noi. Fotocopie abusiva. Come i volantini del ’44.

Il nonno lo guarda. Un lungo silenzio. Poi si siede sul letto accanto al nipote.

Nonno Ottavio – Io nel ’44 facevo i volantini veri. Li portavo di notte, appiccicati sui muri. Se ti beccavano, ti fucilavano. Voi invece che rischiate? La noia?

Pippardino – Rischiamo di sembrare ridicoli.

Nonno Ottavio – E quello è il rischio più grande. Perché la gente ride di chi è diverso. Ma se continui a farti ridere, un giorno smettono di ridere. E ti ascoltano.

Prende il foglio dalla Olivetti, lo legge in silenzio. Fa una smorfia, poi annuisce.

Nonno Ottavio – C’è un errore qui. “La DC è morta” si scrive con l’acca? No, “la DC” è femminile? Ma chissenefrega. L’importante è che sia vero. La DC è morta, sì. Ma non è morta di morte naturale. L’hanno ammazzata quelli che mangiavano alla stessa tavola.

Pippardino – E chi era?

Nonno Ottavio – Quelli che ora si chiamano “imprenditori”. Ma noi li chiamavamo “profittatori”. Lo stesso schifo.

Il nonno si alza, va alla scrivania, prende una penna e corregge una parola. Poi restituisce il foglio.

Nonno Ottavio – Se volete fare le fotocopie, c’è una copisteria in via dei Fienaroli. Il ragazzo è un mio ex allievo. Vi fa lo sconto. Dite che vi manda Ottavio.

Lola – Grazie, nonno.

Nonno Ottavio – Non chiamatemi nonno. Mi chiamate compagno Ottavio. O partigiano. Come preferite.

Esce dalla stanza, ma si ferma sulla soglia.

Nonno Ottavio – Una cosa: non finite come me. Io ho lottato, ho perso, e adesso guardo la televisione. Voi continuate a lottare. Anche se non capite un cazzo. Specialmente se non capite un cazzo. Perché chi capisce troppo, alla fine si arrende.

Chiude la porta. Resta l’odore di naftalina e la Olivetti che ancora trema.

Pippardino – Avevamo un testimone e non lo sapevamo.

Er Caciotta – Mio nonno è un grande. Però puzza.

Er Muto (chiaramente, per una volta) – Anche noi.

Tutti ridono. Il Pippardino riprende il foglio, lo piega in quattro, e se lo mette in tasca.

Pippardino – Domani andiamo in copisteria. E poi? Poi lo distribuiamo. Nelle piazze, davanti ai supermercati, nei bagni delle stazioni. Ovunque ci sia uno che aspetta.

Lola – E se nessuno lo prende?

Pippardino – Lo attacchiamo ai muri. Con la colla di farina. Come i volantini del ’44.

Si alzano. Escono dalla stanza. Per le scale, il Pippardino si ferma un attimo. Tira fuori il foglio, lo rilegge.

Pippardino (tra sé)** – “Nun se capisce più un cazzo”. Forse è vero. Ma forse, a non capire, si può anche vivere. Basta avere qualcuno accanto che non capisce insieme a te.

Roma, domenica pomeriggio. I portoni sono chiusi, le strade deserte. Cinque ragazzi camminano verso il futuro. Non sanno cosa troveranno. Ma hanno un foglio in tasca. E per oggi, basta.

—

Fine della terza scena. L’Armata Brancaleone ha un giornale. Il Pippardino ha uno scopo. E Roma 1992, senza saperlo, ha appena acquisito sei nuovi cittadini pericolosi: cinque ragazzi e una Olivetti.

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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