Scena quarta: “La fotocopia che viaggia più veloce della parola”
Tre giorni dopo. La copisteria di via dei Fienaroli è un buco umido che sa di toner e disperazione. Il ragazzo dietro il banco – Marco, 24 anni, barba incolta, occhiaie da nottambulo – è l’ex allievo del nonno Ottavio. Ha accettato di fare le fotocopie a prezzo di costo: cento lire l’una. Hanno stampato cinquanta copie del primo numero de “Nun se capisce più un cazzo”. Cinquanta. Per loro è come aver stampato la Bibbia.
Ora sono in piazza, davanti al supermercato SMA. Il Pippardino tiene in mano una pila di fogli. Gli altri li hanno distribuiti. Lola è andata verso la fermata del bus, Er Cinese davanti alla scuola, Er Caciotta al mercato rionale, Er Muto… chissà dove.
Risultato dopo due ore: ventitré copie consegnate. Le altre ventisette le hanno usate per incartare il pesce, pulire il vetro di un motorino, o sono finite direttamente nel cestino.
Er Caciotta – ‘Na disfatta. ‘Na disfatta epocale.
Pippardino – No, aspetta. Non è una disfatta. È una prima prova. Sanremo non l’hanno vinto al primo colpo.
Lola – Sanremo è una merda. Come ‘sto giornale.
Er Cinese – Dài, qualche copia è finata nelle mani giuste. Quello dei panini, Pierino, l’ha letta tutta. E ha detto che “se capisce poco, ma è divertente”.
Pippardino – Vedi? Già qualcuno lo dice. “Divertente”. È l’inizio.
Arriva Er Muto, tutto trafelato. Per lui, essere trafelato significa camminare un po’ più svelto del solito. Ha un sorriso strano, quasi umano.
Er Muto (chiaro, forte, forse la frase più lunga della sua vita) – Ho dato una copia a un tizio in motorino. Quello l’ha letta al semaforo, ha cominciato a ridere, e l’ha passata a un altro. L’ho visto fare il giro di tutto il quartiere.
Pippardino – Cosa? Come sarebbe “il giro di tutto il quartiere”?
Er Muto – Non lo so. Ma l’ho visto.
Passa un’ora. Il Pippardino è seduto sullo scalino di sempre, quello della fontana secca. Fuma. Pensa. Forse sta già scrivendo il secondo numero nella testa. Arriva una ragazza. Non la conoscono. Ha i capelli corti, una maglietta degli Smiths, e in mano tiene il foglio.
Ragazza – Scusa, sei tu il Pippardino?
Pippardino – Dipende. Chi lo cerca?
Ragazza – Ho letto ‘sto foglio. Me l’ha dato un amico. Dice che è roba vostra.
Lola (sospettosa) – E chi te lo ha dato?
Ragazza – Uno che fa il dj a Radio Onda Rossa. L’ha letto per aria, durante il programma. Ha detto che “finalmente qualcuno che dice le cose come stanno, senza peli sulla lingua e con le bestemmie giuste”.
Silenzio. Il Pippardino quasi soffoca con la sigaretta.
Pippardino – Radio Onda Rossa? Quella che trasmette dai locali occupati?
Ragazza – Quella stessa. E il dj ha detto che se volete, potete andare lì stasera e leggere ‘sto foglio in diretta. Tipo… ‘na performance.
Er Caciotta – Performance? Ma noi nun semo mica dei teatranti. Semo disperati.
Ragazza – Appunto. Piacete proprio perché siete disperati. La gente è stufa dei professionisti. Vuole l’amatore, lo sgangherato, quello che sbaglia e se ne frega.
Il Pippardino guarda la ragazza. Poi guarda i suoi. Poi guarda la fontana secca.
Pippardino – Che ore sono?
Lola – Le sette.
Pippardino – A che ora si va in onda?
Ragazza – Alle nove. Ma dovete portare altre copie. Perché dopo la trasmissione, la gente le vuole.
L’Armata Brancaleone si guarda. È un momento di quelli che, anni dopo, racconterai ai nipotini. O forse no. Forse è solo una cazzata che finirà male. Ma intanto.
Er Cinese – Io ci sto. Tanto non ho niente da perdere. Solo la dignità.
Lola – La dignità l’abbiamo persa quando abbiamo scritto “la DC è morta” senza sapere se si scrive con l’acca.
Er Caciotta – Mio nonno dice che la dignità è sopravvalutata. L’importante è la faccia tosta.
Er Muto (annuisce) – Vado.
Pippardino – Allora si va. Ma prima: qualcuno ha una maglietta pulita?
—
Radio Onda Rossa – un ex magazzino occupato dietro piazza Vittorio. Muri scrostati, manifesti del Partito, divani sfondati, e un impianto di registrazione che sembra uscito da un film di fantascienza anni Settanta. Dentro ci sono una decina di persone: studenti, operai in cassa integrazione, qualche punkabbestia. Il dj si chiama Tommy, ha una cresta viola e parla come se avesse sempre fame.
Tommy – Ecco qui i nostri eroi. L’Armata Brancaleone! E il loro foglio: “Nun se capisce più un cazzo”. Titolo magnifico. Sembra la sintesi della nostra epoca.
Pippardino – Grazie. È nato dalla noia.
Tommy – La noia è la madre di tutte le rivoluzioni. Bene, sedetevi lì. Tra dieci minuti andiamo in diretta. Il microfono è quello. Non abbiate paura. Anche se bestemmiate, tanto il segnale è talmente distorto che la finanza non riesce a registrarvi.
Il Pippardino si siede davanti al microfono. Le mani gli sudano. Gli altri sono dietro, come una corte. Tommy fa il conto alla rovescia.
Tommy (in diretta) – Buonasera, ascoltatori di Radio Onda Rossa. Siamo qui con un gruppo di ragazzi di Monteverde che hanno fondato un giornale. Un giornale vero, fatto di carta, fotocopie, e bestemmie. Si chiama “Nun se capisce più un cazzo”. E con loro c’è il fondatore, il Pippardino. Ciao Pippardino, sei in diretta.
Pippardino – Ciao a tutti. E già, nun se capisce più un cazzo. E lo diciamo noi, che nun capiamo niente. Ma almeno lo ammettiamo. I politici, i giornalisti, i preti, loro fanno finta di capire. E invece capiscono meno de noi.
Tommy ride. Il Pippardino prende coraggio.
Pippardino – Noi abbiamo scritto un foglio. Poche robe. Perché la DC è morta, perché Berlusconi è un venditore di fumo, perché i giovani non hanno lavoro e le ragazze devono scappare al Nord. Ma soprattutto perché Roma è diventata un parcheggio. E noi, che ci siamo nati, nun ce riconosciamo più.
Silenzio. Poi la voce di Tommy.
Tommy – Bella forza. E che volete fare? La rivoluzione?
Pippardino – No, vogliamo solo fare due risate. Perché se ridi, il nemico si incazza. E se si incazza, hai vinto.
La trasmissione va avanti per dieci minuti. Leggono pezzi del foglio. Er Caciotta legge la parte sul padre metalmeccanico. Lola legge quella sulle commesse UPIM. Er Cinese legge quella sull’essere cinese e romano. Er Muto legge una frase sola: “Anche il silenzio è una parola”. Il pubblico in studio applaude. Qualcuno piange. Qualcuno ride.
Quando escono dal magazzino, fuori c’è un gruppetto di persone. Non molte, una ventina. Hanno in mano le fotocopie. Qualcuno le ha già fatte girare.
Uomo col cappello – Sei il Pippardino? Io sono un grafico. Se volete, vi rifaccio il logo. Gratis.
Donna con borsa – Io lavoro alla libreria Feltrinelli. Se fate un secondo numero, lo metto in esposizione.
Ragazzo con skateboard – Io ho una fotocopiatrice rubata. Se vi serve…
Pippardino – No, grazie. La nostra è una fotocopiatrice onesta. Rubata no, perché poi nun se capisce più un cazzo.
Risate. Il Pippardino si gira verso l’Armata.
Pippardino – Visto? Ve l’avevo detto. Il caos fa miracoli.
Er Caciotta – Ma mo’ che facciamo? Domani dobbiamo fare il secondo numero?
Lola – E che scriviamo?
Er Cinese – Le reazioni. Scriviamo le reazioni della gente.
Er Muto (mormora, ma tutti sentono) – E le nostre.
Pippardino – Esatto. Il secondo numero sarà: “Nun se capisce più un cazzo – Ma almeno ridiamo insieme”.
Roma, notte. I lampioni accesi, i motorini che sfrecciano, qualche finestra illuminata. L’Armata Brancaleone cammina per le strade deserte. Il Pippardino ha ancora il foglio in tasca. Ma adesso non è più un foglio. È un inizio.
E chissà. Forse domani qualcun altro, chissà dove, leggerà quelle parole e dirà: “Ah, allora non sono l’unico”.Fine della quarta scena. L’Armata Brancaleone ha scoperto che anche la disperazione, se condivisa, diventa contagiosa. E il Pippardino, senza saperlo, ha appena aperto un fronte nuovo: quello della risata armata.



















