Scena quinta: “Il popolo dei senza capoccia”
Una settimana dopo. Roma non è più la stessa. O forse sì, ma qualcosa nell’aria è cambiato. Come quando sta per arrivare un temporale d’agosto e l’afa diventa elettrica. Il foglio “Nun se capisce più un cazzo” è passato di mano in mano, fotocopia su fotocopia, fino a diventare un fenomeno. Non nazionale, per carità. Ma nel quartiere tra Monteverde e Trastevere, tutti ne parlano. La voce si è spinta fino a San Giovanni, a Testaccio, persino a Prati.
Il Pippardino è diventato, senza volerlo, una specie di eroe popolare. La gente lo ferma per strada. I paninari lo salutano. Una vecchia signora gli ha chiesto la benedizione. Lui, che non sapeva cosa fare, le ha fatto il segno della croce al contrario. La vecchia ha pianto di gioia.
L’Armata Brancaleone è riunita al solito posto: lo scalino della fontana secca. Ma ora non sono più cinque. Intorno a loro c’è una folla di almeno trenta persone. Ragazzi, vecchi, disoccupati, studenti, un prete con la chitarra, una suora che fuma, un vigile urbano in borghese, e perfino Er Sciamano, che sta vendendo braccialetti “edizione limitata Pippardino”.*
Pippardino – Ma che è successo? Io volevo solo scrive due cazzate su un foglio.
Lola – Ormai è fuori controllo. C’è gente che vuole parlarti. Che vuole organizzare un corteo. Che vuole fondare un partito.
Er Caciotta – Un partito? Ma se noi nun semo manco capaci de mette d’accordo su dove andare a bere.
Er Cinese – La gente ha bisogno di guide. E tu, Pippardino, sei diventato una guida.
Pippardino – Io? Ma se io nun capisco un cazzo! L’ho scritto nel titolo!
Er Muto (forte e chiaro, quasi gridando) – È per quello che ti seguono.
Silenzio. La folla si gira verso Er Muto, che si accorge di aver parlato troppo forte e si nasconde dietro Lola.
Un uomo si fa avanti. Ha una barba incolta, un megafono in mano, e l’aria di chi ha già partecipato a mille manifestazioni. Si chiama Er Cobra, non perché sia pericoloso, ma perché ha una cicatrice a forma di serpente sul braccio.
Er Cobra – Pippardino, abbiamo organizzato un’assemblea stasera al centro sociale. Vogliamo che tu parli. Che lanci un messaggio.
Pippardino – Che messaggio? “Nun se capisce un cazzo” non è un messaggio. È un’ammissione di sconfitta.
Er Cobra – No, è un’ammissione di onestà. E la gente è stufa delle bugie. Vuole qualcuno che dica: “Non lo so, non lo capisco, ma ci provo”.
Il Pippardino guarda Lola. Lei alza le spalle. Guarda Er Caciotta. Lui si sta mangiando un panino. Guarda Er Cinese. Lui annuisce. Guarda Er Muto. Lui è scomparso.
Pippardino – Va bene. Stasera vengo. Ma non prometto niente. Anzi, prometto che dirò solo cazzate.
Er Cobra – Perfetto. Le cazzate sono le più ascoltate.
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Centro sociale “La Strada” – un ex mattatoio occupato dietro Testaccio. Dentro c’è un odore di incenso, sudore e speranza. Ci sono almeno duecento persone. Sedute per terra, su sedie di plastica, appoggiate ai muri scrostati. Il Pippardino sale su una pedana di legno, costruita con pallet. Di fronte a lui, un microfono che gracchia.
Pippardino – Allora… ‘stasera so’ qui perché me avete chiamato. Ma nun so’ né un politico, né un sindacalista, né un prete. So’ solo uno che nun capisce un cazzo. E ho trovato quattro disperati come me che nun capiscono un cazzo. E insieme abbiamo fatto un foglio.
Qualcuno applaude. Lui alza una mano.
Pippardino – No, nun applaudite. Perché applaudire è facile. Difficile è capì che forse, dico forse, ‘sto mondo se può cambià solo se smettiamo de applaudire e cominciamo a fa’ qualcosa.
Voce dal fondo – Tipo?
Pippardino – Tipo… nun lo so. Tipo occupà le case sfitte. Tipo andare davanti al Comune e piantare tende. Tipo smettere de pagare le tasse. Tipo fa’ come i minatori inglesi: scendere sotto terra e nun uscire finché nun ve danno retta. Ma qui a Roma nun c’è ‘na miniera. C’è solo ‘n buco der buco.
Risate. Poi un silenzio carico.
Pippardino – Io ‘na cosa la so’: la rivoluzione nun se fa co’ le parole. Se fa co’ le gambe. Co’ le mani. Co’ la faccia tosta. Noi nun abbiamo niente. Però abbiamo ‘na cosa che loro nun hanno: la disperazione che diventa rabbia. E la rabbia che diventa coraggio.
Er Cobra – E allora cosa facciamo?
Pippardino – Cominciamo da domani. Alle sette del mattino, davanti al Campidoglio. Portate tende, sacchi a pelo, e tanto coraggio. Non chiediamo niente. Occupiamo. Perché Roma è nostra. Ce l’hanno rubata. E noi la rivogliamo.
La folla esplode. Applausi, urla, fischi. Il Pippardino scende dalla pedana con le gambe che tremano. Lola lo afferra per un braccio.
Lola – Ma sei impazzito? Occupare il Campidoglio? Ci arrestano tutti!
Pippardino – Lo so.
Lola – E allora?
Pippardino – E allora almeno finiamo in galera per qualcosa che conta. Meglio che morire sullo scalino.
Er Caciotta – Mio nonno dice che in galera si mangia male.
Er Cinese – Ma si fanno amicizie interessanti.
Er Muto (compare dal nulla) – Io porto il thermos.
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La mattina dopo, ore 6:45. Piazza del Campidoglio è deserta, avvolta in una nebbia sottile. Le statue dei Dioscuri sembrano guardare con disapprovazione. Ma pian piano, arrivano. Prima in cinque. Poi in dieci. Poi in cinquanta. Poi in cento. Poi in trecento. Hanno tende da campeggio, cartelli scritti a mano, coperte di lana, e un’aria di confusa determinazione.
Il Pippardino è in prima fila. Ha una tenda azzurra che sembra quella di Topolino. Accanto a lui, Lola, Er Caciotta, Er Cinese, Er Muto. E dietro, una folla eterogenea: studenti, disoccupati, pensionati, un gruppo di suore francescane, una banda musicale, e perfino Er Sciamano che vende “incenso rivoluzionario”.
Pippardino – Allora. Montiamo le tende. E aspettiamo.
Er Caciotta – Che aspettiamo?
Pippardino – Che arrivino. Che ci chiedano che cazzo stiamo a fa’. E poi glielo diremo.
Le tende vengono montate in cerchio, davanti alla scalinata del Comune. Qualcuno ha portato un borsone con panini e bibite. Un ragazzo con una chitarra inizia a suonare “Bella ciao”. La suora francescana si unisce. La banda musicale segue.
Alle 7:30, arriva la polizia. Due macchine, quattro agenti. Il commissario – un uomo sulla cinquantina, baffi, aria stanca – si avvicina al Pippardino.
Commissario – Scusa, ragazzo, che state a fa’?
Pippardino – Stamo a occupà. ‘Na roba pacifica. Non abbiamo armi. Solo tende e panini.
Commissario – Ma non si può. Questa è proprietà del Comune.
Pippardino – E noi semo cittadini del Comune. E rivogliamo la nostra città.
Il commissario sospira. Prende il telefono. Chiama qualcuno. Parla sottovoce. Poi si gira.
Commissario – Il sindaco è stato informato. Dice che se entro mezzogiorno non togliete tutto, vi sgomberano.
Pippardino – Bene. Allora aspettiamo mezzogiorno.
La mattina scorre lenta. I manifestanti cantano, parlano, si scambiano storie. Arrivano giornalisti, fotografi, troupe televisive. Il Pippardino viene intervistato dalla Rai. Dice le stesse cose: “Nun capisco un cazzo, ma so che Roma è nostra”.
Le 11:30. Un’auto nera si ferma davanti alla scalinata. Ne scende un uomo in giacca e cravatta, con una faccia che tutti a Roma conoscono. È l’assessore alla cultura, Er Mignotta – soprannome dovuto alla sua fama di dongiovanni da salotto.
Er Mignotta – Ragazzi, ragazzi, ma che casino state a fa’? Veniamo, parliamone. Vi offro un caffè.
Pippardino – Noi nun vogliamo caffè. Vogliamo case, lavoro, futuro.
Er Mignotta – Ma quelle sono cose complicate. Ci vuole tempo.
Pippardino – E noi abbiamo tempo. Abbiamo tutto il tempo del mondo. Siamo giovani, disoccupati, e abbiamo le tende.
La folla ride. Er Mignotta diventa rosso.
Er Mignotta – Senta, Pippardino, non faccia l’eroe. Tanto finisce male.
Pippardino – Lo so. Ma almeno finisce. Perché vivere ‘na vita che non finisce mai, sempre sullo stesso scalino, è peggio della morte.
Er Mignotta se ne va, borbottando. Le 12:00. La polizia si prepara. Ma qualcosa succede. Arrivano altre persone. Non trecento, ma mille. Non solo dal quartiere, ma da tutta Roma. Da Ostia, da Centocelle, da San Basilio. Hanno cartelli nuovi: “Siamo tutti Pippardino”, “Nun se capisce un cazzo ma ce proviamo”, “La rivoluzione è una risata collettiva”.
Il commissario guarda la folla, guarda il suo telefono, guarda il Pippardino. Poi fa un cenno agli agenti.
Commissario – Torno tra un’ora. Se nel frattempo trovate un accordo, meglio per tutti.
Se ne va. La folla esulta. Il Pippardino si siede sulla scalinata, accanto a Lola.
Lola – Ce l’abbiamo fatta?
Pippardino – Non ancora. Ma per oggi, abbiamo vinto una battaglia.
Er Caciotta – E domani?
Pippardino – Domani si ricomincia. Sempre. Fino a quando ‘sto cazzo de mondo non cambia. O fino a quando cambiamo noi.
Roma, mezzogiorno. Il sole spacca le pietre. La piazza è piena di tende colorate, cartelli, voci. L’Armata Brancaleone è seduta sui gradini del Campidoglio. Non sono più cinque. Sono mille. E il Pippardino, il re senza corona, guarda tutto con gli occhi svegli e persi di sempre.
Ma adesso, nei suoi occhi, c’è qualcosa di nuovo. Una scintilla. Forse è la rivoluzione. O forse è solo un riflesso del sole che tramonta sulla città eterna.
Chissà. Nun se capisce più un cazzo, del resto.
Fine della quinta scena. L’Armata Brancaleone ha occupato il Campidoglio. Il Pippardino ha imparato che anche un pesce che nuota contromano, se seguito da altri pesci, può cambiare il corso del fiume. O almeno, provarci.




















