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Il Pippardino e l’Armata Brancaleone

Scena sesta: "Roma città aperta"

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
11 Aprile 2026
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Il Pippardino e l’Armata Brancaleone
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Scena sesta: “Roma città aperta”

Settimo giorno di occupazione. Quello che era nato come uno scherzo tra cinque disperati è diventato un movimento. Le tende davanti al Campidoglio non sono più tende: sono una città nella città. C’è un ambulatorio improvvisato, una cucina popolare, una biblioteca di libri portati da casa, e perfino un palco dove ogni sera si alternano cantanti, poeti, politici pentiti e comici falliti.

Ma oggi è diverso. Oggi il sindaco ha dato l’ultimatum: entro le 18, sgombero. E la polizia è schierata in assetto antisommossa. I giornalisti chiamano la piazza “la piccola Seattle”. Ma il Pippardino sa che Roma non è Seattle. Roma è più vecchia, più sporca, più testarda.

*’Armata Brancaleone è riunita nel “consiglio di guerra”, una tenda militare rubata chissà dove. Dentro ci sono anche nuove facce: Er Cobra (il megafono), la Suora Francesca (quella che fuma), un anziano professore di filosofia in pensione (chiamato Er Professor), e una ragazza sorda che traduce tutto in LIS, perché ormai la rivoluzione è per tutti.

Pippardino – Allora. La situazione è questa: alle sei vengono. Hanno detto “sgombero”. Noi che facciamo? Restiamo o scappiamo?

Er Caciotta – Io nun me ne vado. Mio nonno ha detto: “Se scappi, sei già morto”.

Lola – Ma se restiamo, ci menano. Hanno i manganelli, i lacrimogeni, i blindati.

Er Cinese – E noi abbiamo i cartelli, le canzoni, e la faccia de cazzi nostri. Chi vince secondo te?

Er Professor (aggiustandosi gli occhiali) – La storia insegna che le rivoluzioni pacifiche, quando sono giuste, vincono. Ma bisogna essere disposti a soffrire.

Pippardino – Soffrire? Ma noi soffriamo già. Da anni. Aggiungiamo ‘n po’ de lacrimogeni, che cambia?

La suora Francesca butta la sigaretta e parla, con voce roca.

Suora Francesca – Io ho parlato con Don Luigi, quello di San Lorenzo. Ha detto che porterà i suoi parrocchiani. Saranno almeno duecento. E ha detto anche: “Se arrestano il Pippardino, io voglio essere arrestato con lui”.

Pippardino – Ma Don Luigi è prete. Se arrestano un prete, poi la Chiesa si incazza.

Suora Francesca – Appunto. È la nostra carta vincente.

Er Muto (urla, per la prima volta, in modo comprensibile) – La carta vincente è che abbiamo ragione!

Tutti si voltano. Er Muto è rosso in faccia. Ha le lacrime agli occhi. Si siede.

Pippardino – Hai ragione, Er Muto. La carta vincente è quella. Ma la ragione, da sola, non basta. Ci vuole anche la pancia. La fame. La voglia di non morire da soli.

—

Ore 14. La piazza è piena. Non mille, non duemila. Diecimila. Arrivano da ogni dove: dai quartieri popolari, dalle borgate, persino dai paesi vicini. Ci sono pullman di disoccupati da Latina, operai da Terni, studenti da Firenze. I giornalisti stranieri chiamano i loro direttori: “A Roma sta succedendo qualcosa”.

Il Pippardino sale sul palco. Non ha discorsi preparati. Non ha un testo. Ha solo la voce e la paura.

Pippardino – Allora… ‘sta mattina me so’ svegliato e ho pensato: “Ma che ce sto a fa’ qui? Io volevo solo scrive un foglio fotocopiato. E invece me so’ trovato a comandà ‘n esercito de disperati”.

Risate. Poi silenzio.

Pippardino – Io nun so’ un capo. Nun so’ un eroe. So’ solo uno che nun capisce un cazzo. Ma c’è una cosa che ho capito in questi sette giorni: che quando la gente smette de fa’ finta, succede qualcosa. Succede che i muri diventano porte. Succede che le paure diventano coraggio. Succede che pure ‘n coglione come me può fa’ la differenza.

La folla applaude. Lui aspetta.

Pippardino – Oggi alle sei, loro vengono. Dicono che devono sgomberare. Ma noi nun siamo mobili. Noi siamo persone. E le persone non si sgomberano. Si ascoltano.

Qualcuno grida: “E se non ci ascoltano?”

Pippardino – Allora restiamo. Restiamo finché non ci ascoltano. Anche se piove. Anche se fa freddo. Anche se ci menano. Perché ‘sta città, Roma, è nostra. L’abbiamo pagata co’ il sangue dei nostri nonni, co’ le lacrime delle nostre madri, co’ la fame dei nostri padri. E nun ce la faremo rubà da quattro speculatori e da ‘n sindaco che se ne frega.

La folla esplode. Il Pippardino scende dal palco. Le gambe gli tremano. Lola lo abbraccia.

Lola – Sei stato grande.

Pippardino – Ho solo detto quello che penso.

Lola – È per quello che sei stato grande.

—

Ore 17. La polizia si schiera. Blindati, manganelli, caschi bianchi. Dall’altra parte, la folla. Non ci sono scontri. C’è solo un silenzio irreale. Il Pippardino si siede davanti al primo blindato, con le gambe incrociate. Accanto a lui, Lola. Poi Er Caciotta. Poi Er Cinese. Poi Er Muto. Poi la suora. Poi Don Luigi. Poi cento, mille, diecimila persone sedute per terra, in silenzio.

Il comandante della polizia – un uomo sulla sessantina, con gli occhi stanchi – si avvicina al Pippardino.

Comandante – Ragazzo, alzati. Non mi costringere a fare qualcosa che non voglio fare.

Pippardino – E io non mi alzo. Perché se mi alzo, dico che avete vinto. E non avete vinto.

Comandante – Ho ordini.

Pippardino – E io ho una coscienza. Pensi che sia meno importante dei suoi ordini?

Il comandante lo guarda. Poi si gira verso i suoi uomini.

Comandante – Aspettiamo.

Passa un’ora. Due ore. Tre ore. Le 18 arrivano e passano. Le 19. Le 20. Il sole tramonta su Roma, tingendo il Campidoglio di rosso. Nessuno si muove.

Alle 21, arriva una telefonata. Il comandante risponde. Parla sottovoce. Poi si avvicina al Pippardino.

Comandante – Il sindaco ha ritirato l’ordine di sgombero. Dice che vuole incontrarti. Domani mattina, alle 9, a Palazzo Senatorio.

Pippardino – E noi?

Comandante – Voi restate. Per stasera.

La folla esplode in un urlo di gioia. Qualcuno piange. Qualcuno canta “Bella ciao”. Il Pippardino resta seduto, immobile. Lola gli prende la mano.

Lola – Ce l’abbiamo fatta.

Pippardino – No. Abbiamo fatto solo il primo passo. Il difficile è domani.

—

La notte. La piazza è illuminata da fiaccole e telefonini. La gente canta, balla, si abbraccia. L’Armata Brancaleone è seduta sui gradini del Campidoglio, come quella prima sera sullo scalino della fontana secca.

Er Caciotta – Chissà se mio nonno lo sa.

Pippardino – Lo sa. E ne sarà orgoglioso.

Er Cinese – E domani? Cosa chiediamo?

Pippardino – Chiediamo tutto. Case, lavoro, scuola, sanità. Chiediamo che Roma torni ad essere di chi ci vive, non di chi ci specula.

Lola – E te lo daranno?

Pippardino – Forse no. Ma almeno avremo fatto la nostra parte.

Er Muto (sussurra, ma tutti sentono) – La nostra parte l’abbiamo già fatta.

Il Pippardino annuisce. Guarda il cielo di Roma. Le stelle, lassù, sono le stesse che guardavano i suoi nonni. Le stesse che guarderanno i suoi nipoti.

Pippardino (tra sé) – “Roma città aperta”. Così chiamarono quel film. Aperta ai bombardamenti, alla fame, alla guerra. Oggi è aperta alla speranza. E la speranza, nun se sgombera.

Roma, notte. Diecimila persone dormono in piazza, avvolte in coperte e sogni. L’Armata Brancaleone è stremata, ma felice. Domani sarà un altro giorno. Un giorno in cui si fa sul serio.

Ma per stasera, hanno vinto.

E il Pippardino, il pesce che nuotava contromano, ha scoperto che a volte nuotare contro corrente significa trovare il mare.
Fine della sesta scena. La rivoluzione è cominciata. Roma è aperta. E l’Armata Brancaleone, da cinque disperati, è diventata diecimila. Il Pippardino ha smesso di chiedersi “che ci sto a fa’”. Adesso lo sa: ci sta a cambiare il mondo. O almeno, a provarci. Con ironia, con rabbia, con tenerezza. E con un foglio fotocopiato che dice: “Nun se capisce più un cazzo”.
Forse è proprio da lì che si ricomincia.

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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