Premessa
Roma, 1994. La Roma bene del centro storico. Non i palazzinari e i politici, ma i loro figli. Quelli che abitano tra piazza di Spagna e via Veneto, che vanno al liceo classico, che la domenica pomeriggio si ritrovano in piazza San Silvestro – davanti alle edicole e ai tabacchini – e la sera si spostano al Piper di via Tagliamento o all’Alien di via Velletri. Hanno i soldi, ma non la felicità. Hanno la macchina (una Panda, una Uno, il papà che gli presta la BMW), ma non la direzione. Hanno la droga leggera, l’abbigliamento firmato (Fiorucci, El Charro, Best Company), e un senso di vuoto che nemmeno la techno riesce a riempire.
L’Armata Brancaleone era fatta di disperati teneri. Questi sono sfigati di lusso. Ma la differenza, alla fine, è solo nel portafoglio.
Scena prima: “La noia costa cara”
Piazza San Silvestro, domenica pomeriggio. Il sole di novembre è basso e pigro. Le edicole sono chiuse, i bar semivuoti. Sui gradini della chiesa e sui muretti della fontana, un gruppo di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 22 anni. Vestiti bene, ma in modo studiato: jeans a zampa, maglioni a collo alto, giacche di pelle, occhiali da sole anche se è nuvolo. Loro sono “la compagnia di San Silvestro”. Si chiamano così perché nessuno ha un vero nome di battaglia. Almeno per ora.
Al centro, come un sole nero, siede lui: Il Conte – soprannome non perché sia nobile, ma perché ha la parlata aristocratica, il nonno senatore, e una mania di ordinare sempre “un tè al bergamotto” invece di una birra come tutti.
Il Conte – Io dico che Roma è diventata invivibile. Troppa gente, troppo caos. Mio padre dice che dovremmo trasferirci a Londra.
La Trilly – E tu cosa ci faresti a Londra? Il barbone di lusso?
La Trilly – diminutivo di Beatrice, ma nessuno la chiama così – ha 20 anni, capelli lunghi e lisci, unghie sempre perfette, e la bocca sempre pronta a una battuta cattiva. Suo padre è un noto produttore cinematografico. Lei studia Storia dell’Arte ma non sa ancora a cosa servirà.
Il Conte – Almeno a Londra c’è la musica. Qui abbiamo solo il Piper, che è uguale a dieci anni fa, e l’Alien, che sembra un garage.
Er Cesso – A te nun te piace manco il Piper perché te ci hanno messo le mani addosso i buttafuori quella volta che eri ubriaco.
Er Cesso – soprannome dovuto a una sua ossessione per i bagni pubblici, che studia come fossero opere d’arte. In realtà si chiama Lorenzo, ma il nome gli è rimasto appiccicato. È il più strambo del gruppo, con gli occhiali spessi e un tic nervoso che gli fa battere il piede.
Il Conte – Non erano buttafuori. Erano deficienti. E comunque, parliamo d’altro. Stasera che si fa?
La Pizia – Io ho i biglietti per l’Alien. C’è il dj set di Ricky Le Roy. Quello che mixava con gli 883.
La Pizia – nome di battaglia perché legge i tarocchi e “vede il futuro”. Ha 21 anni, capelli viola, piercing al setto nasale, e un’aria da medium scontenta. Sua madre è una psicanalista, suo padre un avvocato. Lei li odia entrambi.
Er Cesso – Ricky Le Roy è un pirla. Io preferisco il Piper. Almeno lì c’è la sala cinematografica e puoi andare a farti una canna senza che nessuno ti rompa i coglioni.
La Trilly – Sei sempre a pensare alle canne. E ai bagni.
Er Cesso – I bagni sono il luogo della verità. Dentro un cesso, tutti sono uguali.
Risate. Arriva un altro: Er Dodge – soprannome perché guida una Dodge del padre, ma l’ha già schiantata due volte. Ha 22 anni, fa il secondo anno di Giurisprudenza, ma passa più tempo in discoteca che in aula.
Er Dodge – Ragazzi, ho una notizia. Mio padre mi ha sequestrato la macchina. Dice che se non passo l’esame di Istituzioni di Diritto Romano, niente più Dodge.
Il Conte – E come cazzo fai a passare Diritto Romano se non hai mai aperto un libro?
Er Dodge – Studierò. O forse no. Tanto mio padre poi cede. Cede sempre.
La Pizia – Io vedo per te un futuro nero. O forse grigio. Non so. I tarocchi oggi non mi parlano.
La Trilly – I tarocchi non ti parlano perché ieri sera ti sei fumata tutto l’incenso che vendi in piazza Navona.
La Pizia la fulmina con lo sguardo. Ma non risponde. Perché è vero.
Il gruppo resta in silenzio per un po’. La fontana di piazza San Silvestro gorgoglia. Qualche turista passa. Un ragazzo suona la chitarra davanti alla chiesa. La solita domenica.
Il Conte – Ma secondo voi, noi cosa stiamo a fa’ qui?
Er Dodge – A perder tempo.
La Trilly – A farci vedere.
La Pizia – A cercare qualcosa che non abbiamo.
Er Cesso – A cagare il cazzo.
Il Conte – No, dico sul serio. Cosa ci manca? Abbiamo i soldi, la macchina, le discoteche, le vacanze. Eppure stiamo qui, sui gradini, come i disperati di Monteverde. Solo che noi abbiamo le scarpe firmate.
Silenzio. Poi la Trilly scoppia a ridere.
La Trilly – Siamo dei coglioni. Dei coglioni con la carta di credito.
Er Dodge – I coglioni con la carta di credito sono i peggiori. Perché possono permettersi di essere coglioni più a lungo.
Il Conte – Forse dovremmo fare qualcosa. Qualcosa di vero. Come quel tipo, il Pippardino. Avete letto sul giornale? Quello che ha occupato il Campidoglio con le tende.
La Pizia – Il Pippardino è un eroe popolare. Noi siamo borghesi. Non possiamo fare le stesse cose.
Er Cesso – E chi lo dice? Anche noi possiamo fare casino. Magari in modo più elegante.
Il Conte – Elegante come?
Er Cesso – Non lo so. Organizzare un rave in casa di tua madre, che è via?
Il Conte – Mia madre non è via. È a Cortina.
Er Cesso – Ancora meglio.
Ridono. Il sole inizia a calare. La piazza si illumina di arancione. Loro restano lì, immobili, come statue viventi.
La Trilly – Dai, andiamo all’Alien. Stasera mi va di ballare fino a che non mi cadono i piedi.
Il Conte – E domani?
La Trilly – Domani si vedrà. Tanto non cambia mai niente.
Si alzano. L’Armata di San Silvestro si muove verso le macchine parcheggiate in doppia fila. Il Conte è l’ultimo. Si volta, guarda la fontana, la chiesa, i gradini.
Il Conte (tra sé) – “Non cambia mai niente”. Forse è questo il problema. Che vorremmo che cambiasse, ma non abbiamo il coraggio di cambiare noi.
Accende una sigaretta, la butta dopo due boccate, e raggiunge gli altri.
Dietro di lui, Roma 1994 sospira. È un anno strano. Berlusconi è al governo, la Lega cresce, la disoccupazione giovanile è alle stelle anche tra i laureati. Ma loro non lo sanno. O forse lo sanno, ma non gli interessa. Sanno solo che il futuro è una noia costosa e loro sono otto ragazzi su un gradino, con una compagnia che ancora non ha un nome.
Ma tutto cambierà. Presto.
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Fine della prima scena. La Compagnia di San Silvestro è in attesa. E il Conte, il più ricco e il più vuoto di tutti, non ha ancora capito che a volte la rivoluzione parte anche da una noia troppo cara.




















