Scena seconda: “La techno non riempie il vuoto”
L’Alien discoteca, via Velletri. Sabato notte, ore 23. Fuori c’è una fila di macchine parcheggiate in divieto di sosta e una folla di ragazzi vestiti come usciti da un catalogo: camicie aperte sul petto, magliette a strisce, jeans scuri, scarpe pulitissime. Il buttafuori – un gigante con gli occhiali da sole anche al buio – seleziona all’ingresso. Bella gente sì, brutta gente no. I brutti sono quelli con le scarpe sporche.
La Compagnia di San Silvestro entra senza fare la fila. Il Conte conosce il proprietario. La Trilly conosce il dj. Er Dodge conosce il barista. La Pizia conosce tutti perché vende erba nel parcheggio. Er Cesso conosce la posizione di tutti i bagni, anche quelli riservati allo staff.
Dentro, la musica è techno. Un basso che ti entra nelle ossa e non ti molla più. Luci stroboscopiche, fumo sintetico, un muro di casse che vibra come un cuore impazzito. La pista è piena di ragazzi che ballano senza sorridere. Non è divertimento. È una coreografia della disperazione.
Il gruppo si sistema in un angolo, su divani di velluto rosso. Hanno già ordinato bottiglie di vodka e Sprite. Le bevono mescolate nei bicchieri di plastica, come si faceva nel ’94, quando la Red Bull ancora non era arrivata a rompere i coglioni.
La Trilly – Guardali. Ballano come se dovessero morire domani. Ma non sanno nemmeno perché.
Er Dodge – Perché non c’è un perché. Si balla e basta. È come respirare.
La Pizia – Io respiro meglio fuori. Qui dentro c’è un’aria che sa di sudore e pentimento.
Er Cesso – I pentiti sono quelli che domani mattina si sveglieranno e diranno “non lo faccio più”. E poi sabato prossimo saranno di nuovo qui.
Il Conte – Siamo tutti così. Facciamo sempre le stesse cose e ci stupiamo che i risultati siano sempre gli stessi.
Arriva un ragazzo. Non è del gruppo. Ha i capelli lunghi, un orecchino, una maglietta dei Cure. Si avvicina alla Trilly con fare sicuro.
Ragazzo – Ciao, sei Beatrice? Quella della Domus Aurea? Ti ho visto alla mostra di Caravaggio.
La Trilly – Sono Beatrice. Ma non ti conosco.
Ragazzo – Io sono Matteo. Faccio il secondo anno di Beni Culturali. Ho una tesi su Caravaggio e la luce.
La Trilly – La luce di Caravaggio è violenta. Come i suoi quadri. E come la mia pazienza.
Il ragazzo non capisce l’ironia. Resta lì, sorridente, come un cane che aspetta l’osso. La Trilly lo guarda con un misto di noia e compassione.
La Trilly – Senti, Matteo di Beni Culturali. Io stasera non voglio parlare di Caravaggio. Voglio bere, ballare e dimenticare che domani è lunedì.
Matteo – Ma il lunedì non è poi così male. Si ricomincia.
La Trilly – Appunto. È questo il problema.
Il ragazzo se ne va, un po’ offeso. Er Dodge ride.
Er Dodge – Povero sfigato. Non sapeva con chi aveva a che fare.
La Trilly – Non è sfigato. È normale. Ed è peggio. I normali mi fanno paura. Perché non hanno mai dubbi.
La Pizia – I normali hanno dubbi anche loro. Solo che li nascondono. Come noi.
Il Conte si alza. Ha la testa pesante, non per la vodka ma per le domande che non sa farsi.
Il Conte – Vado a fumare una sigaretta. Da solo.
Esce sul retro. Il parcheggio dietro la discoteca è deserto. Ci sono cassonetti, una macchina abbandonata, e un ragazzo seduto per terra che suona l’armonica. Non è un clochard. Ha le scarpe firmate. È solo un altro sfigato.
Il Conte si accende una sigaretta. Fuma in silenzio. Il ragazzo con l’armonica smette di suonare e lo guarda.
Ragazzo – Hai una sigaretta?
Il Conte – Te ne do una. Ma poi mi devi dire una cosa.
Ragazzo – Che cosa?
Il Conte – Come si fa a non sentirsi vuoti?
Il ragazzo lo guarda. Poi scoppia a ridere.
Ragazzo – Io suono l’armonica nei parcheggi delle discoteche. Sono l’ultimo degli ultimi. E tu chiedi a me come si fa a non sentirsi vuoti?
Il Conte – Sì. Perché forse tu lo sai meglio di me.
Il ragazzo prende la sigaretta, l’accende, fa una lunga boccata.
Ragazzo – Non si fa. Il vuoto c’è sempre. Ma a volte lo riempi con la musica. O con le sigarette. O con le cazzate che dici agli amici. L’importante è non smettere di cercare.
Il Conte – Cercare cosa?
Ragazzo – Non lo so. Se lo sapessi, non sarei qui.
Il ragazzo riprende l’armonica e ricomincia a suonare. È una melodia triste, stonata, perfetta. Il Conte lo guarda per un minuto, poi butta la sigaretta e rientra.
Dentro, la musica è ancora più forte. Gli amici sono ancora sul divano, ma qualcosa è cambiato. La Trilly piange. Non singhiozza. Le lacrime le scendono silenziose, come pioggia su un vetro.
Er Dodge – Che è successo?
La Trilly – Niente. Ho solo capito che non so chi sono.
La Pizia – Nessuno lo sa.
Er Cesso – Io so chi sono. Sono uno che passa il tempo nei bagni a guardare le piastrelle. È una vita di merda. Ma è la mia.
Il Conte si siede accanto alla Trilly. Le prende la mano. Non dice niente. A volte il silenzio è meglio delle parole.
Il Conte – Forse dovremmo fare come quel tipo, il Pippardino. Quello che ha occupato il Campidoglio.
La Trilly – Noi non siamo come lui. Noi abbiamo tutto.
Il Conte – Abbiamo tutto sbagliato.
Restano in silenzio. La techno continua a battere. Le luci stroboscopiche li illuminano a sprazzi, come lampi in una tempesta.
Er Dodge – Io ho un’idea. Ma è una cazzata.
La Pizia – Le cazzate sono le migliori. Le cose serie finiscono sempre male.
Er Dodge – Mio padre ha una villa a Fregene. È disabitata da ottobre a maggio. Potremmo andarci. Non per fare una festa. Per stare insieme. Senza discoteche, senza vodka, senza niente.
La Trilly – E che ci facciamo?
Er Dodge – Non lo so. Parliamo. O non parliamo. Stiamo e basta.
Il Conte – Quando?
Er Dodge – Venerdì prossimo.
Il Conte – Ci sto.
La Trilly – Anch’io.
La Pizia – Io ci devo pensare. Ma probabilmente sì.
Er Cesso – Io vado solo se c’è un bel bagno.
Ridono. Non è una risata felice. È una risata stanca, come dopo una lunga corsa. Ma è una risata.
La Trilly si asciuga le lacrime. Si alza.
La Trilly – Adesso ballo. Chi viene?
Tutti si alzano. Anche il Conte. Anche Er Cesso, che di solito non balla mai. Vanno in pista. Si lasciano andare. Non sono bravi. Ma non importa.
La techno li avvolge. Per un attimo, forse, il vuoto si riempie.
Fuori, Roma 1994 è immobile. Le strade deserte, i lampioni accesi, qualche gatto che attraversa. Dentro l’Alien, otto ragazzi ballano come se fosse l’ultima notte della loro vita. Non lo è. Ma sembra.
E forse, in quella finzione, c’è un pezzetto di verità.
—
Fine della seconda scena corretta. La Compagnia di San Silvestro ha preso una decisione: andare a Fregene, in una villa vuota, per cercare qualcosa che non sanno nemmeno cosa sia. E il Conte, che cercava risposte da un suonatore d’armonica, ha capito che a volte le domande sono più importanti delle risposte.
(Nota dell’autore: nel 1994 la Red Bull non esisteva in Italia. Si beveva vodka con Sprite, o con Chinotto, o con succo d’arancia. E ci stava bene lo stesso. Forse meglio.)




















