Scena terza: “La villa dei segreti inutili”
Venerdì sera, ore 20. Fregene, zona nord, a due passi dalla pineta. La villa del padre di Er Dodge è una di quelle case anni Settanta con le pareti di vetro, il camino gigante, e l’odore di chiuso che hanno tutte le case vuote da ottobre. Fuori, il vento del mare spazza via le foglie secche. Dentro, la Compagnia di San Silvestro ha appena finito di sistemare i sacchi a pelo sul pavimento del salone.
Non hanno portato musica. Non hanno portato alcol. Hanno portato solo una spesa di panini, patatine e Coca Cola. E un’idea vaga di fare qualcosa che non avevano mai fatto: stare insieme senza distrazioni.
Er Dodge accende il camino. Le fiamme illuminano la stanza di un colore arancione malinconico.
Er Dodge – Ecco fatto. Tra un’ora fa caldo. Se non brucia tutto.
La Trilly – Brucia tutto, pace. Tanto a mio padre non piace questa casa. Dice che sa di salsedine e di fallimenti.
Il Conte – I padri dicono sempre così. Poi però ci vengono quando nessuno li vede.
La Pizia – Io ho portato i tarocchi. Qualcuno vuole farsi leggere il futuro?
Er Cesso – Il futuro è già scritto. Nei bagni. Le piastrelle non mentono mai.
La Pizia lo ignora. Mescola le carte. Ha un fare serio, quasi sacerdotale. Ma la Trilly la conosce bene.
La Trilly – Non iniziare con le stronzate esoteriche. Siamo qui per parlare, non per farti la medium.
La Pizia – E di cosa parliamo? Del tempo? Della scuola? Della politica? Tanto non cambia niente.
Il Conte – Forse dovremmo parlare di noi. Per una volta.
Silenzio. Il camino scoppietta. Fuori il vento ulula. Er Dodge si siede sul sacco a pelo, accanto a La Trilly.
Er Dodge – Io comincio. Sono un fallito. Ho 22 anni, ho schiantato due macchine, ho dato tre esami in quattro anni, e l’unica cosa che so fare è ordinare alcolici in discoteca.
La Trilly – Non sei un fallito. Sei un privilegiato che non ha mai dovuto lottare per niente. Ed è peggio.
Er Dodge – Perché peggio?
La Trilly – Perché chi non lotta non sa chi è. Io, per esempio, non so chi sono. Sono la figlia di un produttore. Sono la ragazza che sta zitta a cena quando i vecchi parlano di soldi. Sono quella che dice sempre la battuta giusta per non far vedere che dentro è vuota.
La Pizia – Tutti siamo vuoti. Alcuni lo nascondono meglio.
Er Cesso – Io non lo nascondo. Io vado nei bagni pubblici e guardo le scritte sui muri. “Tizio + Caia”. “Forza Lazio”. “Chi legge è un pirla”. Sono messaggi di disperazione. Come noi.
Il Conte – Perché sei ossessionato dai bagni?
Er Cesso – Perché lì la gente è sé stessa. Non si trucca, non recita, non finge. Lascia tracce vere. È l’unico posto dove non c’è finzione.
La Pizia – Anche nei tarocchi non c’è finzione. Le carte dicono quello che devono dire.
La Trilly – Le carte dicono quello che vuoi tu. È una truffa come un’altra.
La Pizia – E allora perché mi hai chiesto di leggerti il futuro la settimana scorsa?
La Trilly – Perché avevo paura.
Il Conte – Di cosa?
La Trilly – Di non avere un futuro.
Silenzio. Il fuoco si abbassa. Er Dodge getta un altro ceppo. Le fiamme si alzano di nuovo.
Il Conte – Io invece so cosa farò. Mio padre mi ha già trovato un posto nello studio legale. Farò il notaio. O l’avvocato. O qualcosa che non mi piace, ma che paga bene.
Er Dodge – E ti sta bene?
Il Conte – No. Ma non ho il coraggio di dire di no. Perché se dico di no, chi sono? Solo un ragazzo che non sa fare niente.
La Pizia – Potremmo fare tutti qualcosa di diverso. Insieme.
La Trilly – Tipo?
La Pizia – Non lo so. Aprire un locale? Fare una rivista? Come quel Pippardino che ha occupato il Campidoglio.
Er Cesso – Il Pippardino è un disperato vero. Noi siamo disperati finti. Lui non aveva niente. Noi abbiamo tutto e ci lamentiamo.
Il Conte – Forse avere tutto è peggio. Perché non hai scuse. Se sei ricco e infelice, è colpa tua. Se sei povero e infelice, è colpa del sistema.
La Trilly – Allora siamo colpevoli. Tutti quanti.
Er Dodge – E quindi? Ci flagelliamo? O cerchiamo di cambiare?
La Pizia – Io voglio cambiare. Ma non so come.
Er Cesso – Io so come. Ma non voglio.
Ridono. È una risata stanca, ma vera.
La Trilly si alza. Va verso la finestra. Fuori c’è il mare, nero come l’inchiostro. Le onde si sentono, anche se non si vedono.
La Trilly – Potremmo andare a fare una passeggiata sulla spiaggia.
Er Dodge – Adesso? È notte, fa freddo, e non c’è luna.
La Trilly – Meglio così. Al buio si vedono meglio le cose.
Si mettono i giacchetti. Escono. La pineta è silenziosa. Il sentiero che porta al mare è coperto di aghi di pino. Camminano in fila, senza parlare.
Arrivano sulla spiaggia. La sabbia è fredda sotto le scarpe. Il mare è una distesa nera che respira. Il vento spettina i capelli.
Il Conte si siede sulla sabbia. Lo raggiungono gli altri. Otto ragazzi seduti in cerchio, come quella sera sui gradini di piazza San Silvestro. Ma adesso non c’è fontana. C’è l’oceano di fronte. E dentro, un senso di smarrimento che forse è l’inizio di qualcosa.
La Pizia – Ho portato i tarocchi. Posso leggerli anche qui.
La Trilly – Fallo. Tanto non ci credo.
La Pizia tira fuori le carte. Le dispone sulla sabbia, protette dal vento con le mani. Chiude gli occhi. Poi li apre.
La Pizia – C’è una carta che esce sempre. È il Matto. Quello che cammina verso il vuoto senza vedere il burrone.
Il Conte – Il Matto sono io.
La Trilly – Siamo tutti il Matto.
Er Dodge – Ma almeno il Matto cammina. Noi stiamo fermi.
Er Cesso – Forse stasera abbiamo mosso un passo.
Restano in silenzio. Il mare respira. Le stelle, lassù, sono tante. Molte più che a Roma.
Il Conte – Domani torniamo. E poi?
La Trilly – E poi cerchiamo di non dimenticare questa sera.
La Pizia – Ci proveremo. Ma dimenticheremo. Come sempre.
Er Dodge – Forse no. Forse qualcosa resta.
Si alzano. Tornano indietro verso la villa. Le impronte sulla sabbia verranno cancellate dall’alta marea. Ma intanto ci sono.
E forse, in questo, c’è una piccola, inutile, disperata speranza.
—
Fine della terza scena. La Compagnia di San Silvestro ha passato una notte a parlare di sé, senza filtri, senza alcol, senza techno. Non hanno trovato risposte. Ma hanno scoperto che le domande, se condivise, pesano meno. Domani torneranno a Roma. Torneranno sui gradini di piazza San Silvestro. Ma qualcosa, dentro, è cambiato. O forse no. Chissà.




















