Scena quarta: “Il ritorno dei morti che camminano”
Lunedì mattina, ore 9. Piazza San Silvestro. I turisti cominciano ad affollare le edicole, i bar alzano le saracinesche, i clacson impazziscono come sempre. La Compagnia è tornata da Fregene due ore fa. Nessuno ha dormito bene. Hanno le occhiaie, i vestiti stropicciati, l’alito pesante di sigarette e poche ore di sonno. Si siedono sui soliti gradini, come se non se ne fossero mai andati.
Ma qualcosa è diverso. Non parlano. Si guardano. Aspettano che qualcuno dica la prima parola.
Er Dodge – Mi duole la testa come se avessi bevuto. Ma non ho bevuto.
La Trilly – È la realtà che fa male. La realtà e la sabbia nelle scarpe.
Il Conte – Non abbiamo combinato niente. Siamo andati al mare, abbiamo parlato del nulla, e siamo tornati. Come due ore di psicanalisi, ma senza la psicanalista.
La Pizia – La psicanalisi è una truffa. Come i miei tarocchi. Almeno i miei tarocchi costano meno.
Er Cesso – Io invece ho scoperto una cosa importante.
Tutti si voltano.
Er Cesso – Il bagno della villa di Fregene ha le piastrelle blu. Non quelle bianche e nere come pensavo. Blu. Come il mare. È stato un momento di profonda rivelazione.
La Trilly – Sei un malato.
Er Cesso – Sì. Ma almeno ho una malattia. Voi no. Voi siete sani e infelici. Ed è peggio.
Il Conte si accende una sigaretta. Fuma in silenzio. Poi parla, senza guardare nessuno.
Il Conte – Io voglio fare qualcosa. Una cosa vera. Non andare in discoteca. Non bere vodka e Sprite. Non fare le ore piccole a parlare di quanto fa schifo la nostra vita.
La Pizia – Tipo?
Il Conte – Non lo so. Forse una rivista. Come quel Pippardino. Ma non sui disperati. Su di noi. Su quelli come noi. Che hanno tutto e si sentono vuoti.
La Trilly – E chi la leggerebbe? I nostri amici? I nostri nemici? Nessuno.
Il Conte – La leggerebbero quelli che si sentono come noi. Che sono tanti. Più di quanto pensiamo.
Er Dodge – Mio padre conosce un tipografo. Potrebbe stamparcela. Se gliela faccio pagare in natura.
La Trilly – In natura tipo?
Er Dodge – Tipo che gli porto la marijuana che compro da Pizia.
La Pizia – Io non vendo marijuana. Io vendo incenso. E qualche volta, per sbaglio, mi capita di dare qualcos’altro.
La Trilly – Sei una spacciatrice.
La Pizia – Sono una benefattrice. Allevio le sofferenze dei ricchi.
Er Cesso – E dei poveri? I poveri chi li allevia?
La Pizia – I poveri hanno la dignità. Quella è già un’anestesia.
Il Conte – Torniamo alla rivista. Che nome le diamo?
La Trilly – “La Noia Costosa”.
Er Dodge – “Sfigati di Lusso”.
La Pizia – “Il Vuoto Premium”.
Er Cesso – “Nun ce capiamo un cazzo ma abbiamo i soldi”.
Il Conte – Troppo lungo. Forse “Alieni”. Come la discoteca. Perché siamo alieni in questo mondo.
La Trilly – “Alieni” è perfetto. Siamo alieni nella nostra stessa città. Nella nostra stessa pelle.
Decidono. Faranno una rivista. La scriveranno loro. La fotocopieranno loro. La distribuiranno loro. Nelle piazze, davanti alle scuole, dentro le discoteche. Non sarà un giornale. Sarà uno specchio.
Arriva un ragazzo. Non è del gruppo. Ha i capelli lunghi, una maglietta degli Smiths, un fare timido. Si avvicina alla Trilly.
Ragazzo – Scusa, sei Beatrice? Quella che ha scritto il pezzo sul Caravaggio per il giornalino del liceo?
La Trilly – Sì. Ma quel giornalino non esiste più. Come il liceo. Come la mia voglia di scrivere.
Ragazzo – Io l’ho letto. Mi è piaciuto. Scrivi bene.
La Trilly – Scrivo di cose che non capisco.
Ragazzo – Quelle sono le migliori.
Il ragazzo se ne va. La Trilly lo guarda allontanarsi. Poi si volta verso il Conte.
La Trilly – Forse qualcuno ci legge davvero.
Il Conte – Forse sì.
La Pizia tira fuori i tarocchi. Li mescola. Estrae una carta.
La Pizia – La Stella. Speranza. Rinnovamento. O forse è solo un’altra cazzata.
Er Dodge – Le cazzate, a volte, salvano la vita.
Si alzano. Hanno una missione. Non sanno come realizzarla. Non sanno se avrà senso. Ma almeno, per la prima volta, hanno una direzione.
Il Conte – Domani ci troviamo qui. Con carta e penna. Scriviamo il primo numero.
La Trilly – E se viene una merda?
Il Conte – Almeno sarà la nostra merda.
Roma, lunedì mattina. Il sole è alto. La piazza è piena di gente che va al lavoro, che compra il giornale, che beve il caffè al bancone. Otto ragazzi sui gradini hanno appena deciso di fare una rivista. Non sanno ancora che sarà un disastro. Non sanno ancora che sarà bellissimo.
Ma per oggi, hanno smesso di aspettare.
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Fine della quarta scena. La Compagnia di San Silvestro ha un nome per la rivista (“Alieni”) e una vaga idea di cosa fare. Non hanno ancora scritto una riga. Ma hanno smesso di chiedersi “che ci sto a fa’ qui?”. Adesso sanno che ci stanno per fare qualcosa. Anche se non sanno cosa.




















