Scena sesta: “Il successo è una rottura di coglioni (peggio della noia)”
Sono passate tre settimane da quando hanno distribuito il primo numero di “Alieni”. Trenta fotocopie lasciate davanti all’Alien, al Piper, al McDonald’s di piazza di Spagna. Trenta fogli che pensavano sarebbero finiti nel cesso o sotto una scarpa. Invece è successo qualcosa di strano. Qualcosa che non avevano previsto.
Le fotocopie hanno cominciato a viaggiare. Qualcuno le ha lette. Qualcuno le ha fatte leggere ad altri. Qualcuno le ha portate a scuola, all’università, in ufficio. E adesso, sul gradino di piazza San Silvestro, non sono più otto. Sono venti. Poi trenta. Poi cinquanta.
Gente che non conoscono. Ragazzi e ragazze con la loro stessa faccia: vestiti bene, occhi persi, voglia di dire “anch’io mi sento così”.
Il Conte non sa se essere felice o spaventato.
Il Conte – Ma quanti siete? E chi vi ha chiamato?
Una ragazza con i capelli rossi – non si presenta, parla subito – Ha letto il pezzo sul bagno della stazione Termini. Ha pianto. Ha detto che era la cosa più vera che avesse mai letto.
Er Cesso – Quello era un resoconto tecnico.
Ragazza rossa – Era poesia. E io voglio scrivere per voi.
La Trilly – Non c’è un “voi”. Non siamo un giornale. Siamo otto idioti che hanno fatto una fotocopia.
Ragazzo con gli occhiali – Io ho letto l’editoriale. “Abbiamo tutto e ci sentiamo niente.” Io mi sento così da anni. Pensavo di essere solo.
La Pizia – Lo siamo. Tutti. La solitudine non si cura in gruppo.
Ragazzo con gli occhiali – Invece sì. Perché se sei solo, pensi che sei sbagliato. Se siete in tanti, pensi che è normale.
Er Dodge – Normale? Non c’è niente di normale. Siamo dei ricchi viziati che si lamentano.
Ragazza rossa – I ricchi viziati hanno diritto di lamentarsi come tutti. Il dolore non ha la tessera del sindacato.
Il Conte la guarda. Ha qualcosa. Una luce negli occhi. Una luce che lui non ha.
Il Conte – Come ti chiami?
Ragazza rossa – Viola.
Il Conte – Viola. Il tuo nome è un colore. Come la Pizia. Come la Trilly. Siamo tutti nomi di battaglia.
Viola – Io il mio nome me lo sono scelto. Perché Viola è il colore della malinconia. E della primavera. Tutti e due insieme.
La Trilly – Senti, Viola. Noi non abbiamo un progetto. Non abbiamo soldi. Non abbiamo niente. Solo un blocknotes e una biro.
Viola – Basta. Avanza.
Nei giorni successivi, il gruppo cresce. Non è più una compagnia. È un branco. Si ritrovano ogni pomeriggio in piazza San Silvestro. Parlano, scrivono, si confrontano. Qualcuno porta musica – una cassette dei Cure, dei Radiohead, dei Massive Attack. Qualcuno porta da bere – Coca Cola, Sprite, qualche birra Moretti. Qualcuno porta erba – quella la porta sempre la Pizia.
Il secondo numero di “Alieni” esce dopo una settimana. Non trenta copie. Duecento. E volano via in un giorno.
Il terzo numero: cinquecento copie. Via in due giorni.
Il quarto: mille. La copisteria non ce la fa più. Er Dodge chiama il padre.
Er Dodge – Papà, ho bisogno di una tipografia.
Padre di Dodge – Per cosa? Per fotocopiare il culo?
Er Dodge – Per una rivista.
Padre di Dodge – Sei fuori.
Er Dodge – Ti pago.
Padre di Dodge – Con cosa?
Er Dodge – Con la laurea che prenderò. Un giorno.
Il padre ride. Ma accetta. Perché i padri, a volte, dicono di no per abitudine. Poi dicono sì per stanchezza.
Il quinto numero di “Alieni” esce in mille copie stampate bene, su carta vera. Hanno una rubrica fissa: “Il bagno della settimana” di Er Cesso. Una rubrica di tarocchi firmata La Pizia (che però le carte le inventa sul momento). Una rubrica di posta del cuore firmata La Trilly, dove risponde con cattiveria e qualche lacrima nascosta. E una rubrica di “Cose che non sopportiamo” dove i lettori scrivono e loro commentano.
E poi c’è il Conte. Lui scrive l’editoriale. E ogni volta è più personale. Ogni volta si spoglia un po’ di più.
Quinto editoriale – “Mi chiamo Conte ma non sono nobile. Sono solo un ragazzo che ha paura. Paura di non essere all’altezza. Paura di deludere mio padre. Paura che un giorno mi svegli e scopra che la mia vita è già finita, e io non me ne sono nemmeno accorto.”
Le ragazze lo leggono e si innamorano. I ragazzi lo leggono e si sentono capiti.
Viola, la ragazza rossa, ormai è fissa nel gruppo. Sta sempre vicino al Conte. Troppo vicino.
La Trilly se ne accorge.
La Trilly – Ti piace.
Il Conte – Cosa?
La Trilly – Viola. Ti piace.
Il Conte – Non lo so. Forse. Non ci ho pensato.
La Trilly – Sei uno stronzo.
Il Conte – Perché?
La Trilly – Perché non ci pensi mai ai sentimenti. Scrivi di loro, ma non li vivi.
Il Conte – E tu? Tu li vivi?
La Trilly – No. Per questo lo so.
Il Conte e Viola iniziano a frequentarsi. Non lo dicono a nessuno. Ma si vede. Negli sguardi, nei silenzi, nei modi di stare vicini senza toccarsi.
La Pizia lo legge nei tarocchi.
La Pizia – Uscirà male. Lui non è pronto.
Er Cesso – Nessuno è pronto. L’amore è come un bagno pubblico: entri che pensi sia pulito, e invece è già stato usato da cento persone prima di te.
La Trilly – Sei disgustoso.
Er Cesso – Sono realista.
La rivista intanto cresce. Arriva nelle scuole, nei locali, perfino in qualche libreria indipendente. I giornali ne parlano. “Il fenomeno Alieni: i ragazzi ricchi che raccontano il vuoto”. Un servizio su Repubblica. Uno su L’Espresso. La Rai li vuole intervistare.
Il Conte dice no.
Il Conte – Non siamo un prodotto. Non vogliamo venderci.
La Trilly – Troppo tardi. Ci siamo già venduti. Quando abbiamo messo il prezzo “due pacchetti di Nazionali”, abbiamo già fatto i conti col mercato.
Er Dodge – Non è mercato. È sopravvivenza.
La Pizia – È visibilità. E la visibilità è una droga. Peggio dell’erba.
Viola prende il Conte in disparte.
Viola – Dovresti accettare. La Rai ti dà voce. Puoi dire quello che pensi.
Il Conte – E cosa penso? Che sono un ricco coglione che fa la rivista per non annoiarsi? Non è una bella immagine.
Viola – Pensi che sei autentico. E l’autenticità si vende bene. Meglio della menzogna.
Il Conte la guarda. Vorrebbe dirle che l’ama. Invece dice:
Il Conte – Forse hai ragione.
Viola – Lo so.
Il Conte – E poi?
Viola – E poi niente. L’autenticità si scopre vivendo. Non parlandone.
La notte. Roma è silenziosa. Il Conte torna a casa a piedi, senza macchina, senza autista. Vuole sentirsi normale. Passa davanti a Montecitorio, davanti al Campidoglio. Pensa al Pippardino, a quel tipo che ha fatto la rivoluzione con le tende.
Il Conte (tra sé) – Lui era autentico. Io sono una fotocopia di una fotocopia.
Si siede su un gradino. Non quello di piazza San Silvestro. Uno qualsiasi. Sente il freddo del marmo attraverso i jeans. Sente il vuoto. Ma adesso, quel vuoto, non lo spaventa più.
Forse perché ha capito che il vuoto non si riempie. Si impara a starci dentro.
E forse, in questo, c’è una specie di autenticità.
Domani dirà sì alla Rai. Non per la fama. Per vedere se, davanti a una telecamera, riuscirà a essere sé stesso.
O almeno a provarci.
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Fine della sesta scena. La Compagnia di San Silvestro è diventata famosa. O quasi. La rivista “Alieni” è un fenomeno. Il Conte sta per andare in tv. Viola è entrata nella sua vita. E loro, senza saperlo, stanno scoprendo che l’autenticità non è uno stato. È un movimento. Come ballare la techno. Come scrivere una rivista. Come sedersi su un gradino e aspettare.
Ma adesso non aspettano più. Si muovono.




















