Scena settima: “La fama è una merda (ma almeno non ti annoi)”
La Rai. Il Conte non ci era mai stato. Si aspettava tappeti rossi, luci soffuse, donne bellissime con la clipboard. Invece c’è un corridoio grigio, un distributore di caffè che non funziona, e un tipo con i baffi che gli dice “aspetta lì” e sparisce per mezz’ora.
La Compagnia è venuta tutta. Otto (anzi, ormai quindici) si sono stipati in sala d’attesa. La Trilly si è truccata come se dovesse sposare un principe. Er Cesso ha indossato la sua maglietta più pulita – quella senza buchi sotto le ascelle. La Pizia ha portato i tarocchi per leggere il futuro ai tecnici. Er Dodge ha parcheggiato la macchina in divieto di sosta e sta già pensando alla multa.
Il Conte – Io non ce la faccio. Me ne vado.
La Trilly – Stai fermo. Sei appena arrivato.
Il Conte – Ma guarda questo posto. Sembra un ospedale. Un ospedale dove muoiono i sogni.
Viola – È solo una tv. Parlano i politici, i cantanti, i cuochi. Adesso parli tu.
Il Conte – Io non so parlare. Io so scrivere. È diverso.
Er Cesso – Scrivi quello che vuoi dire e leggilo.
Il Conte – E sembro un coglione che legge.
Er Cesso – Sembri già un coglione. Almeno leggendo sembri un coglione preparato.
Arriva una ragazza con la clipboard. Si chiama Cinzia, ha 30 anni, i capelli corti, la voce stanca. È l’assistente del conduttore.
Cinzia – Il Conte? Seguimi.
Il Conte – Da solo?
Cinzia – Da solo. Gli altri aspettano qui.
La Trilly – Ma noi siamo la Compagnia. Siamo importanti.
Cinzia – L’importante è lui. Voi siete il contorno.
La Trilly sta per rispondere male. Il Conte la ferma con uno sguardo.
Il Conte – Vado. Se non torno, organizzate un funerale. Ma senza prete. I preti mi fanno venire l’ansia.
Entra nello studio. Luci abbaglianti. Tre telecamere. Un conduttore con la cravatta e il sorriso finto. Si chiama Gianni – nome da gente normale, ma lui si sente chissà chi.
Gianni – Ecco il nostro ospite. Il Conte. Il leader degli Alieni.
Il Conte – Non sono un leader. Sono uno che scrive.
Gianni – Ma scrive per tanti, vero? La vostra rivista è un fenomeno. Raccontate il vuoto dei giovani ricchi. È così?
Il Conte – Non so. Forse.
Gianni – Bella risposta. Molto… esistenziale.
Il Conte – Io sono esistenziale. Come il caffè. Ma almeno il caffè ti sveglia.
Gianni sorride. Il sorriso non arriva agli occhi.
Gianni – Dicono che siete la voce di una generazione.
Il Conte – Quale generazione? Quella che non sa cosa vuole? Quella che ha tutto e si annoia? Bella voce. Sembriamo dei bambini viziati che piangono perché il gelato è troppo freddo.
Gianni – E non è così?
Il Conte – Forse sì. Ma il freddo fa male lo stesso. Anche se hai i soldi per comprarti un cappotto.
Gianni – Lei è molto ironico.
Il Conte – L’ironia è l’unica arma dei disperati. E noi siamo disperati. Con le scarpe firmate.
La trasmissione va avanti. Il Conte dice cose a caso. A volte profonde, a volte idiote. Gianni cerca di incastrarlo, ma lui scivola via come una saponetta.
Quando esce dallo studio, la Compagnia lo aspetta.
La Trilly – Sei stato un disastro.
Er Dodge – Sei stato un fenomeno.
La Pizia – I tarocchi dicevano che sarebbe andata male. Avevo letto “La Torre”. Ma forse era “Il Bagatto”. Non so. Ho le carte stanche.
Er Cesso – Io ho visto il bagno dello studio. È bellissimo. Piastrelle blu, carta igienica doppio strato, e un dispenser con la lozione per le mani. Roba da ricchi.
Il Conte – Non mi interessa il bagno. Mi interessa se ho fatto bella figura.
Viola – Hai fatto una figura di merda. Però eri autentico. E l’autenticità, a quanto pare, piace.
La Trilly – Piace? Cioè?
Viola – Cioè che sei diventato simpatico proprio perché eri impacciato. La gente si rivede in te.
Il Conte – Io non voglio che la gente si riveda in me. Io voglio che la gente mi lasci in pace.
Viola – Troppo tardi. Sei famoso.
E infatti. Il giorno dopo, il telefono del Conte squilla senza sosta. Giornali, radio, tv locali, perfino una trasmissione di cucina lo vuole come ospite.
Il Conte – Cucina? Io so solo scaldare i surgelati.
La Trilly – Accetta. Tanto è la stessa merda.
Il Conte – Non è la stessa merda. È merda diversa. E puzza peggio.
Ma accetta. Accetta tutto. Perché la fama è una droga. E lui, senza accorgersene, ne è già dipendente.
La rivista “Alieni” diventa un caso nazionale. Ne parlano i tg, i rotocalchi, perfino “Porta a Porta”. Il Conte va in giro con gli occhiali da sole e la faccia da schiacciato. Non dorme più. Non mangia più. Vive di caffè e sigarette.
La Trilly – Sei diventato insopportabile.
Il Conte – Ero già insopportabile. Ora lo sono con più pubblico.
Er Dodge – La tipografia non ce la fa più. Chiedono mille copie al giorno.
La Pizia – Mille? Ma noi siamo in cinque a scrivere. Chi le scrive mille copie?
Er Cesso – I lettori. Abbiamo aperto una rubrica dove mandano i loro pezzi. Ne arrivano centinaia.
Il Conte – E sono belli?
Er Cesso – Sono merda. Ma è la loro merda. E la vogliono pubblicare.
Il Conte – Pubblichiamo tutto. Tanto “Alieni” non è un giornale. È uno sfogo collettivo.
Viola lo prende in disparte.
Viola – Ti stai perdendo.
Il Conte – Non mi sto perdendo. Mi sto trovando.
Viola – Trovando cosa?
Il Conte – Non lo so. Ma è divertente.
Viola – Divertente? Sei sempre stanco, sempre incazzato, sempre con il telefono in mano. Non sei più tu.
Il Conte – E chi ero? Uno che stava sui gradini a non fare niente. Almeno adesso faccio qualcosa.
Viola – Anche il cancro fa qualcosa. Ma non è bello.
Il Conte la guarda. Vorrebbe dirle che ha ragione. Invece dice:
Il Conte – Forse sei tu che non mi capisci.
Viola – Forse sei tu che non ti capisci.
Se ne va. Il Conte resta lì, con il telefono che squilla, la fama che pesa, e un vuoto che non si riempie nemmeno con i riflettori.
La Pizia si avvicina.
La Pizia – I tarocchi dicono che ti serve una vacanza.
Il Conte – I tarocchi dicono quello che vuoi tu.
La Pizia – Appunto. E io dico che ti serve una vacanza.
Il Conte – Dove?
La Pizia – A Fregene. Come la prima volta. Ma senza la rivista, senza la fama, senza niente.
Il Conte – E gli altri?
La Pizia – Gli altri restano. Vai da solo.
Il Conte – Da solo? Non ci sono mai stato da solo.
La Pizia – È ora di cominciare.
Il Conte prende la macchia. Guida verso Fregene. Non sa perché. Non sa cosa cercherà.
Forse l’autenticità. Forse il silenzio. Forse solo un bagno con le piastrelle blu.
Il mare è lo stesso. Nero, freddo, infinito.
Si siede sulla sabbia. Il telefono non squilla perché l’ha spento.
Per la prima volta da settimane, nessuno lo cerca.
Per la prima volta da settimane, può cercare se stesso.
Il Conte (tra sé) – “Sei famoso, stronzo. E adesso?” E adesso niente. Il mare è sempre qui. Il vento pure. E io sono sempre quello che non sa chi è. Solo che prima non lo sapeva nessuno. Ora lo sanno tutti.
Ride. Una risata amara. Ma vera.
La sua prima risata autentica da quando è diventato famoso.
E forse, in quella risata, c’è più verità che in tutte le interviste messe insieme.
Fine della settima scena. Il Conte è famoso. La rivista “Alieni” è un fenomeno. Viola se n’è andata. E lui è seduto su una spiaggia di Fregene, da solo, a parlare con il mare. Non sa se è felice. Non sa se è triste. Sa solo che, per la prima volta, non deve recitare.
E recitare, a volte, è più faticoso che essere tristi.



















