Scena ottava: “Cinecittà ci attende (e noi non siamo pronti)”
Una settimana dopo la fuga a Fregene. Il Conte è tornato, stropicciato ma più leggero. Ha deciso: meno pippe mentali, più cazzate. La Compagnia si ritrova in piazza San Silvestro, ma l’atmosfera è cambiata. Non parlano di vuoto esistenziale. Parlano di un’altra cosa: una telefonata che Er Dodge ha ricevuto ieri.
Er Dodge – Mio padre ha un amico. Questo amico ha un cugino. Questo cugino è produttore. E questo produttore vuole farci un film.
La Trilly – Un film? Su cosa? Su di noi che ci annoiamo?
Er Dodge – Su di noi che diventiamo famosi mentre ci annoiamo. È un meta-film. Il regista si chiamo… come si chiama? Aurelio qualcosa. Ha fatto dei western all’italiana. Ora è in pensione ma vuole tornare.
La Pizia – Un regista di western? Ma noi non siamo cowboy. Siamo ricchi viziati.
Er Cesso – Io potrei fare il cowboy che si rinchiude nel bagno del saloon.
Il Conte – State zitti. Accettiamo.
La Trilly – Senza nemmeno leggere il copione?
Il Conte – Il copione è la nostra vita. E la nostra vita è una commedia. Almeno ridiamoci sopra.
Accettano. Il giorno dopo, una macchina nera li prende davanti a piazza San Silvestro. Sono eleganti: il Conte in giacca e cravatta (ma scarpe da ginnastica), la Trilly con un vestito rosso (ma sotto i jeans), Er Dodge con una camicia hawaiana (ma fuori è inverno), la Pizia con un turbante (per dare un tocco esoterico), Er Cesso con una maglietta che dice “I love WC”.
Arrivano a Cinecittà. È tutto vecchio, scrostato, con manifesti di film degli anni Sessanta. Li accoglie Aurelio, il regista. Ottant’anni, capelli bianchi, occhiali da sole anche al chiuso, sigaro spento in bocca.
Aurelio – Ecco i miei ragazzi! Gli Alieni! Quelli che non capiscono un cazzo ma hanno successo. Perfetti. Sarete voi stessi. Ma più fotogenici.
La Trilly – Più fotogenici? Io sono già fotogenica.
Aurelio – Lo so, cara. Per questo ti metterò in controluce. La controluce fa sembrare belle anche le brutte.
La Trilly sta per rispondere male. Il Conte la ferma.
Il Conte – Lasci stare, regista. Ci dica cosa dobbiamo fare.
Aurelio – Niente. Dovete fare niente. Il film è sulla noia. Sulla noia dei ricchi. Quindi più non fate niente, più siete bravi.
Er Cesso – Allora io sono bravissimo. Faccio niente da anni.
Aurelio – Vedi? Già sei in parte.
Cominciano le riprese. È un disastro. Aurelio è sordo, urla sempre, si dimentica i nomi. Chiama il Conte “Carlo”, la Trilly “Teresa”, Er Cesso “Ernesto”.
Prima scena: i ragazzi sui gradini di piazza San Silvestro. Devono parlare del nulla. Ma il ciak è andato male tre volte perché Aurelio ha starnutito.
Aurelio – Azione!
Il Conte – Allora, oggi che facciamo?
La Trilly – Non lo so. Forse andiamo a farci una cultura.
Silenzio.
Aurelio – Taglia! Ma che cultura e cultura? Voi siete ricchi viziati, non andate a cultura, andate a ballare la techno!
La Trilly – Come facciamo a ballare la techno seduti sui gradini?
Aurelio – Non lo so. Inventa. Sei attrice o no?
La Trilly – Non sono attrice. Sono una che si annoia.
Aurelio – Ancora meglio. L’annoiatore perfetto.
Seconda scena: in discoteca. Hanno ricostruito l’Alien in teatro di posa. Luci psichedeliche, fumo, comparse che ballano male. Il Conte deve dire una frase.
Aurelio – Azione!
Il Conte – (leggendo il copione) “La techno mi entra nelle ossa come un martello pneumatico. Ma almeno il martello pneumatico serve a qualcosa.”
Aurelio – Taglia! Troppo complicato. Dì solo “che palle”.
Il Conte – Che palle.
Aurelio – Perfetto. Vedi come sei naturale?
*Terza scena: la Trilly deve piangere. Aurelio le spruzza del collirio negli occhi. Lei starnutisce, poi ride, poi piange davvero perché le brucia.*
La Trilly – Mi hai accecato!
Aurelio – Ottimo, lacrime vere. Ciak, si gira!
Quarta scena: Er Cesso deve entrare in un bagno pubblico. Ma il bagno pubblico è finto, fatto di cartone. Appena apre la porta, la scenografia crolla. Er Cesso è sepolto sotto pezzi di carta pesta.
Er Cesso (da sotto) – È il bagno più bello della mia vita.
Tutti ridono. Anche Aurelio. Anche i tecnici. Anche le comparse che ballavano male.
In pausa pranzo, si siedono su una scalinata finta che sembra piazza San Silvestro. Mangiano panini al formaggio e patatine.
La Trilly – È un disastro. Ma è divertente.
Er Dodge – Non abbiamo mai riso così tanto. Nemmeno quando Er Cesso è caduto nel cassonetto.
Er Cesso – Non era un cassonetto. Era un’opera d’arte contemporanea.
Il Conte – Forse questo è il segreto: non prendersi sul serio. Noi abbiamo scritto una rivista sul vuoto, e adesso facciamo un film dove il vuoto lo riempiamo di risate.
La Pizia – I tarocchi dicevano che oggi sarebbe stata una giornata di caos creativo. Avevo letto “Il matto”. Ma forse era “Il bagatto”. Non so, ma funziona.
Aurelio si avvicina. Ha il sigaro acceso stavolta. Fuma come un turco.
Aurelio – Ragazzi, il film è una merda. Ma è una merda divertente. E al botteghino, le merde divertenti fanno più soldi dei capolavori seri.
Il Conte – Non ci interessano i soldi.
Aurelio – Lo so. Per questo vi pago poco. Ma vi offro la gloria. Quella che non si mangia ma scalda il cuore.
La Trilly – La gloria non scalda un cazzo. Ma le risate sì.
Aurelio annuisce. Accende un altro sigaro. Tossisce. Poi dice:
Aurelio – Domani giriamo la scena finale. Voi che ballate sulla spiaggia di Fregene, nudi. Sotto la luna.
Er Cesso – Nudi?! Ma fa freddo!
Aurelio – La pelle d’oca è fotogenica. Ciak!
Si guardano. Poi scoppiano a ridere tutti insieme.
E forse, in quella risata collettiva, c’è davvero qualcosa di più autentico di tutte le riviste, le interviste, e le crisi esistenziali messe insieme.
Roma, Cinecittà, 1994. Otto ragazzi stanno girando un film di merda. Ma è la loro merda. E loro ci credono.
E chissà. Forse il pubblico ci crederà.
Fine dell’ottava scena. La Compagnia di San Silvestro ha scoperto che l’ironia salva più della filosofia. E il film, anche se brutto, li sta facendo divertire come non mai. La situazione si è smossa: non più pippe mentali, ma ciak, risate, e una scenografia di cartone che crolla addosso a Er Cesso. E va bene così. Per ora.



















