Scena finale (nona): “Il ritorno al gradino (che non è mai cambiato)”
Un anno dopo. Piazza San Silvestro, domenica pomeriggio. Il sole è lo stesso. I piccioni sono gli stessi. Il tipo che suona la tromba stonato è sempre lì, con la stessa canzone sbagliata.
Sui gradini, la Compagnia è seduta. Sono di nuovo otto. Non cinquanta. Non cento. Otto.
Il film è uscito. È durato una settimana al cinema. Le recensioni dicevano: “Un film sul nulla. E ci sono riusciti.” Al botteghino, un disastro. La rivista “Alieni” ha chiuso dopo il numero dodici. Troppo lavoro, troppo impegno, troppo poco divertimento. La fama è svanita come un temporale d’agosto. Viola è tornata a fare la studentessa. Il Conte ha dato un esame. Uno solo. Ma l’ha passato.
Il Conte – Ecco. Siamo di nuovo qui. Come un anno fa.
La Trilly – Peggio. Un anno fa eravamo giovani. Ora siamo solo vecchi dentro.
Er Dodge – Ho schiantato la terza macchina. Mio padre non mi parla da due mesi.
La Pizia – I tarocchi dicono che mi aspetta un futuro luminoso. Devono aver sbagliato mazzo.
Er Cesso – Io invece ho scoperto un bagno nuovo. Alla stazione Tiburtina. Piastrelle gialle. Un capolavoro.
Ridono. Non è una risata amara. È una risata stanca. Ma è una risata.
Il Conte – Avete rimpianti?
La Trilly – No. È stato bello. Anche il film.
Er Dodge – Soprattutto il film. Una merda, ma la nostra merda.
La Pizia – Io rimpiango di non aver venduto abbastanza incenso. Ma c’è tempo.
Er Cesso – Io rimpiango solo un bagno. Quello del Piper. L’hanno ristrutturato. Hanno messo le piastrelle bianche. Una vergogna.
Il Conte guarda il cielo. Roma è sempre lì. Immobile. Bella. Stronza.
Il Conte – Forse il senso di tutta questa storia non era diventare famosi. O fare la rivista. O il film. Forse era solo stare qui. Su questo gradino. Con voi.
La Trilly – Che discorso sentimentale. Ti sta bene il cinismo.
Il Conte – Il cinismo è per i fighi. Io sono sfigato. Posso permettermi la tenerezza.
La Pizia – I tarocchi dicono che tra dieci anni saremo ancora qui.
Er Dodge – I tarocchi sono una truffa.
La Pizia – Lo so. Ma a volte le truffe dicono la verità.
Er Cesso – Io tra dieci anni voglio aprire un museo del bagno pubblico.
La Trilly – E io voglio venire all’inaugurazione.
Il Conte – Io voglio essere il primo visitatore.
Restano in silenzio. Il sole cala. La piazza si illumina di arancione. Come un anno fa.
Il Conte si alza.
Il Conte – Dai, andiamo all’Alien. Stasera mi va di ballare.
La Trilly – Pensavo non ti piacesse più.
Il Conte – Non mi piace. Ma è meglio che stare qui a pensare.
Si alzano. La Compagnia di San Silvestro si muove verso le macchine parcheggiate in doppia fila. Il Conte è l’ultimo. Si volta, guarda i gradini.
Il Conte (tra sé) – “Non è cambiato niente. E va bene così. Perché cambiare è faticoso. E noi, alla fine, siamo solo otto idioti che volevano divertirsi. E ci siamo riusciti. Per un po’.”
Accende una sigaretta. La fuma. Poi la butta. E raggiunge gli altri.
Roma, 1995. La Compagnia di San Silvestro non ha cambiato il mondo. Non ha fatto la rivoluzione. Non ha nemmeno finito il film.
Ma ha riso. E forse, in questo, c’è più senso che in tutte le rivoluzioni del mondo.
Fine.



















