Nella ricerca interiore, ci si potrebbe imbattere in un bivio fondamentale, quasi impercettibile ma decisivo: la distinzione tra la Dignità e l’Identità. Sebbene nel linguaggio comune i due termini vengano talvolta sovrapposti, la loro natura e i loro effetti sono diametralmente opposti.
La Dignità è Valore Inalienabile. La dignità viene definita come un valore intrinseco e inalienabile di ogni essere umano. Essa non dipende dai meriti acquisiti, dai ruoli sociali, dal lavoro svolto o dalle appartenenze a determinati gruppi o percorsi. La dignità “non ha bisogno di intrattenersi” o di ricavare valore da ciò che si fa; essa semplicemente è.
La dignità è un valore che non necessita di “fare”. È un riconoscimento che precede l’azione e l’appartenenza, ponendosi come un nucleo centrale che merita rispetto a prescindere dalle contingenze esterne.
L’Identità: L’Anticamera del “Sonno”. Al contrario, l’identità si manifesta attraverso un processo di identificazione. Quando ci identifichiamo con un ruolo, un comportamento (solitamente ossessivo o megalomane) o un’immagine di noi stessi, allora cediamo il passo alla fascinazione. Questo stato di fascinazione è considerato l’anticamera del “sonno della coscienza”. In questo contesto, l’identità non è un valore, ma una costruzione dell’Io psicologico e delle “legioni” in cui è intrappolato (Vangelo secondo Marco: Capitolo 5, versetti da 1 a 20) .
Quando l’insegnamento spirituale o psicologico si focalizza eccessivamente sull’identità, spacciandola come “valore di sé”, rischia di innescare un meccanismo, una risposta automatica prevista dalla natura a salvaguardia della sopravvivenza: il sonno della coscienza prende la forma di un comportamento (5 Leggi biologiche, costellazioni Celebrali), si genera una risonanza.
Il Meccanismo del Sonno. Mettere mano all’identità o metterla in discussione può spalancare le porte a un profondo senso di precarietà biologicamente prevedibile attraverso la conoscenza di strumenti di analisi oggettiva e verificabile. Per placare questa incertezza, l’individuo cade nel “sonno”, nella meccanicità della natura di mantenimento, attraverso un meccanismo biologico di tutela, il comportamento appunto. In questo stato, il comportamento opera e qualcosa o qualcuno (anche se pessimo o volto al sonno) viene esaltato; quel qualcosa e quel qualcuno viene difeso a ogni costo perché l’identità è ormai figlia della fascinazione; il comportamento, la meccanicità della biologia come prevista dalle leggi di natura, serve a proteggere quella fragile identità costruita.
L’identità va difesa, come una guerra contro ogni sollecitazione che la metta in discussione o la ridimensioni: la fascinazione si accompagna alla megalomania, con la continua necessità di stabile e difendere la propria posizione, la propria “verità”.
Uno dei tratti salienti dell’analisi dell’Io Psicologico descrive L’ego come un costrutto che contiene falsa informazione. L’Ego si trova un livello più profondo della mente e impedisce alla coscienza di manifestarsi. Dunque, la psicologia e la psicanalisi sono livelli più superficiali di analisi, mentre l’ego opera più profondo. Ha infiniti appigli, rapisce la luce della conoscenza volgendola a proprio vantaggio, imprigiona la luce, la nostra luce. Nessuna seduta di terapia può eliminare L’ego, esso è fatto di una sostanza che solo la Forza Spirituale può eliminare. Neppure la preghiera o l’atto psicomagico possono giungere a dissolvere L’ego. La Forza, solo Lei, è in grado di eliminare L’ego poiché Lei sola ha la caratteristica di accogliere la Luce liberata. Altrimenti, altri Ego si nutriranno della forza liberata. Mentre quando agisce Lei, l’energia si moltiplica, la consapevolezza di sé si espande, l’intuizione diventa legge, il pensiero si placa, il corpo sperimenta una beatitudine non evanescente e l’aspetto cambia…poichè L’Ego è morfico, quando viene disintegrato, il corpo cambia.
La dignità è come un ponte in grado di ricondurre a sé ogni esperienza, traendo insegnamento persino dai “pessimi maestri”, dalle situazioni avverse. Sapere estrarre il
sale da ogni cosa senza rimanere sollecitati e rinunciando ai crediti del mondo. Immaginate il Gatto che ambisce a diventare Leone, prima di ogni ambizione, dovrà rinunciare al Topo. L’identità si lavora attraverso la rinuncia e non certo attraverso l’ambizione, infatti la fascinazione è anch’essa figlia delle sollecitazioni che provengono dal mondo.
Il vangelo di Pistis Sofia riporta questa esortazione (Libro Secondo, Cap 95): “ In verità vi dico: «Quel mistero è vostro e di ognuno di coloro che vi ascolterà rinunciando a tutto questo mondo e a tutta la materia che è in esso, rinunciando a tutti i cattivi pensieri che sono in esso, rinunciando a tutte le sollecitazioni di questo eone». Or dunque, vi dico che per chiunque rinuncerà a tutto questo mondo e a quanto si trova in esso, e si assoggetterà alla Divinità, quel mistero sarà più facile di tutti i misteri del regno della luce, sarà compreso prima di tutti, sarà più semplice di tutti. Colui che perviene alla conoscenza di quel mistero, rinuncia a tutto questo mondo e a tutte le sollecitazioni che si trovano in esso. È per questo che, una volta, vi dissi: «Quando siete afflitti e aggravati sotto il vostro peso, venite a me e vi ristorerò; poiché il mio peso è leggero e il mio giogo è dolce». Or dunque, chi accoglierà quel mistero, rinuncia a tutto il mondo e alle
sollecitazioni di tutta la materia che si trova in esso. Perciò, miei discepoli, non siate tristi pensando di non potere comprendere quel mistero. In verità vi dico: quel mistero si comprende prima di tutti i misteri. In verità vi dico: quel mistero è vostro, e di ognuno che rinunzierà a tutto il mondo e a tutta la materia che in esso si trova.[…] ”
La rinuncia è uno stato interno di non fascinazione, dove tutte le sollecitazioni del mondo non hanno più spazio di azione, non mi spostano, non mi fanno sentire migliore o peggiore. Non ho un ruolo, un’identità da difendere dalle sollecitazioni esterne, dal mondo!
La Dignità è qualcosa che sento nel profondo, è inalienabile, si manifesta nei diversi ruoli o identità che il mondo ha costruito e questi ruoli li vesto e svesto come un abito, sapendo di non essere l’abito! Sono nel mondo e non del mondo. Porto ogni abito emanando la dignità del mio Essere, proteggo questa profondità, cercando di custodirla e renderla sempre più manifesta.
Il Risveglio e il Ritorno alla Realtà. Il “bel risveglio” da questo stato di meccanica fascinazione e identificazione non è privo di conseguenze. Viene descritto metaforicamente come un brusco impatto con la realtà (“sbattere il culo”) che non può essere che accompagnato da un malessere anche fisico (Impatto Biologico non trascurabile), segnando la fine dell’illusione, come per una “Cenerentola” che torna alla sua condizione originale dopo il ballo.
Cristina Salvadori
Bibliografia
Cassandra e Apollo: una storia vera di prossima pubblicazione
Una stanza senza finestre, una candela accesa, due sedie di legno scuro.
Milady tiene tra le mani una riproduzione di un vaso greco: Cassandra
che si strappa i capelli, Apollo alle sue spalle, già pentito e già
crudele.
Milady: Sai qual è la maledizione peggiore? Non vedere il futuro. È
vederlo e sapere che nessuno ti crederà.
Maestà: Apollo era un dio capriccioso. Le offrì il dono della profezia
in cambio d’amore. Lei accettò il dono, poi rifiutò l’amante. E lui,
ferito nell’orgoglio, non poté più toglierle la vista. Ma le sputò
addosso l’incredibilità.
Milady: Così lei vedeva la caduta di Troia, la morte dei suoi cari,
l’inganno del cavallo. Gridava, supplicava, raccontava. E tutti
ridevano. La chiamavano pazza.
Maestà: Perché la verità, quando non è accompagnata dalla credibilità,
diventa follia. È una legge antica. E nessuno l’ha mai abrogata.
Milady: Eppure, Cassandra non ha mai smesso di vedere. E non ha mai
smesso di parlare. Anche quando nessuno ascoltava.
Maestà: Forse parlava per sé. Per non impazzire del tutto. Per lasciare
traccia, anche se nessuno avrebbe raccolto.
Milady: Oggi, Maestà, siamo pieni di Cassandre. Le vedi? Dicono cose
vere: il clima, la disuguaglianza, la follia delle guerre. E tutti
rispondono: “Esageri”, “Non è così grave”, “Cosa vuoi che faccia io”.
Maestà: Il dio Apollo si è moltiplicato. Oggi ha i giornali, i talk
show, i social. Le toglie la credibilità in due click. Una notizia vera
diventa “teoria del complotto”. Una voce profetica diventa “odio”.
Milady: E Cassandra? Come reagisce adesso?
Maestà: Ha smesso di gridare. Ha capito che urlare serve solo a
stancarsi. Adesso parla sottovoce. A chi vuole ascoltare. A pochi.
Milady: Il suo potere non è più nella profezia. È nella resistenza a
tacere.
Maestà: Esattamente. La credibilità gliel’hanno tolta. Ma la verità,
quella, nessuno gliela può portare via. Nemmeno un dio.
Milady: E Troia è caduta. Come aveva previsto. Tutti i suoi aguzzini
sono morti. Lei no. Lei è sopravvissuta. È stata fatta schiava, ma i
suoi occhi continuavano a vedere.
Maestà: Forse la schiavitù più dura non è quella del corpo. È sapere di
avere ragione e dover stare zitta. Ma lei non ha mai taciuto del tutto.
Milady: Alla fine, qualcuno l’ha ascoltata?
Maestà: Solo dopo. Quando era troppo tardi. La storia non premia i
profeti. Li celebra, semmai, quando non possono più parlare.
Milady: E noi? Noi siamo Cassandre? O siamo Apollo?
Maestà: Siamo tutti e due. A volte vediamo chiaro e ci scontriamo con il
muro dell’incredulità. Altre volte siamo noi a non credere a chi vede.
Siamo noi a ridere della Cassandra di turno.
Milady: Come si fa a non diventare Apollo? A non togliere credibilità
agli altri?
Maestà: Si impara ad ascoltare. Davvero. Non per rispondere, non per
giudicare. Si impara a dire: “Non so se è vero, ma ti ascolto. E terrò a
mente”.
Milady: È un’arte perduta.
Maestà: Come il ricamo di cui parlavamo. Paziente, minuta, silenziosa.
Ma chi la pratica, sa che il filo non si spezza.
Milady: E Cassandra oggi dove starebbe? In piazza? In un talk show? In
un carcere?
Maestà: Starebbe in un angolo. Con un quaderno. Scriverebbe frasi che
nessuno pubblica. E le regalerebbe a chi passa. Senza pretendere niente.
Milady: Come fanno le cassandre che conosco io. Donne e uomini che
vedono il crollo, la menzogna, il dolore in arrivo. Nessuno li ascolta.
Ma loro continuano a scrivere, a parlare, a testimoniare.
Maestà: E non impazziscono perché hanno smesso di volere la ragione.
Hanno solo smesso di mentire a se stessi.
Milady: Allora il vero dono di Cassandra non era la profezia. Era la
fedeltà al proprio sguardo.
Maestà: Esatto. Apollo le ha tolto la credibilità, ma non la lealtà a se
stessa. E quella, alla fine, è più preziosa.
Milady: Perché la credibilità la danno gli altri. La verità la vedi tu.
Maestà: E vederla, anche da soli, è già una forma di salvezza. Non dal
dolore. Ma dalla menzogna.
Milady: Allora brindo a Cassandra. A tutte le Cassandre che nessuno
ascolta.
Maestà: Brindo anche ad Apollo. Perché senza di lui, non avremmo capito
che la credibilità non è un diritto. È una grazia.
Spengono la candela.
“Non le ha tolto la Verità, Le ha tolto la credibilità. Questi miti che hanno trionfato sulla morte, vinto il tempo, sfidato la fama, giungono a me dall’eternità.
Cassandra dice il vero, imparerà a proteggere la credibilità che Apollo le sottrae.
Cassandra non difende più la sua identità: Cassandra sta imparando a proteggere la sua Dignità.”
CSM e RVSCBM




















