Elia Pellegrini dedica la sua esistenza alla guarigione del corpo e alla consolazione dello spirito, poiché svolge le mansioni di infermiere e di artista.
Una scelta di profondo altruismo, una missione salvifica, per sé e per l’altro. Egli attraversa il dolore con consapevolezza, approcciandosi ad esso non come una destinazione, ma come un passaggio.
Se il traviamento, ad una prima impressione, può sembrare una barriera, ad una lettura più attenta si disvela invece come una porta: accoglierlo significa aprirsi alla trasformazione, alla capacità di assumere nuove prospettive. È nell’approccio con la sofferenza che Mamie scopre risorse interiori che non sapeva di avere. Narrare l’afflizione, riconoscerla, darle visibilità e dignità sono dunque la condizione imprescindibile per alleviarla: questa l’importante lezione del Nostro.
Un repertorio esistenzialista
Sgocciolature bianche su fondi neri, intimi epistolari, scene d’addio e parole non dette sono le testimonianze più autentiche di come l’autore sia stato capace di abbracciare la sua croce: guardare in faccia l’angoscia che lo attanaglia è infatti la leva tramite cui egli si rimette in cammino, dagli abissi più profondi dell’io verso la luce.
Una pittura esistenzialista quindi, in cui il non colore cattura l’attenzione, contribuendo ad evocare memorie, tra bianco e nero, luce e ombra, slancio istintuale e concetto pensato, astrazione e neo-figurazione.
A volte la linea, sinuosa ed elegante, profila contorni muliebri seducenti, per dar forma ad una donna ammaliatrice e vampira, altre volte, invece, l’economia della tela viene completamente affidata al gesto pittorico. In mezzo ci sono le campiture piatte del Color field painting, nette e solide, intrise di materia cromatica vibrante e densa fino all’ultimo centimetro entro cui viene circoscritta.
In ogni caso, il linguaggio visivo trascende il semplice atto del dipingere per abbracciare questioni profonde, alla continua ricerca di redenzione in un mondo segnato dalla precarietà.
Quanto più tortuoso appare l’iter esistenziale, tanto più esso diviene catartico. Di fronte all’esperienza del mondo interiore del pittore, l’astante non è più – dunque – un semplice spettatore, ma parte integrante di quel frammento di io restituito sul mezzo di riferimento, dal momento che l’arte non è espressione individuale, ma mezzo di connessione e condivisione con gli altri. In tal modo, finalmente, si dà voce a quella geografia invisibile del sentimento universale che connette gli uomini, li rende uguali nella differenza, spazzando via quell’indifferenza e quell’alienazione riconosciute come i mali della società odierna.
Chi è Mamie
Il battesimo artistico di Mamie (all’anagrafe Elia Pellegrini) avviene a Parigi, città dall’indubbio fascino estetico, sebbene la devozione maturata nei confronti dell’ars pingendi abbia radici ben profonde.
È la sua camera da letto il luogo deputato alla riflessione e alla sperimentazione tecnica, ove coltivare, tra il silenzio religioso esterno e il chiasso interiore, il culto dell’arte, ultimo baluardo della libertà individuale, via di fuga dal mondo.
Forte di anni di studi incentrati su fotografia, disegno e teatro e successivamente ad un grave lutto, decide eroicamente di mostrarsi e donarsi all’altro. Viene dunque allestita la sua prima mostra personale, presso il museo Kienerk di Fauglia (PI), nel 2024.
Rappresentare la sua complessa interiorità, tra ferite fresche e tormenti sedimentati, a dispetto di una società che premia modelli vincenti, si rivela un’azione gratificante: 14 delle 15 opere in mostra vengono infatti subito vendute. Ciò vuol dire che il fardello di dolore dell’artista è anche degli altri, che possono immedesimarvisi, condividerlo, lenirlo.
Novello Atlante, Mamie non si tira indietro nel sorreggere il peso del mondo e, sulla scia del pensiero di Karl Jaspers, rende la sua creatività un mezzo per trascendere la sofferenza psichica, trasformandola in valore universale.
Con queste premesse si svolgerà, dal 15 al 30 di settembre, la sua prossima esposizione personale, presso il museo diocesano di Terni, custode di un’arte testimone di una consolazione spirituale, tra lavori di nomi noti della storia dell’arte, dal Sassoferrato a Giacinto Brandi, da Giovanni Francesco Barla a Liborio Coccetti.
Ariadne Caccavale


















